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Esclusiva. Paziente morto al San Camillo dopo il trapianto di fegato. Intervista a Nanni Costa (CNT): “L’errore sul gruppo sanguigno c’è stato. Ma non è stato questo a causare il decesso”

A due giorni dalla nota della Regione Lazio sul decesso di un paziente dopo due trapianti di fegato, di cui il primo con un organo appartenente a un soggetto con gruppo sanguigno diverso, il direttore del Centro nazionale trapianti chiarisce le cause dell’accaduto. Ma in ogni caso, dice, la morte del paziente non è dovuta alle differenze di gruppo sanguigno

24 MAG - Sono passati due giorni dalla nota della Regione Lazio con la quale si confermava il decesso di un paziente del San Camillo di Roma al quale era stato trapiantato un fegato appartenente a un donatore con un gruppo sanguigno teoricamente incompatibile.
 
La morte in realtà avveniva solo dopo il secondo trapianto di fegato, effettuato, sempre al San Camillo, a circa un mese di distanza dal primo. La colpa dell’accaduto è stata subito data a quell’errore di identificazione del gruppo sanguigno ma forse le cose stanno in modo diverso.
 
Ce lo spiega Alessandro Nanni Costa direttore del Centro nazionale trapianti che abbiamo contattato nel pomeriggio di domenica al ritorno da una maratona ciclistica di trapiantati d’organo, una delle iniziative del Centro per sensibilizzare e promuovere la cultura delle donazioni e del trapianto e anche a dimostrazione della qualità della vita di chi è stato sottoposto a un trapianto d’organo.
 
“Io ho partecipato come tanti altri – ci dice Nanni Costa – ma a condurre il gruppo erano tutti trapiantati in ottima forma”.

 
Sì direttore, ma al San Camillo questa volta il trapianto è andato male e sembra che la colpa sia di un errore effettuato nel laboratorio dello Spallanzani che ha sbagliato l’identificazione del gruppo sanguigno del ricevente innescando una catena perversa di tragici equivoci che hanno fatto sì che al San Camillo, dove il paziente attendeva il trapianto, sia stato recapitato un fegato di gruppo AB, mentre il paziente in realtà era di gruppo A…
Sì l’errore c’è stato. E’ indubbio ma probabilmente non è stato questo la causa del decesso del paziente
 
Cioè?
Il paziente ha sì ricevuto un fegato proveniente da un donatore con gruppo sanguigno diverso ma abbiamo certezza del fatto che quel fegato era stato accettato dall’organismo del ricevente senza problemi legati alle possibili incompatibilità dovute ai due gruppi sanguigni diversi. Esso infatti ha funzionato per un lungo periodo e la scelta di fare un secondo trapianto non è stata motivata dal sangue diverso ma dal fatto che quel fegato, a un certo punto, ha iniziato a non funzionare più a dovere, a prescindere, lo ripeto, dall’incongruenza del gruppo sanguigno tra donatore e ricevente.
 
Mi sta dicendo che se quel fegato avesse continuato a funzionare bene non sarebbe stato comunque effettuato un altro trapianto per rimettere in linea i due gruppi sanguigni?
Assolutamente no. Anche perché se vi fossero stati problemi legati all’incompatibilità dei gruppi sanguigni avremmo potuto sostituire il fegato dopo pochissimi giorni.
 
Ma i medici che hanno effettuato il trapianto quando si sono accorti che il fegato trapiantato era di un altro gruppo sanguigno?
Già durante l’intervento, al momento della richiesta di alcune sacche di sangue quando in sala operatoria sono arrivate sacche di gruppo A in linea con i rilievi del gruppo sanguigno del paziente effettuati durante l’intervento. Ma a quel punto il trapianto andava comunque concluso a causa del grado di avanzamento dell’intervento e anche perché sono ormai molti i riscontri nella letteratura scientifica e nella pratica clinica di organi di gruppi sanguigni diversi tra donatore e ricevente, trapiantati in emergenza. Senza contare poi che nel trapianto di rene tra viventi è ormai routinario, se le condizioni lo consentono, il trapianto di ABO incompatibili. Tornando invece al caso dello Spallanzani abbiamo attivato d’urgenza una task force composta dal professor Pinna di Bologna e dal dottor Cozzi di Padova che ha guidato il condizionamento immunologico per rendere compatibile il primo fegato trapiantato con un ottimo risultato.
 
E quindi?
Quindi l’errore c’è stato e anche grave. Ma al di fuori del circuito trapiantologico.
 
Si spieghi meglio.
Il caso ha voluto che quel paziente effettuasse una serie di esami due anni fa ai fini di un possibile trapianto presso il laboratorio dello Spallanzani e non presso un centro trasfusionale, tant’è che subito dopo l’accaduto, e parliamo del giorno successivo al trapianto, il Cnt, d’intesa con il ministero della Salute, ha inviato una lettera a tutti centri trapianto italiani per chiedere la verifica che l'identificazione del gruppo sanguigno dei soggetti in lista d’attesa del trapianto fosse stata effettuata presso un centro trasfusionale dando indicazioni di ripetere l’esame laddove ciò non fosse stato fatto. Va anche aggiunto che in ogni caso da oltre un anno tutti gli esami dei gruppi sanguigni dello Spallanzani sono ormai effettuati da un centro trasfusionale. E infine voglio ricordare che un primo audit su quanto accaduto al San Camillo è stato effettuato insieme alla Regione Lazio, al San Camillo e al Cnt, il giorno dopo il primo trapianto.
 
Sì, ma quella scheda era sbagliata.
Lo so, del resto, e non è una scusante ma semplicemente una spiegazione di come sia stato possibile quell’errore al laboratorio dello Spallanzani, va detto che il paziente presentava anticorpi anti B molto bassi, evidentemente sfuggiti all’analisi e che hanno indotto ad una identificazione del gruppo sanguigno sbagliata. Un fattore, quello della scarsa reazione degli anticorpi, che spiega anche il perché del fatto che dopo il primo trapianto non vi siano state reazioni immunologiche significative all’organo di gruppo sanguigno diverso.
Questi sono i fatti a nostra conoscenza e ciò non toglie ovviamente il diritto/dovere dei familiari a volere risposte chiare e certe su quanto accaduto.
 
Cesare Fassari

24 maggio 2015
© Riproduzione riservata


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