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Psicologi e counselor. La nostra inchiesta: da un lato chi aspira a essere professione, dall’altro chi segnala troppi abusi

Un recente reportage del giornalista Luca Bertazzoni pubblicato anche da Repubblica.it e dall'Ordine degli psicologi del Lazio ha mostrato un mondo di counselor fatto di pressapochismo e consigli psicologici strampalati, senza alcuna adeguata formazione. Ma è davvero così? Il counselor è una figura riconosciuta in molte parti del mondo e c’è chi anche in Italia ne difende le prerogative. La vexata quaestio infuria e abbiamo voluto sentire entrambe le parti interessate

29 GIU - Una figura che aspira alla qualifica di professione ma che in Italia non è legittimata in tal senso e una polemica che perdura da anni con gli psicologi italiani. Soffia nuovamente il fuoco sulla questione dei counselor, alcuni dei quali, intervistati da Quotidiano Sanità, dichiarano di non ambire al titolo di professione sanitaria. Tuttavia, gli psicologi italiani li accusano di fornire ai propri clienti un servizio psicologico a tutti gli effetti senza averne l’adeguata preparazione universitaria e il titolo di Stato qualificante, un abuso di professione dunque.
 
Effettivamente, allo stato attuale, chiunque potrebbe definirsi counselor nel nostro Paese, non essendo una professione regolamentata in Italia. L’attività di counseling è definita in psicologia: il termine, utilizzato con l’accezione odierna per la prima volta negli anni Cinquanta del secolo scorso da Carl R. Rogers - psicoterapeuta statunitense considerato il “padre” di questa figura -, indica una relazione nella quale vi è un cliente che viene assistito, senza dover rinunciare alla propria libertà di scelta e alle proprie responsabilità. Si badi bene: cliente, non paziente. I counselor tengono molto a questa differenziazione. Naturalmente, questo servizio di counseling può essere fornito dagli psicologi, mentre per i counselor risulta palese come, non essendo minimamente formati a riguardo, non possano intervenire su casi clinici.

 
Il reportage di Luca Bertazzoni
L’inchiesta del giornalista televisivo Luca Bertazzoni, realizzata utilizzando una telecamera nascosta, mostra come una donna, che si fingeva cliente di vari counselor, riceve da questi ultimi fantasiose ricette, di fatto psicologiche, a casi di fattuale depressione, disordine alimentare e problematiche esistenziali. Il counselor dovrebbe aiutare il cliente (e non “paziente”) a trovare la sua strada, nella realizzazione di progetti, nel far arrivare in porto degli obiettivi, in un’ottica non sanitaria, bensì prossima al ruolo di educatori o a quello di insegnanti, come loro preferiscono essere etichettati.
 
Nell’inchiesta si mostrano inoltre scuole di counseling che rilascerebbero attestati con grande facilità, senza possibilità di bocciatura, a seguito di corsi che sembrerebbero assai costosi. Ma, ad onor del vero, il fattore della non adeguata regolamentazione non può che incidere sul fiorire di questa “terra di nessuno”:  anche sulle nuove professioni sanitarie (ma, il counselor non vuole esserlo, sottolineiamo) ora in via di costituzione a seguito delle più recenti normative, non mancarono certo problematicità nel settore formativo.
 
L’inchiesta di mostra il pressappochismo di alcuni counselor che si improvvisano, di fatto, psicologi. Questo non può che preoccupare questi ultimi. Per il Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (Cnop), l’inchiesta sarebbe “allarmante” e di fatto “mostra quanto siano fondate le nostre preoccupazioni e le azioni politiche e legali intraprese ed in corso”. “Non si tratta di battaglie corporative – sottolineano dal Cnop - perché legittimare una figura che può utilizzare tecniche psicologiche (il counseling) per intervenire su problemi di natura psicologica senza essere uno psicologo non garantisce la salute dei cittadini”.
 
 
Gli antefatti
Nel 2015 una sentenza del Tar del Lazio aveva stabilito una “sovrapposizione” dell’attività dei counselor con la professione di psicologo. Nel 2016, il presidente del Cnop, Fulvio Giardina, aveva deciso di avviare una “conferenza di consenso” invitando, tra gli altri, anche i principali responsabili dei counselor, definendo questo un “atto di pacificazione”. Un mese fa avevamo invece dato notizia del referendum di una tra le più rappresentative associazioni di categoria, AltraPsicologia, sul tema in questione: il 98% di 10mila psicologi interessati affermò che la figura del counselor non doveva esistere in Italia.

Si tratta dunque di una professione emergente, contro la quale gli psicologi fanno muro per interessi di bottega, come accusano alcuni counselor; oppure siamo di fronte a un frequente abuso di professione, punibile anche ai sensi della Legge Lorenzin? Non intendiamo esprimere un giudizio netto, e abbiamo pertanto voluto sentire entrambe “le campane”.
 
Pro-counselor
Cominciamo da chi vuole difendere quella che aspirerebbe ad essere una professione. “Il counselor non è una professione sanitaria – dichiara a Quotidiano Sanità Giorgio Berloffa, Presidente della Commissione Uni dedicata alle “Attività professionali non regolamentate” -, ma è una professione che riguarda la salute delle persone. La salute è un concetto molto vasto: anche l’avvocato secondo me è un operatore della salute, perché per assurdo se non riesce a far assolvere il suo assistito, questo sta molto male. Salute non può essere solo patologia, è un insieme di benessere. Salute è benessere economico, è benessere sociale, è benessere psichico. Questa è la salute nella sua vera accezione che dà l’Oms, quindi il counselor è un operatore della salute”.

“È appena uscita – prosegue Berloffa -, il 14 giugno 2018, una raccomandazione Ue fatta nel 2015 e trasformata in test di proporzionalità; l’Unione ha detto agli Stati: ditemi quali sono le attività che voi avete riservato per legge, spiegatemi la ratio per cui le avete riservate, l’impatto sociale ed economico di queste riserve, l’impatto sul mercato. Molti Stati fra i quali l’Italia hanno disatteso questa raccomandazione. La riserva di professione, che fa scattare l’abuso di professione, non riguarda la professione ma il singolo atto professionale ed è lì che scatta l’abuso di professione”.
 
“Il counselor esiste in tutte le parti del mondo – sostiene Berloffa -, il problema degli psicologi è che loro sono in tanti, e hanno problemi di occupazione. Quello che stanno facendo gli psicologi, e in particolare Altrapsicologia, è una battaglia di retroguardia, antistorica e anacronistica. Quanto alla famosa sentenza del Tar del Lazio, questa non riguardava la professione del counselor, ma la possibilità di iscriversi di un’associazione al Ministero dello Sviluppo Economico. Il counselor può continuare a lavorare”.
 
“Il processo di normazione della figura del counselor – dichiara a Quotidiano Sanità Emanuela Mazzoni, esperta delle professioni per l’Associazione dei Counselor Professionisti (Acp) - che ci condurrà ad individuare una definizione del professionista, enucleando le conoscenze competenze e abilità, è partito presso Uni nel 2012. Tutti questi anni sono stati necessari per raggiungere il maggior accordo possibile tra gli stakeholder, ovvero i rappresentanti delle associazioni professionali, delle scuole di counseling, degli ordini degli enti di certificazione e dei Ministeri seduti al tavolo del Counseling. Un processo di accordo e mediazione, di anni, portato avanti in maniera collegiale e finanche confrontandoci con le associazioni europee e mondiali di counseling, non può certo essere banalizzato”.
 
“Credo di non sbagliare – spiega ancora Mazzoni - dicendo che tutti i rappresentanti del mondo del Counseling, con cui ho avuto l’onore di confrontarmi in questi anni sono, come me, molto amareggiati di questi attacchi feroci e ormai continui da parte di alcune minoranze. Per fortuna la democratica volontà collettiva prevale e va nella direzione del riconoscimento di una professione che esiste ed ha la sua dignità in tutto il mondo oltre che in Italia”.
 
La posizione degli psicologi
Se i sostenitori del riconoscimento della professione del counselor fanno notare che questa figura esisterebbe “in tutto il mondo”, gli psicologi dal canto loro non mancano di sottolineare come in diversi Stati questa figura sia di fatto appannaggio di uno psicologo dovutamente qualificato.
 
“In alcuni momenti di cambiamento – spiegano in una nota dall’Ordine degli Psicologi del Lazio – (un nuovo progetto, la perdita di un affetto, la famiglia che chiede più impegno) si può sentire il bisogno di rivolgersi a un professionista che possa accompagnare con competenza il passaggio verso un nuovo assetto. Ed è essenziale scegliere la persona giusta”.
 
In merito all’inchiesta di Bertazzoni, per gli psicologi del Lazio: “ È preoccupante assistere a come, pur in presenza di casi che esprimono chiaramente una domanda psicologica, nessuno dei counselor ripresi riconosca i limiti della propria competenza, invitando il cliente a rivolgersi ad uno psicologo per ricevere un adeguato supporto psicologico. Con il risultato di dare loro indicazioni sbagliate quando non estremamente dannose”.
 
“L’esercizio abusivo della professione – sottolineano dall’Ordine del Lazio - rappresenta un fenomeno di elevato allarme sociale, non soltanto perché mette a serio rischio la qualità e l’affidabilità delle prestazioni tutelate dagli Ordini professionali, ma perché lesivo del diritto alla salute della cittadinanza. Riconoscere un caso di esercizio abusivo della professione non è semplice e può accompagnarsi a interrogativi e perplessità, in particolar modo per chi è non ha sufficienti strumenti per distinguere un’offerta affidabile da una che non lo è, o si trova in una situazione di fragilità emotiva”.
 
L’Ordine degli Psicologi del Lazio ha dunque predisposto una guida (“In buone mani”) per definire quando si è in presenza di un esercizio abusivo della professione di psicologo e come fare per segnalarlo. Non solo, gli psicologi del Lazio hanno anche predisposto uno Sportello legale per le vittime di esercizio abusivo della professione di psicologo.
 
“Il Cnop ritiene gravi e respinge con fermezza le gratuite affermazioni di Assocounseling (la principale associazione dei counselor, ndr), che anziché preoccuparsi di ciò che emerge dall’inchiesta, attacca in modo scomposto per difendersi. Si vorrebbero mettere figure non riconosciute e dalle attività non definite sullo stesso piano di una professione ampiamente normata e vigilata”. Così in una nota il presidente del Consiglio Nazionale dell’ Ordine degli Psicologi (Cnop), Fulvio Giardina.

“La legge 4/2013 (professioni non riconosciute) – prosegue Giardina - è nata sotto una spinta alla liberalizzazione e creazione di nuovi spazi professionali. Queste nuove professioni, tuttavia, come in modo ovvio dice la stessa legge non devono occupare spazi di professioni già esistenti. Nel caso del counseling, si tratta di una tecnica nata in ambito psicologico per affrontare tematiche di tipo psicologico. L’idea di dividere il ‘disagio psicologico’ in lieve e in più serio per creare uno spazio ad una nuova figura accanto allo Psicologo è stato contestato dal Cnop in Tribunale, che ci ha dato ragione”.

“Lo abbiamo contestato come Cnop anche in sede Uni – ricorda il Presidente Cnop -, l’organismo chiamato a definire i profili delle nuovi professioni della legge 4/13 e questo ha portato alla chiusura del tavolo per il ‘Counselor relazionale”. Abbiamo contribuito anche ad una “consensus conference”, invitando anche le associazioni dei counselor perché vogliamo chiarezza: Assocounseling ci deve dire cosa fanno i counselor, che non sia sovrapponibile a ciò che fa uno psicologo o psicoterapeuta”.
 
“Non si può non essere allarmati su questa vicenda – spiega a Quotidiano Sanità David Lazzari, del board del Cnop - perché si sta facendo da anni una operazione ad alto rischio per la salute dei cittadini. Si giustifica l’operazione di legittimazione di una nuova figura, il counselor con tre argomenti: a) esiste in tutto il mondo, b) fa cose diverse dallo psicologo, c) poiché ci sono meglio regolarizzarli. Counseling vuol dire in italiano ‘consulenza, assistenza’ e indica una serie di metodologie di aiuto nate dalla psicologia e dalla psicoterapia. A livello internazionale il counselor è un professionista di area psicologica, nessuno si sognerebbe di affermare che non fa cose di ambito psicologico. Neanche la formazione è paragonabile, perché in Italia queste figure hanno una formazione non accademica, variegata e molto più easy”.

“Purtroppo – denuncia Lazzari - dietro a questa vicenda della ‘normazione’ di nuove figure c’è il grande business delle certificazioni oltre che della formazione. Ma chi si preoccupa degli utenti? Chi si rivolge ad una figura che apre uno studio per fare ‘consulenza ed assistenza’ in modo generico, rispetto ai problemi della vita? In Italia la Psicologia è stata riconosciuta come attività attinente alla salute e lo psicologo come professione sanitaria non certo per dare una medaglia ma per tutelare maggiormente i cittadini su aspetti molto delicati. E il counseling è da sempre una delle attività tipiche dello psicologo”.

“L’Ordine degli Psicologi – conclude Lazzari - ha sempre cercato il confronto con tutti su questo tema perché siamo convinti dei nostri argomenti. Confronto non vuol dire legittimare, fare inciuci o sconti, perché nel campo della salute non si possono fare sanatorie al ribasso o sanare l’abuso”.

Lorenzo Proia

29 giugno 2018
© Riproduzione riservata


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