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Emergenza territoriale 118. Di Domenica (Sis 118): “Avanti tutta con la riforma presentata dal M5S”

di Giuseppe di Domenica

Auspichiamo che il disegno di legge davvero moderno, organico e completo di riforma legislativa del Sistema 118 incardinato nei lavori parlamentari dalla Senatrice Castellone, venga quanto prima discusso e tradotto in legge dello Stato, ben aldilà di tutte le problematiche di lobby sanitaria, nelle cui paludi tormentate il Sistema è purtroppo finito, nell’esclusivo interesse della popolazione tutta.

30 GIU - Leggendo gli ultimi interventi sulla stampa riguardo a pareri personali sul DDL “Riforma del Sistema di Emergenza Territoriale 118”, si evidenzia come taluni continuino a riproporre, in questi giorni, a volte in modo stantio, luoghi comuni, ritenendo che la ripetizione sistematica di concetti non riscontrati iscontrabili ed autocertificati alla fine generi realtà scontate, in cui si applica, sistematicamente, la modalità frame di Lakoff, cioè in forma “on” quando si deve sostenere le proprie idee ed in forma “off” quando si debbano mettere in dubbio quelle che non piacciono.
 
Noi amiamo, invece, utilizzare il metodo scientifico ove ad ogni evento vada associata contestualità, prova ed anche verifica negativa del concetto; cerchiamo di costruire pareri dotati di base logica e numerica, nutriti su base esperienziale diretta, sostenuti da evidenze documentabili di risultato.
 
Se è vero che in trent’anni il Sistema 118 è andato avanti, certo non si è evoluto, intendendo per “evoluto” il termine stretto di “organismo giunto al suo pieno sviluppo”.

 
Si sono create, in questi decenni, situazioni più simili ad un costume di Arlecchino che ad un sistema organico di soccorso sanitario territoriale: mentre per un infarto il mio soccorso sarà standardizzato nei Pronto SoccorsoDEA italiani, il trattamento in emergenza del paziente sul territorio, sarà diverso non solo da provincia a provincia ma addirittura all’interno della stessa città.
 
Gli standard della SIS 118 per noi partono esclusivamente dalle necessità reali, e pienamente verificabili, della popolazione e non da meri conteggi economici, in questo spero che il COVID 19 abbia fatto emergere nella brutalità degli effetti, come un presunto risparmio della Sanità in questi decenni abbia invece dimostrato risultanza scellerata del più vasto ed improduttivo sperpero di danaro.
 
Se il politico decide, in ultima sostanza, con i conti alla mano, chi e come possa morire prima e chi no, il medico ha il dovere di fornire la sua collaborazione basando i suoi assunti sugli studi, sulle evidenze scientifiche e sui risultati gestionali, finalizzati al miglior risultato possibile in termine di salute.
 
Iniziamo con la più classica delle contestazioni al nuovo disegno di legge, la presunta diatriba 112/118. Va premesso che non esiste alcuna pregiudiziale: il 112 è stato acquisito di fatto dal Ministero degli Interni e questo dato di fatto non è contestabile in alcun modo (peccato che non sia possibile interagire dialetticamente a causa della presenza di consulenti unici di tipo sovietico); si chiede solamente di poter far accedere la popolazione in caso di emergenza sanitaria, senza costi aggiuntivi, come chiaramente sancito dalla legislazione europea, direttamente al numero 118, considerato che le chiamate per emergenze – urgenze sanitarie rappresentano già oggi la stragrande maggioranza delle chiamate inoltrate dai cittadini italiani.
 
Il modello nazionale 112 è ancora lungi dall’essere anche paragonabile a quello in funzione in Europa (in materia basta leggere qui), e presenta numerose criticità operative, che possiamo anche ritenere saranno risolte, ma in quale futuro non è dato sapere.
 
Andiamo dalla geolocalizzazione ai tempi di attesa al telefono, che per quanto razionalizzati e ridotti, rappresentano sempre e comunque un allungamento del tempo totale di contatto con il servizio, con un sistema generale di emergenza già valutato a suo tempo dal WHO, e comunque poco valutato per il comparto Italia da enti terzi autonomi (spero in questo di essere smentito).
 
Passiamo poi ai presunti ed obsoleti (quale sarebbe il rivoluzionario nuovo modello purtroppo non è dato sapere) modelli operativi su base provinciale “degna della Prima Repubblica”, in questo caso trovo interessante osservare, come tutto il “Sistema Italia”, non solo il Sistema 118 (DPR 27/3/1992), sia basato normativamente su realtà provinciali che per quanto ridotte dalla legge 7 aprile 2014 a nº 56, rimangono pienamente responsabili di una serie nutrita di funzioni operative a cui si associano inoltre le città metropolitane e piccole province per il numero di abitanti. Aggiungiamo poi le raccolte dati dall’ OCSE a quelli dell’evoluzione del COVID 19?
 
Dire obsoleto, senza alcuna evidenza, senza alcun dato, un Sistema che ricalca l’ossatura stessa dell’impianto dello Stato mi sembra quanto meno incauto, così come la considerazione dei poltronifici collegati, che ritengo, a questo punto, vadano estesi per contiguità a quelli di PS, Carabinieri, e così via, visto poi che le centrali 118 smobilitate, alla fine lo sono state nelle funzioni ma non nel personale che è rimasto presente (risparmi, dove siete?).
 
La solida ragione, oltre che i dati delle attività cliniche, che eventualmente produrremo, ci informa e ci assicura in merito alla rilevante utilità del sistema provinciale, considerato che il Sistema 118 del presente e del futuro ha la necessità strutturale e funzionale prioritaria, e ai fini della tutela più appropriata tempo dipendente della salute dei cittadini, in concreto inalienabile, di essere presente capillarmente nei territori, con tutte le sue componenti, a partire dai rispettivi centri di responsabilità, considerando che i mastodonti sistemi unici regionali si sono, al contrario, dimostrati, gestionalmente, lenti, plegici, distanti dalle necessità degli operatori, inutilmente ipercostosi.
 
Si dimentica, artatamente, non volendo ipotizzare il non sapere, che il dipartimento, ai sensi della legislazione sanitaria sia nazionale, sia internazionale, costituisce il modello organizzativo più evoluto di management sanitario esperto e di ruolo, in grado di assicurare, nel contesto di una visione unitaria, integrata e partecipata tra gli attori, comportando peraltro il vantaggio – determinante e facilmente documentabile – di costi ridottissimi rispetto a qualunque altro modello gestionale rispetto ai vantaggi, le modalità di “governo clinico” più efficaci di gestione dei servizi offerti da una Azienda Sanitaria.
 
Veniamo poi ai “sistemi illuminati”, e qui comprendiamo perfettamente la deriva sindacale di una parte infermieristica che intende meramente accedere a posti dirigenziali e di coordinamento generale, incurante di tutto il resto.
 
Vanno contestualizzate, al riguardo, per una comprensione più dettagliata delle questioni, una serie di evidenze, di cui – in primis - la cronica carenza medica dei sistemi sanitari anglo americani (il modello de-medicalizzato è peraltro sempre osannato dall’infermieristica nostrana quale sistema di massima efficienza ed efficacia) i quali per tale carenza hanno demandato funzioni e attribuzioni, che nel nostro Paese sono mediche ed anche infermieristiche, a figure terze, quali gli EMT, pur trattandosi di personale essenzialmente tecnico.
 
Aggiungiamo come queste nazioni abbiano anche emesso un “nurse medical act” per agire su protocolli medici, in autonomia, atto mai pensato dal Parlamento italiano.
 
Forse Germania, Francia e numerose regioni Italiane, con un Sistema di Emergenza Territoriale che prevede la presenza sistematica di medici e di infermieri sulle ambulanze e sui mezzi di soccorso vi risulta inefficace ed inefficiente nell’assistenza tempo dipendente alle proprie popolazioni?
 
Le regioni citate in queste dirompenti “nuove realtà”, sono sempre le stesse: Lombardia, Emilia e Toscana. Qui mi trovo in tremendo imbarazzo a fare qualsivoglia considerazione, anche in funzione delle enormi perdite di vite umane che queste regioni hanno dovuto sopportare e che potrebbero aprire sterilissime quanto inutili polemiche confondenti, mentre attendo seri studi, ovviamente di terzi, sulla reale efficacia ed efficienza di questi nuovi approcci al paziente.
 
Mi rimbombano sempre nelle orecchie le parole di un notissimo medico legale “i protocolli sono come i vestiti acquistati al supermercato, vanno generalmente bene, ma ci vuole sempre un sarto (il medico) per aggiustarli correttamente”.
 
Approcciamoci ora ad un altro difficile, ma solo in apparenza, argomento, quello del medico d’emergenza. Chi è parte dei DEAPS ritiene che la soluzione sia quella di sequestrare ogni risorsa medica dal territorio per portarla all’interno delle proprie strutture, dimenticando le problematiche organizzative di sistema del DEA, che si spalmano sulle rilevanti perduranti problematicità della rete territoriale della medicina generale, specialistica, e di guardia medica, travolta dal lavoro burocratico, ma tutt’ora negletta in tecnologie, aggiornamenti, procedure snelle, gravata da tempi biblici nei consulti specialistici.
 
Aggiungiamo, per la dovuta correttezza, come il Sistema 118 sia un LEA a tutti gli effetti, e necessiti di supporto medico in maniera mirata, conformandola non solo sui numeri del DM 70, basati esclusivamente sul rapporto abitantiambulanze e “poi si aggiusta”, quanto sul più sofisticato indicatore territorio + orografia + popolazione + tempi d’intervento.
 
Si ignora o si misconosce, quindi, assurdamente, il più lecito diritto di macrostrutture sanitarie “gigantesche” ed ipercomplesse del territorio, proprio perché inquadrate dai LEA nella Medicina del Territorio, con personale assegnato di centinaia di unità ad ogni provincia, di avere organici propri dedicati ed autonomi, indipendentemente dalla disciplina culturale scientifica di comune inquadramento, secondo assetto organizzativo peraltro già attualmente posto in essere, ininterrottamente, da ben 28 anni.
 
Dispiace ribadirlo, in questa specie di inatteso, e spiacevole, “tiro alla fune”, ma considerare il serbatoio medico 118 come sistema tampone alle criticità dei PSDEA è vana pretesa e certamente è una non risoluzione dei problemi del Pronto Soccorso nazionale: vanno superate le criticità legate all’OBI, ai ricoveri, ai periodo di picco “emergenziale”, la cui definizione va cambiata considerato che questi “picchi” non sono “picchi”, queste emergenze non sono “emergenze improvvise” quanto fenomenologie cicliche, osservate da decenni, permanenti e ricorrenti, sempre uguali a se stesse ed inesorabilmente sempre più gravi nel più che evidente disastro organizzativo in cui versa il Pronto Soccorso nazionale, dove il solito Sistema 118 fornisce, addirittura, sempre e comunque, le barelle di stazionamento pazienti, cedendo semplicemente le proprie, mentre la popolazione aspetta magari al freddo, con le ossa rotte, sotto la pioggia quando non in condizioni cliniche critiche, l’inaccettabile ritardato arrivo delle poche ambulanze disponibili.
 
Già nel congresso ERC di Stavanger del 2006, si era valutata l’importanza “salvavita” della terapia precoce in ambiente extraospedaliero, afferente intanto alle patologie tempo dipendenti del “quintetto della prima ora”. In poche parole, taluni devono farsi una ragione in merito al fatto che il PSDEA è una parte della catena del soccorso, è un anello della catena, non è “il soccorso”.
 
Auspichiamo che il disegno di legge davvero moderno, organico e completo di riforma legislativa del Sistema 118 incardinato nei lavori parlamentari dalla Senatrice Castellone, venga quanto prima discusso e tradotto in legge dello Stato, ben aldilà di tutte le problematiche di lobby sanitaria, nelle cui paludi tormentate il Sistema è purtroppo finito, nell’esclusivo interesse della popolazione tutta.
 
Mi sono venute alla mente le parole di Winston Churchill “non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare”.
 
In questo caso siamo certi di traguardare entrambi gli obiettivi.
 
Dott. Giuseppe di Domenica
Board Scientifico Nazionale SIS 118

30 giugno 2020
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