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Multidisciplinarietà e multiprofessionalità non sono la stessa cosa

di Calogero Spada

18 MAG -

Gentile Direttore,
l’analisi dott. Chesi richiama più volte la multidisciplinarietà e la multiprofessionalità; pure tale argomentare – come peraltro frequentemente sia ricorrente in ogni contesto sanitario – risulta affetto da ciò che diverse volte sono venuto qui ad evidenziare quale errore di sistema: riferirsi sempre e solo ai medici.

La formula «Questa modalità di lavoro, cioè il lavorare da soli, perlopiù senza confronto con altri colleghi» di fatto svela il delineare un supposto scenario – addirittura generalizzabile – ove ci siano sempre soltanto medici, o quanto meno (e forse molto peggio) non sia coinvolta alcuna altra figura professionale.

Quale logico corollario di tale rappresentazione risulterebbe però che tali due richiamate conduzioni naturali di funzionamento delle aziende sanitarie sarebbero … la stessa cosa.

Sarà davvero così? Multidisciplinarietà e multiprofessionalità sono la stessa cosa? … converrà rivedere la dottrina?

Sappiamo bene invece, anche senza ristudiare la dottrina, quanto ben diversamente stiano le cose in uno dei migliori sistemi sanitari al mondo … mantenendo l’esempio fornito, ai c.d. “front-office” dei pronto soccorso gli utenti non si interfacciano ai medici … e dunque, pure ricordando che la multidisciplinarietà e la multiprofessionalità sono compiutamente ma disgiuntamente ben note almeno fin dall’era spaziale degli ormai lontani anni ’50 e ‘60 del secolo scorso …

Se è vero che la cultura sanitaria di questo paese, elegantemente identificata da Chesi come «debolezza del territorio» al livello popolare, ma anche caratterizzata da incertezze nel ruolo e funzioni del MMG, quindi come problematiche identitarie interne alla stessa “élite” medica, vada riformata e quindi si renda necessaria una convergenza di azioni concrete, primariamente d’ordine normativo, ma anche di un complessivo ordine sociale a catalizzare detto rinnovamento …

E se è altrettanto vero che sono i livelli organizzativi che devono rivoluzionare le «attuali modalità di lavoro» , sistemi che cioè rendano sempre più effettivi i temi di una autentica multidisciplinarietà, che a sua volta renda effettivo il tanto famoso quanto latitante approccio olistico alla persona …

Ebbene, è altrettanto vero che il ricondurre tra gli elementi correttivi del sistema l’adeguamento e incentivazione delle dotazioni organiche – tutte – sia una azione irrinunciabile, per niente in subordine né da subordinare.

Ma soprattutto è altrettanto vero che se l’anelato «terzo elemento» di Chesi è il lavoro in equipe, ove con quella locuzione debba intendersi – un pò diversamente da quanto sostenuto – che la cura viene effettuata da un gruppo “integrato”, cioè da persone che lavorano in modo armonico tra di loro e che condizionano il proprio compito attraverso una continua correlazione fatta di interscambi, di confronti, di contributi, di suggerimenti e di pareri, pure basati su differenze di background e di visioni di ciascuna professione … quindi affatto per modalità “eventuali”: quel «meglio se multidisciplinare e multiprofessionale».

Dunque, occorre anche un “quarto elemento” : che i medici dismettano ogni loro sotteso, celato individualismo: prima intellettuale, poi sociale ed infine professionale; individualismo che se posto a fianco a dette multiprofessionalità e lavoro d’equipe suona come un ossimoro, se non proprio come un mero sottile raggiro.

Pertanto, acclarato anche che non sia affatto in discussione che «Il problema quindi è un problema complesso e riguarda l’organizzazione dell’intero sistema sanitario» , che «occorrerebbe un grosso sforzo anche nel modificare l’organizzazione ospedaliera», ma soprattutto che le evidenze sociologiche, economico-organizzative e gestionali indichino da anni e con insistenza che la strada da seguire è quella già indicata da uno “spolvero” poi mai affrescato: il famoso comma 566 della legge di stabilità 2015 …

Allora – repetita iuvant – c’è una principale responsabilità in capo ai medici: quella di dover agevolare quella emancipazione di fatto (ossia soprattutto socioeconomica oltreché di mere competenze professionali) delle altre figure professionali; facilitare quella autonomia professionale che affianchi la sola ma inefficace – se non proprio vana – emancipazione di diritto ed accademica; sostenere quello sviluppo che non soltanto risolverà i problemi degli uni e degli altri, ma contribuirà anche a realizzare quelle opportunità del citato DM 71, che così come sono è assai probabile – appunto – resteranno soltanto nel libro dei sogni.

Dott. Calogero Spada

TSRM – Dottore Magistrale



18 maggio 2022
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