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Viaggio nelle professioni sanitarie. Podologi, intervista al presidente Vito Michele Cassano 

di Lorenzo Proia

“Nonostante i passi in avanti sul piano legislativo (autonomia, titolarità e responsabilità) e formativo mediante i cicli di studio universitari il profilo professionale del podologo italiano mostra ormai i segni del tempo essendo stato scritto 27 anni fa, e le successive leggi in tema di ‘competenze avanzate’ faticano ad attuarsi e concretizzarsi nel nostro ambito professionale. La podologia necessita di adeguare la formazione universitaria e il profilo professionale agli standard europei ed extracomunitari più elevati”.

02 APR - Proseguiamo il nostro viaggio nelle 19 professioni sanitarie della Federazione nazionale Ordini TSRM e PSTRP. Abbiamo iniziato con gli audiometristi, poi i perfusionisti, quindi i tecnici di neurofisiopatologia. Oggi è la volta dei podologi presieduti nella Commissione d’albo da Vito Michele Cassano.

Presidente Cassano, cominciamo dalla vostra storia professionale.
La podologia, come la conosciamo oggi, nasce in seguito al “riordino della disciplina in materia sanitaria, DLgs 502/92” e al successivo DM 666/94 che individua la figura professionale del podologo con formazione di livello universitario e un nuovo profilo professionale.

Prima di questa riforma i percorsi formativi erano su base regionale e i diplomi e attestati in podologia, conseguiti in base al precedente ordinamento furono resi equipollenti o equivalenti tramite percorsi di riqualificazione professionale.


Le scelte di politica sanitaria hanno da sempre collocato operativamente il podologo nell’ambito della libera professione per la quasi totalità dei professionisti attraverso una distribuzione sul territorio di studi professionali. Poche decine di podologi invece operano alle dipendenze dei Sistemi sanitari regionali.

Qual è l’ambito di competenza del podologo?
Il podologo, ai sensi della normativa vigente, si occupa di prevenzione, valutazione, cura e riabilitazione delle patologie e disfunzioni del piede, derivanti anche da malattie sistemiche.

Senza dubbio il piede diabetico rappresenta la complicanza d’organo più conosciuta e devastante con forte impatto negativo in termini sia economici che sociali che il podologo quotidianamente si trova ad affrontare, sia in strutture pubbliche che private. Le recenti linee guida per la gestione del piede diabetico sono inequivocabili e sottolineano l’importanza della presenza del podologo all’interno dell’equipe medico-sanitaria per la cura di questa patologia, al fine di scongiurare eventi avversi disabilitanti quali le ulcerazioni e le amputazioni, riducendo conseguentemente la spesa sanitaria. A questo grande capitolo si aggiungono quadri patologici a carico del piede nei quali il podologo può agire efficacemente con i mezzi di propria competenza derivanti da malattie reumatiche, neurologiche, geriatriche, pediatriche, dermatologiche e oncologiche, anche come diretta conseguenza della somministrazione di chemioterapici e farmaci in generale, che impattano fortemente sulla qualità della vita degli assistiti.

Ulteriori ambiti di applicazione di recente istituzione sono rappresentati dalla biomeccanica e ortopodologia, dalla podologia riabilitativa e dalla podologia dello sport, che vedono una crescente numero di colleghi specializzarsi mediante percorsi universitari post laurea.

Le vostre prestazioni sono inserite nei Lea?
Purtroppo al momento le prestazioni pedologiche sono essenzialmente escluse dai LEA. Abbiamo realtà virtuose dove il podologo è strutturano nelle aziende sanitarie regionali nei livelli di assistenza al piede diabetico come per esempio in Toscana (con la delibera regionale 1304/2003 e successive integrazioni) o in Umbria, in Liguria o nella provincia autonoma di Bolzano, ma non sono previste prestazioni direttamente riconducibili al professionista podologo.

A tutto questo si aggiunge una realtà di forte disomogeneità sul territorio nazionale dovuta alla riforma del titolo V della Costituzione che non permette l’accesso alle cure delle persone in cura con esenzione per patologie invalidanti in molte regioni.

La formazione universitaria è adeguata, secondo lei?
Nonostante i passi in avanti sul piano legislativo (autonomia, titolarità e responsabilità) e formativo mediante i cicli di studio universitari (laurea, master di specializzazione e laurea magistrale) il profilo professionale del podologo italiano mostra ormai i segni del tempo essendo stato scritto 27 anni fa, e le successive leggi in tema di “competenze avanzate” faticano ad attuarsi e concretizzarsi nel nostro ambito professionale.

La podologia quindi, per garantire le migliori cure ai cittadini, necessita di adeguare la formazione universitaria e il profilo professionale agli standard europei ed extracomunitari più elevati, come in Spagna, Portogallo, Irlanda, Malta, Cipro, Gran Bretagna, USA, Paesi del Commonwealth, dove il podologo/podiatra ha da decenni raggiunto competenze di livello assoluto, che oggi in Italia ci vengono precluse, con la conseguenza di limitare fortemente la libera circolazione dei podologi, come invece avviene per altre professioni in un mercato del lavoro sempre più globale.

Quali sono gli obiettivi per il futuro?
Facendo seguito alle parole della presidente della Commissione europea, Von Der Leyen, che auspica una “unità sanitaria comunitaria” l’obiettivo principale di questa Cda nazionale è quello di promuovere la piena valorizzazione professionale in ogni ambito ridefinendo il perimetro delle competenze attraverso l’adeguamento del profilo professionale contestualmente all’istituzione della laurea magistrale a ciclo unico in podiatria sull’esempio delle succitate esperienze delle altre nazioni Europee.

E al presente invece, quali criticità?
Ad una criticità strutturale come la mancanza di uniformità della presenza del podologo all’interno delle strutture pubbliche, anche universitarie (ricercatori, professori associati e ordinari), e alla mancanza di LEA specifici per le prestazioni podologiche, si aggiunge il dilagante fenomeno dell’abusivismo professionale che spesso viene perpetrato da società di formazione che permettono l’introduzione di materie di esclusiva pertinenza podologica all’interno dei loro programmi formativi.

Di recente l’attività della nostra Cda nazionale ha intercettato e bloccato corsi di questo tipo che venivano reclamizzati su tutto il territorio nazionale, ma è importante che questa attività di monitoraggio e segnalazione e prosegua a livello locale, dove le singole Cda territoriali hanno la capacità di vigilare e incidere fattivamente.

Altra criticità che necessità di essere affrontata nell’immediato è la carenza di linee guida professionali in ottemperanza della legge 24/2017 (legge Gelli) e per questo la Cda nazionale si farà carico di esortare le associazioni tecnico scientifiche e le società scientifiche individuate dal ministero della Salute a produrre i lavori che la comunità professionale richiede da tempo.

Com’è il rapporto con la FNO TSRM e PSTRP?
La nostra Cda nazionale nasce da un percorso di inclusione territoriale che per la prima volta ci vede partecipare alle attività delle neonata federazione. Questi primi mesi sono stati densi di attività di collaborazione atte al graduale inserimento dei podologi nei gruppi di lavoro federativi e alla realizzazione di contributi imprescindibili in sintonia con le altre professioni come sulla Costituzione etica. Posso affermare che nonostante le difficoltà di una macchina organizzativa così grande e complessa il rapporto con la federazione è proficuo e in sintonia con gli obiettivi comuni.

L’ingresso nell’Ordine ha significato miglioramenti effettivi per i podologi?
Sicuramente la struttura ordinistica ha permesso ai podologi di godere di una maggiore tutela a livello territoriale che si è tradotta in una serie di interventi concreti che hanno contribuito ad arginare improprie iscrizioni agli elenchi speciali ad esaurimento di soggetti non aventi i necessari requisiti di legge. Inoltre, in un periodo così complicato come quello dell’attuale pandemia il lavoro congiunto tra la Cda nazionali e il territorio ha portato alla realizzazione di linee pratiche di indirizzo a supporto dell’attività del podologo redatte in seno al gruppo per la sulla gestione del rischio e la sicurezza in sanitaria (GReESS).

Ci sarà ancora molto da lavorare anche per aumentare la ricaduta positiva di questo neo Ordine multi professionale sulla popolazione e sui professionisti stessi, ma penso che le premesse siano buone e che il nuovo Comitato centrale saprà farsi carico delle istanze che i podologi faranno pervenire.

Lorenzo Proia

02 aprile 2021
© Riproduzione riservata


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