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Riforma lavoro pubblico. Cavallero (Cosmed): “Per prima cosa superare i contratti atipici”

Per il vice coordinatore Cosmed il superamento della precarietà resta il primo obiettivo della riforma che non deve appiattirsi sul ddl Fornero. Patroni Griffi precisa che il documento sul lavoro flessibile è solo un’interpretazione delle norme attuali. Pronta nuova bozza di intesa sulle relazioni sindacali

05 APR - “È positivo il fatto che al tavolo di confronto siedano non solo il Governo e le organizzazioni sindacali ma anche le Regioni, cosa che non accadeva ormai da anni. Perché per quanto continuino a chiamarci Statali, sono le Regioni i nostri veri datori di lavoro ed è con loro che dobbiamo confrontarci. Allo stato attuale, però, il confronto è ancora prematuro e i documenti che ci sono stati consegnati troppo vaghi. Aspettiamo di vedere cosa accadrà e auspichiamo di trovare la volontà politica di migliorare il pubblico impiego e dare soluzione al precariato”.
 
È così che Giorgio Cavallero, vice coordinatore Cosmed, illustra al nostro giornale l’andamento degli incontri che le OoSs stanno avendo con il Governo, rappresentato dal ministro per la Funzione Pubblica, e le Regioni per la riforma del lavoro pubblico. Che si incontreranno di nuovo la prossima settimana.

Dottor Cavallero, sono iniziati i lavori del tavolo di confronto con Governo e Regioni…
E questa è già una novità assoluta. Il Comitato di settore delle Regioni, Province ed Enti locali, infatti, non sedeva al tavolo da anni. Le Regioni, infatti, non avevano siglato l’intesa sul nuovo modello contrattuale approvato nel 2009 e si sedeva quindi a un tavolo della contrattazione dove la parte datoriale, statale e regionale, era divisa. Vale peraltro la pena di sottolineare che continuano a chiamarci statali, ma di fatto i nostri veri datori di lavoro sono le Regioni. La loro presenza è quindi una condizione necessaria per chiudere i contratti.

Oggi, finalmente, possiamo farlo, anche se non so dire in base a quale precedente confronto tra Governo e Regioni questo sia stato reso possibile.

Nel corso dell’incontro di ieri avete parlato del documento con cui il Governo ha illustrato la compatibilità tra la Riforma Fornero e quella del lavoro pubblico?
Il ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi, ha spiegato che si tratta semplicemente dell’interpretazione del ministero sull’applicabilità al lavoro pubblico delle norme presumibilmente contenute nel Ddl Fornero. In realtà, la legge Biagi del 2003 prevedeva che il ministero per la Funzione Pubblica dovesse, entro sei mesi, sentite le OoSs, approvare un decreto in cui stabiliva quali forme di lavoro flessibile potevano essere applicate al lavoro pubblico. Questo non è mai stato fatto e quindi assistiamo oggi a una contraddizione, perché da un lato la legge Biagi ormai da 10 anni non trova un’applicazione formale nel settore pubblico, dall’altro la legge Fornero, che poi non è neanche ancora legge, è già oggetto di interpretazioni per adattarla al pubblico impiego.

L’intento del Governo sarebbe comunque questo?
Sì, ma la discussione è ancora preliminare e poi bisogna valutare alcune cose. Questo decennio di vuoto normativo ha prodotto, in sanità, una montagna di contratti atipici di dubbi legittimità. Ricordiamo infatti che l’articolo 97 della Costituzione, che cita “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso”, non si vede come possano esserci nella Pubblica Amministrazione migliaia di precari.
Se si vuole trovare una soluzione, il Governo deve anzitutto dimostrare la volontà di affrontare seriamente il problema del precariato, di uscire dalla logica di tagli lineare, di stabilire quali sono i servizi essenziali e di avere un fabbisogno di organico in grado di assicurare questi servizi.

Ha dei dubbi sulla volontà
Dico solo che se il precariato non l’ha fermato la Costituzione, riducendolo a poche unità legate alle stagionalità o ad altre ragioni eccezionali, non ci possiamo certo aspettare noi di fermarlo con quattro righe scritte male intorno a un tavolo. Ma se c’è la volontà politica, si possono fare molte cose buona.
Ricordiamo, peraltro, che il problema dei precari non è solo un loro problema. Se non ci fossero i precari, molti servizi essenziali non riuscirebbero ad erogare le prestazioni. Il precariato è un problema anche del cittadino prima ancora che dei lavoratori precari stessi. E del sistema stesso. Perché una funzione pubblica gestita dai precari finisce per essere anch’essa precaria.

Vi è stata anche presentata una nuova bozza di intesa in materia di relazioni pubbliche. Siete soddisfatti di questa nuova versione?
Generica era e generica resta. C’è stato sicuramente un gesto politico saggio, che è stato quello di eliminare l’accenno all’Accordo del 4 febbraio 2011 per la regolazione del regime transitorio conseguente al blocco del rinnovo dei contratti, dal momento che non fu sottoscritto né dalle Regioni né da molte confederazioni tra cui la Cosmed e la Cgil. Mi sembrava francamente inutile riesumare protocolli che non avevano raccolto l’approvazione né della parte datoriale né da quella dei lavoratori.

Nella bozza si è anche sottolineato che le nuove regole per i contratti flessibili nella PA dovranno tenere conto della specificità di alcuni settori. Questo è un punto su cui i sindacati della sanità hanno sempre insistito. Siete dunque soddisfatti?
È evidente che debba essere così e non è una questione corporativa. È assurdo, ad esempio, che per i medici sia previsto il profilo di apprendista, che negli ospedali non ha alcun senso, perché si tratta comunque di persone laureate chiamate a svolgere un lavoro. Simili forme di contratti flessibili in sanità non ha alcun senso.

In definitiva, però, ad oggi le proposte del Governo non vi soddisfano.
Siamo soddisfatti che finalmente ci sia un tavolo con la controparte, che è il minimo che ci si aspetterebbe ma che invece rappresenta una grande e positiva novità. Siamo soddisfatti anche del lavoro fatto dal Ministero con quel documento a livello di ricognizione legislativa, perché le leggi dicono quello ed è una base corretta da cui partire. Ed è ottimo il riferimento fatto alla legge Biagi 2003, che è quasi un atto di autoaccusa per non avere ottemperato a quanto stabilito dalla legge stessa. Sui contenuti, però, è ancora tutto da vedere e le proposte presentate dal Governo ancora troppo generiche per una reale valutazione.

Avete comunque avuto l’impressione che il Governo e delle Regioni vogliano barricarsi sulle loro posizioni o i giochi sono tutti aperti?
Nessuna impressione di volersi barricare. Ci è stato anche detto che la legge 150 (la cosiddetta Brunetta) non è un tabù. Il che non significa che sarà cambiata, però vuol dire che si può anche cambiare. I giochi sono tutti aperti.
 
Lucia Conti
 


05 aprile 2012
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