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Tecnici di radiologia. Beux: “Troppi colleghi disoccupati. Serve programmazione e concertazione”

Per il presidente della Federazione nazionale dei tecnici sanitari di radiologia medica i tassi di disoccupazione tra i colleghi stanno diventando “un problema sociale”, ma nelle Università continua ad esserci un surplus di posti a disposizione per colpa di un’errata valutazione del fabbisogno.

07 MAR - La mancata corrispondenza tra il numero di tecnici di radiologia che escono dalle università e quelli che trovano lavoro è ormai così forte da rappresentare un “allarme sociale”. Lo sostiene il presidente della Federazione dei tecnici sanitari di radiologia medica, Alessandro Beux, spiegando che solo per il 2011/2012 i posti messi a bando nelle Università italiane per questo percorso formativo hanno superato di almeno il 27% (quasi 400 posti) le reali possibilità del sistema sanitario di assorbire questi professionisti. “Serve una corretta programmazione, altrimenti il numero di colleghi disoccupati sarà destinato a crescere”.

Presidente Beux, in occasione della messa a bando dei posti per l’anno accademico 2011/2012 avete presentato i vostri dubbi ai ministeri competenti. Cosa è successo?
Abbiamo chiesto di valutare con più attenzione il fabbisogno, perché quello presentato dal ministero della Salute e dal Miur era molto distante dal fabbisogno calcolato dalla nostra Federazione attraverso il costante monitoraggio dei volumi occupazionali delle radiologie, delle medicine nucleari, dei laboratori di emodinamica e delle radioterapie presenti nel territorio nazionale e anche dalla realtà che ci veniva illustrata dai coordinatori dei Corsi di Laurea attivati nel nostro Paese. Abbiamo quindi chiesto di capire le ragioni di una discrepanza così ampia. Parliamo infatti di un surplus di almeno il 27% di posti messi al bando nelle Università rispetto alle capacità del sistema di assorbire professionisti offrendo loro un lavoro.

Il ministero ha ascoltato e compreso le nostre perplessità e le nostre preoccupazioni, ma ha anche ricordato che le sue competenze in materia di fabbisogno si limitano all’elaborazione dei dati che ogni singola Regione invia al ministero. È dalle Regioni che deve arrivare una corretta programmazione.
Che il problema non sia solo una nostra percezione è dimostrato dalle posizioni assunte da autorevoli soggetti terzi quali l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (parere ANVUR del 22 giugno 2011) e il dott. Angelo Mastrillo del tavolo tecnico sulla programmazione posti dell'Osservatorio nazionale per le professioni sanitarie istituito presso il Miur (attività degli ultimi cinque anni).

Ci sono cause specifiche per questa crisi occupazionale nel settore della radiologia medica?
Una parte significativa è da attribuire al blocco del turn over, senza il quale probabilmente questo problema non si sarebbe generato o almeno non sarebbe esploso in modo così grave. Quello che non comprendiamo è perché non si sia tenuto conto anche di questo aspetto. I Piani di rientro, infatti, sono in vigore ormai da alcuni anni ed è evidente che il fabbisogno formativo si sarebbe dovuto calcolare anche su questa nuova situazione. Non averlo fatto ha acuito ulteriormente le difficoltà occupazionali della professione. E quello che preoccupa è che ancora oggi le Regioni credono che non sia necessario intervenire.

Ma voi non la pensate così…
No, per diverse ragioni. Il ricambio non sarà comunque immediato e automatico. C’è anche un motivo che potremmo definire “qualitativo” che rende necessario ripensare radicalmente la programmazione del fabbisogno formativo. Le professioni sanitarie, infatti, sono cambiate e cresciute in termini di complessità delle competenze. Non è quindi più possibile fare un mero ragionamento numerico sul fabbisogno, ma occorre iniziare a definirlo sulla base dei modelli organizzativi in cui le figure dovranno operare: come si fa a quantificare il numero di TSRM necessari se non si hanno le idee chiare su cosa dovranno fare e all'interno di quali modelli assistenziali e organizzativi saranno chiamati ad operare?
Ci pare che oggi gli assessorati non abbiano una chiara e approfondita fotografia dei contesti organizzativi e del grado di coinvolgimento delle professioni sanitarie, e così si perpetua con l’errato meccanismo di programmare l’attività formativa solo in relazione alla quota stimata di pensionamenti.

Un’immediata corretta programmazione permetterebbe di aggiustare il tiro e mettere fine alle criticità?
Sono convinto di sì. Se è vero che c’è un allarme, infatti, è però anche vero che se non lo si aggrava, nei prossimi anni questo potrebbe rientrare grazie alla ripresa delle assunzioni e al considerevole numero di colleghi prossimi alla pensione. Quello che bisogna evitare è il perpetuare degli errori fatti fino ad oggi. Occorre realizzare subito una corretta programmazione, attraverso una reale concertazione tra le istituzioni, centrali e regionali, ma anche con un concreto coinvolgimento delle categorie professionali. Tale programmazione infatti non dovrà essere solo in termini numerici ma, come accennavo prima, anche in termini di sviluppo e valorizzazione della professione. Il TSRM ha vissuto negli ultimi anni una crescita tale da poter essere protagonista all'interno di nuovi modelli assistenziali, garante di qualità, sicurezza ed efficacia degli interventi di propria competenza e, così facendo, contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario, sia ospedaliero sia territoriale e domiciliare. Il futuro della sanità passa anche dalla valorizzazione delle professioni sanitarie, tra queste il TSRM.

Quindi maggiori responsabilità.
Esattamente. I TSRM sono pronti ad accettare questa sfida e chiedono che gli sia data l’opportunità di dimostrare pienamente le proprie capacità e l’importanza del proprio valore all’interno del sistema sanitario.

La Federazione chiede anche il riconoscimento di un proprio Ordine professionale?
No se questo significa solo un cambiamento di nome. Ma sì se essere un Ordine vorrà dire compiere anche un passaggio sostanziale: nuovi meccanismi di rappresentatività, interna ed esterna, strumenti di controllo disciplinare, più peso nella progettualità e realizzazione del sistema, definizione dei bisogni formativi ECM e, soprattutto, certificazione periodica delle competenze possedute dagli iscritti.

Chiedete di avere voce in capitolo.
Quello che chiediamo è di essere concretamente parte del confronto con il ministero della Salute, con il ministero dell’Istruzione e anche con la Conferenza Stato Regioni, preferibilmente allo stesso tavolo. Troppe volte, infatti, in sanità si assiste al fallimento dei progetti a causa della troppo marcata separazione tra la programmazione centrale e l’autonomia organizzativa regionale. I due livelli istituzionale devono lavorare insieme. Anche con la collaborazione delle categorie professionali. Il sistema va visto nella sua interezza. Solo facendo avanzare insieme l’aspetto politico, quello organizzativo, quello formativo e quello operativo è possibile trasformare i progetti in servizi concreti e di qualità. Solo lavorando insieme è possibile rispondere correttamente alle esigenze dei cittadini, del sistema sanitario e delle categorie professionali.

Ci sono segnali che facciano prevedere la realizzazione di questa concertazione?
La nostra Federazione collabora con i ministeri della Salute e dell’Università; in seno a quest'ultimo lo scorso 21 febbraio si è insediato il nuovo Osservatorio nazionale per le professioni sanitarie che rappresenta non solo un riconoscimento ma anche uno strumento operativo. Il mio auspicio, ora, è che ogni componente istituzionale coinvolta nella formazione e nella programmazione delle attività delle professioni sanitarie camminino con lo stesso passo, sia in termini di orientamento che in termini di tempistica. Perché non basta programmare, bisogna anche realizzare, nei tempi più brevi possibili.
 
Lucia Conti

07 marzo 2012
© Riproduzione riservata


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