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La piaga delle liste di attesa chiuse

di Fabio Bernardini

29 SET - Gentile Direttore,
mi chiamo Fabio Bernardini e sono un cittadino che abita in Toscana, a Volterra, piccola città di origine etrusca che appartiene a quelle aree interne che da anni subiscono la costante spoliazione di un apparato sanitario, un tempo diffuso e ben articolato ed oggi ridotto ai minimi termini. Le scrivo per sottoporre alla sua attenzione quello che a mio parere è uno degli aspetti più critici del funzionamento del sistema sanitario pubblico, almeno in Toscana: il Centro Unico Prenotazioni (CUP). 

Come moltissimi miei concittadini posso parlare per esperienza diretta. Nel mio caso per ottenere la prenotazione per un intervento specialistico di chirurgia ambulatoriale, sono dovuto tornare fisicamente al CUP ben quattro volte. Fisicamente perché l’Asl Nord Ovest ha bloccato ogni contatto telefonico tra l’ufficio prenotazioni locale e l’utenza e il riferimento telefonico CUP di Pisa è costantemente intasato. Nelle prime tre occasioni sono stato respinto per la chiusura della lista d’attesa (qualcuno la chiama indisponibilità). Presso il CUP di Volterra il fenomeno risale a diversi anni fa (ben prima dell’era covid-19), è frequente e purtroppo in espansione. Attendendo il mio turno in fila allo sportello, ho potuto constatare che la maggior parte degli utenti viene respinta con la formula della lista d’attesa chiusa. Negli anni questo odioso disservizio è stato più volte segnalato dai cittadini e dagli Amministratori locali ai vertici della ASL competente (Toscana Nord Ovest) e ai vertici della Regione; purtroppo senza alcun risultato.  

Da rilevare che la chiusura delle liste d’attesa idealmente è punita dalla legge 266/2005 art. 1 commi 282 e 284, ma il dispositivo sanzionatorio previsto dalla norma è talmente blando e così agevolmente eludibile da risultare totalmente inefficace. 

È estremamente frustrante trovarsi di fronte all’ostacolo della lista d’attesa chiusa, specialmente se questo stesso impedimento gli viene riproposto più volte, perché una persona sente che il suo bisogno di cure non è neppure riconosciuto come tale. A quel punto il malcapitato ha davanti a sé sostanzialmente quattro alternative. La prima è quella di tornare di nuovo al CUP (chissà quante volte) e ritentare la fortuna, magari chiedendo qualche ora di permesso sul lavoro o, nel caso dei numerosi pazienti anziani, sottoponendosi a faticosi spostamenti e inevitabili file. La seconda opzione prevede la rinuncia, immaginando, se non c’è urgenza, di poter fare a meno della prestazione suggerita dal medico pur di non sottoporsi alla lotteria delle prenotazioni, certamente invalidando buona parte delle politiche a favore della prevenzione che comunque sono trascurate da anni. La terza via consiste nel rivolgersi a qualche conoscente che lavori all’interno della ASL per individuare una scorciatoia attraverso vie ufficiose: una strategia spesso proficua, ma per ovvie ragioni, accessibile solo ad alcuni. Infine, c’è una quarta possibilità, quella sempre più diffusa e praticata: rivolgersi a strutture private, risolvendosi a pagare una prestazione alla quale si avrebbe diritto in ragione del contributo fiscale versato. 

Ma il danno delle “liste chiuse” non finisce qui. A me pare, infatti, che si creino fenomeni distorsivi sulle statistiche relative alle prestazioni sanitarie e ai tempi di risposta misurati. Il mancato tracciamento di una buona parte della domanda di prestazioni falsa i dati di partenza e quindi i risultati di fine anno sulle richieste e le capacità di risposta della ASL rispetto ai bisogni degli utenti. Ovvero se un certo numero di utenti, venendo respinto prima di essere preso in carico, si vede costretto a rivolgersi alla sanità privata oppure rinuncia alla prestazione, è chiaro che tale numero finisce escluso dalle statistiche, che fotografano solo la parte “accolta” dal SSN. Di conseguenza viene a mancare nei computi proprio quel segmento di domanda in deficit di risposta, che allungherebbe i tempi medi di attesa e andrebbe con la propria presenza a peggiorare le performance ufficiali di aziende sanitarie e Regioni. 

Aggiungo un’altra conseguenza negativa, soprattutto per un territorio delle aree interne dotato di un piccolo presidio sanitario come quello della mia città. È dimostrato che se si pone in qualche modo un tetto all’offerta, anche la domanda col tempo finirà per diminuire. In altre parole, se si comprimono le richieste di prestazioni sanitarie, introducendo ostacoli artificiali - come la frequente chiusura delle liste d’attesa – potremmo aspettarci che, col tempo, parte dell’utenza rinunci a cercare risposte o si diriga direttamente alla sanità privata. Questo processo finirà per allentare la pressione sulla ASL, che potrà mantenere più a lungo un organico sottodimensionato e disinvestire in quel determinato territorio, magari, chiudendo qualche altro ambulatorio per - indotta - scarsa utenza.

Mantenere le liste aperte, come prevede la legge, credo che possa essere semplice da realizzare e a costo zero e costituirebbe un significativo passo in avanti sulla strada della correttezza e della trasparenza. Il cittadino, pur quando ottenesse una prenotazione molto lontana nel tempo per la prestazione richiesta, sarebbe tuttavia preso in carico con il vantaggio di non dover tornare fisicamente al CUP e, disponendo di una data sicura, di poter valutare consapevolmente col proprio medico di famiglia se aspettare i termini proposti dal servizio oppure rivolgersi al privato.

D’altra parte così facendo la ASL riuscirebbe a tracciare ogni specifico bisogno sanitario, realizzando il quadro realistico delle necessità di salute del bacino d’utenza in esame. Di conseguenza l’Azienda e la Regione potrebbero ottenere, sulla base di dati esaustivi, il quadro realistico delle proprie performance riguardo alle varie specialistiche. 

In quel caso avremmo a che fare con un’Amministrazione magari inefficiente, ma almeno trasparente, come sarebbe lecito attendersi in una democrazia compiuta. 

Fabio Bernardini
Volterra


29 settembre 2022
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