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Aggressioni in sanità. Imparare a gestirle con il corso Fad promosso dalla Fnomceo

L’iniziativa formativa, che prevede in un percorso di 28 ore l’acquisizione di elementi in grado di riconoscere e disinnescare la violenza contro gli operatori sanitari utilizzando le più opportune tecniche di comunicazione, è partita ad inizio giugno scorso ed andrà avanti fino al 31 dicembre prossimo

26 AGO - Cogliere e riconoscere i segnali di una violenza potenziale, e gestirli prima che esplodano, è una competenza essenziale. Così come stabilire politiche e procedure condivise rappresenta un passaggio fondamentale per costruire un ambiente di lavoro sano e sicuro, sia per i pazienti, sia per il personale stesso. Questo è l’obiettivo cui mira Massimo Picozzi, medico psichiatria e criminologo clinico, consulente per le Forze dell’Ordine, responsabile del Laboratorio di comunicazione e gestione dei conflitti, all’Università IULM Milano, nonché docente unico e tutor nel Corso FAD promosso da FnomCeo, disponibile per tutti i medici con il significativo titolo “CARE”, come prendersi cura, ma anche come acronimo di Consapevolezza, Ascolto, Rispetto ed Empatia.

L’iniziativa formativa, che prevede in un percorso di 28 ore l’acquisizione di elementi in grado di riconoscere e disinnescare la violenza contro gli operatori sanitari, è partita ad inizio giugno scorso ed andrà avanti fino al 31 dicembre prossimo. Accanto alle competenze elaborate e traferite ai partecipanti al Corso dal professore Picozzi, non va, però, trascurata “la costruzione” di un ambiente di lavoro dove, oltre a rispettare requisiti strutturali ed organizzativi, vengano osservate e garantite le procedure di tutela della salute degli operatori come previsto dalla vigente normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro. L’applicazione puntuale, precisa, indifferibile di queste prescrizioni legislative, da parte dei datori di lavoro della Sanità Pubblica permeterebbe, infatti, di agevolare gli operatori sanitari a mettere in pratica le conoscenze del Corso “CARE”, scongiurando ovvie difficoltà operative.


La lettura del contesto in cui si registrano violenze e aggressioni in sanità e le relative soluzioni a tali episodi vengono fuori dalla pluriennale esperienza di Massimo Picozzi in progetti di formazione alle Forze dell’Ordine, centrati sulla comunicazione, l’aggressione e la prevenzione del crimine. “Occorre tener presente - ha detto Picozzi - che, se il Novecento è passato alla storia come il secolo dell’odio, il nuovo millennio si è aperto all’insegna di un’emozione ancor più primitiva: la rabbia. È la rabbia ad armare la mano di quegli uomini che non sopportano il rifiuto di una donna, a trasformare un mediocre studente nell’autore di una strage, a prendere un tizio qualunque, alla guida di un’auto, e mutarlo in una belva primordiale”. Mac’è una rabbia meno clamorosa e più subdola, capace di avvelenare la vita in casa, al volante, sul lavoro. Non solo le cronache di ogni giorno, ma numerosi programmi di ricerca, condotti in paesi diversi, di culture differenti - continua Picozzi - hanno stabilito che la violenza sul posto di lavoro sta raggiungendo proporzioni allarmanti, in particolare, il settore sanitario risulta uno tra i più colpiti”.

La violenza può colpire tutti gli operatori della salute, uomini e donne, anche se alcune tipologie sembrano più a rischio di altre: il personale dei servizi di emergenza e delle ambulanze, chi opera come guardia medica, o presta servizio in ambulatori isolati; anche lavorare nel campo della salute mentale può comportare un certo rischio, anche se i pazienti psichiatrici, sono più spesso vittime che non autori di reati.

Una delle questioni su cui intervenire è la mancanza di consapevolezza del rischio: medici e infermieri sono abituati a gestire pazienti e malattie in un contesto che considerano sicuro e a preoccuparsi relativamente di minacce e aggressioni. Quando un soggetto minaccia o aggredisce verbalmente un operatore, questi deve perciò essere in grado di contenere e de-scalare la situazione, utilizzando le più opportune tecniche di comunicazione. Il primo passaggio consiste ovviamente nella capacità di controllare le proprie emozioni, quindi, nel saper utilizzare con proprietà il linguaggio, verbale e non: ciò che viene detto e il modo con cui viene trasmesso, può influenzare il pensiero e il comportamento degli altri. Con le parole, la postura e i gesti possiamo accendere uno scontro o disinnescarlo, trasmettere affidabilità e professionalità, oppure, al contrario, incompetenza e insicurezza. Più tempo dedicheremo al dialogo, più crescerà la nostra capacità di gestire qualunque situazione, senza che evolva in uno scontro; rinunciare al confronto, significa perdere un’ottima opportunità per mostrarsi professionali e credibili.

Ma la violenza non si contrasta solo insegnando agli operatori sanitari a gestire l’aggressività dei pazienti. E’ indispensabile creare o riaccendere una cultura del rispetto per chi dedica la propria vita alla cura dei propri simili e porre attenzione ai presidi di sicurezza, alle videocamere di sorveglianza. Rendere certe le pene per chi commette crimini, magari con l’aggravante di agire contro un pubblico ufficiale.
 
Tutte iniziative in grado di contenere e ridurre il rischio, ma non di abolirlo, perché noi tutti, sottolinea Picozzi, operiamo in contesti ad altissimo contenuto emotivo, dove le emozioni dominanti sono il dolore e la paura. E quando a queste si aggiunge la frustrazione e la confusione, dovuti ad una carente o approssimativa organizzazione e sicurezza sul lavoro, il risultato può sfociare in comportamenti pericolosi.
 
Domenico Della Porta
Docente di Medicina del Lavoro Uninettuno – Roma
Delegato nazionale prevenzione e sicurezza sul lavoro degli operatori e delle strutture sanitarie Federsanità ANCI - Roma


26 agosto 2019
© Riproduzione riservata


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