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Chiropratici ancora in attesa del percorso formativo. Williams (Aic): “Soltanto una laurea di cinque anni può tutelare il paziente”

La preoccupazione principale della categoria resta quella di venire equiparati alle professioni tecniche sanitarie. Ma i chiropratici non potranno mai accettare un percorso formativo che preveda una laurea inferiore a quella richiesta dagli standard internazionali. Il rischio di creare un mostro giuridico che non avrebbe uguali nel mondo, purtroppo è ancora alto, e temiamo che siano in atto dei tentativi di relegare il futuro della nostra professione.

10 OTT - I decreti attuativi della Riforma delle Professioni Sanitarie tardano ad arrivare e i chiropratici italiani ribadiscono la richiesta di una laurea magistrale della durata minima di cinque anni. Ad oggi, infatti, non esistono scorciatoie o alternative; il titolo di chiropratico si ottiene esclusivamente nelle università. Ma soltanto all'estero. L'Italia continua ad essere l'unico Paese a non aver definito il percorso di studi del chiropratico secondo i principi stabiliti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.
 
La preoccupazione principale della categoria, dunque, resta quella di venire equiparati alle professioni tecniche sanitarie. Ma i chiropratici non potranno mai accettare un percorso formativo che preveda una laurea inferiore a quella richiesta dagli standard internazionali. Il rischio di creare un mostro giuridico che non avrebbe uguali nel mondo, purtroppo è ancora alto, e temiamo che siano in atto dei tentativi di relegare il futuro della nostra professione allo stesso modo di altre professioni puramente tecniche.
 
Cosa succede in Europa e negli USA.
I corsi di laurea riconosciuti in Europa e negli Stati Uniti hanno tutti una durata minima di cinque anni a ciclo unico, corrispondenti ad una nostra laurea magistrale, (negli USA sono previsti addirittura otto anni per la laurea in chiropratica). Ma il paradosso è che la laurea magistrale a ciclo unico è già prevista anche dalla Legge italiana: nella norma del 2007 (L. 244/2007, art., 2,comma 355), non abrogata dalla legge n.3/18.

Negli USA, come nella maggior parte dei paesi occidentali, i governi hanno recepito i grandi vantaggi dovuti al risparmio di risorse nei servizi sanitari. Risparmi di costi dovuti al mancato utilizzo di farmaci, e risparmi di oneri sociali (meno giornate di lavoro perse).

 
La laurea serve a tutelare i pazienti
L'Associazione Italiana Chiropratici auspica dunque che i Ministeri e gli Organismi competenti chiamati in causa dalla Legge 3/2018 vogliano definire in fretta sia il profilo professionale sia il percorso di studi universitari, al fine non solo di mettere la chiropratica in Italia al pari degli altri paesi europei, ma anche per la tutela della sicurezza stessa dei pazienti, impedendo cioè che persone non adeguatamente formate, seppur in possesso di altre lauree dell’area sanitaria, possano esercitare una professione specifica e complessa come la chiropratica.
 
L'OMS definisce i chiropratici quali operatori sanitari primari.
D'altronde l’Organizzazione Mondiale della Sanità già fornisce un quadro puntuale delle caratteristiche fondamentali della chiropratica, che la distinguono da tutte le altre professioni sanitarie, e delle competenze che il professionista laureato deve acquisire. La definisce come professione sanitaria dedita alla diagnosi, al trattamento ed alla prevenzione dei disturbi del sistema neuro-muscolo-scheletrico e degli effetti di tali disturbi sullo stato di salute generale e riconosce i laureati in chiropratica operatori sanitari di primo contatto in grado di inviare il paziente ad altre figure sanitarie quando ciò si riveli la scelta più opportuna nel suo interesse. 
 
Dott. John Williams
Presidente dell'Associazione Italiana Chiropratici

10 ottobre 2018
© Riproduzione riservata


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