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22 SETTEMBRE 2019
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Caos nei Pronto soccorso? Se la slow medicine può essere una soluzione

21 GEN - Gentile direttore,
sono un medico internista, da dodici anni lavoro presso il Pronto Soccorso della Azienda Ospedaliera ospedali riuniti Marche Nord, ho letto con interesse l’articolo della studentessa Eleonora Franzini Tibaldeo, sulle problematiche dei Pronto Soccorso e vorrei dire la mia per proporre alcune soluzioni al problema.
 
È vero che il paziente che giunge in Pronto Soccorso nella stragrande maggioranza dei casi non ha nessuna idea di quale sia il suo problema, ed è preoccupato perché pensa di avere qualcosa di grave, spesso i medici di base non vengono neanche consultati e si recano nel più vicino Pronto Soccorso dove si trovano davanti ad una situazione critica per il numero di persone in attesa. Le preoccupazioni alla base di questo comportamento che a volte sfociano in una  vera, anche se latente, nevrosi ipocondriaca, sono legate alla fragilità della nostra società, alla crisi dei valori sui
quali si fonda essa è fondata, alla mancanza di rapporti sociali duraturi sui quali fare riferimento, e ad altri fattori macroeconomici difficilmente risolvibili, come la mancanza di lavoro e di reddito con tutte le preoccupazioni ad esso collegate.

 
Tutte queste tensioni si slatentizzano in una serie di patologie vere o presunte, che la medicina del territorio non è sostanzialmente in grado di risolvere perché non riesce a vedere il nesso tra la patologia e la sofferenza psicologica che vi sta dietro per cui la soluzione è chiedere esami radiologici urgenti per sintomi spesso totalmente aspecifici, chiedere visite specialistiche per lo stesso motivo, tutte in regime di urgenza. Questo comportamento, in una realtà sanitaria che chiude ospedali, taglia risorse e posti letto, porta al collasso, come confermato dall'articolo della collega, per una forbice sempre più ampia tra le richieste di salute dei cittadini e la capacità di erogazione delle stesse da parte di un sistema sanitario in crisi. Il fulcro della forbice, il punto nodale che deve reggere tutto il peso di questa situazione sono i Pronto Soccorso, costantemente intasati, giorno e notte tutti i giorni dell'anno.
 
Eppure, e qui veniamo alla disamina delle soluzioni possibili, credo che una via di uscita sia possibile:  non credo tanto nella capacità della società di educare il singolo paziente a prendersi cura di se stesso, in quanto si trova in una situazione di disagio fisico e psicologico, poiché è convinto di essere affetto da una malattia acuta, di fronte alla quale non è possibile fermarsi a riflettere, altro discorso è una malattia cronica nella quale invece è auspicabile e possibile un approccio consapevole al problema.
 
Per quella che è la mia esperienza credo che la soluzione sia tutta in una parola anglosassone che sta entrando tantissimo in questo periodo la Slow Medicine, (vedi il sito www.slowmedicine.it).
 
Come è possibile effettuare la slow medicine in un settore apparentemente lontano come la medicina di urgenza che ha nella velocità di diagnosi e cura uno dei suoi punti fondanti?
 
Nella mia pratica quotidiana è possibile, e comporta complessivamente una riduzione complessiva dei tempi di attesa, una riduzione degli esami richiesti, una riduzione delle pratiche di risarcimento da parte dei pazienti, ed in ultimo, una enorme riduzione dei costi.
 
Se escludiamo i casi realmente urgenti, i cosiddetti codici rossi, che rappresentano meno del 10% del totale dei pazienti afferenti giornalmente in Pronto Soccorso, con tutti gli altri pazienti è possibile perdere qualche minuto in più nella anamnesi attiva, ovvero nella raccolta di informazioni tramite colloquio con il paziente ed i suoi familiari. Questo è un momento fondamentale nel quale c'è bisogno di una preparazione specifica a cominciare dall'atteggiamento con il quale si accoglie in sala di visita il paziente, e continuare con l'interesse che si pone alle problematiche esposte dallo stesso o dai suoi familiari, per poi effettuare una visita accurata anche se veloce.
 
Il medico interessato ad ascoltare per capire il vero problema dei pazienti spesso riesce ad instaurare un rapporto di fiducia che permette al paziente di rilassarsi quel tanto che basta per iniziare a parlare del suo, dei suoi problemi, che altrettanto spesso, vengono dal paziente stesso ridimensionati. Nella mia esperienza quotidiana, il paziente che si sente ascoltato, spesso dopo ore di attesa e di crescente angoscia e rabbia, presenta un giovamento tangibile del suo stato di salute, e quando questo non succede è il medico che riesce tramite il colloquio a capire meglio la problematica, riuscendo così  a dirigere i suoi accertamenti in modo più preciso evitando quindi di chiedere esami inutili e costosi, facendo stazionare qualche minuto in più il paziente in sala visita, ma riducendo complessivamente ed in maniera sostanziale, il tempo complessivo di permanenza in Pronto Soccorso.
 
Questo modo di lavorare porta ulteriori vantaggi in quanto riduce molto la sensazione di inutilità del nostro lavoro, principale causa del Burn-out, vera epidemia che affligge la maggior parte dei professionisti che di questi tempi lavorano in Pronto Soccorso. Purtroppo siamo tutti consapevoli che nessuno insegna ai medici durante il corso di laurea come porsi di fronte ad un paziente sofferente, per cui il problema sarebbe da affrontare alla base partendo dalla preparazione dei futuri medici che come la studentessa Eleonora vengono a contatto con una realtà critica quale quella dei Pronto Soccorso italiani in questo periodo di crisi.
 
Dr. Claudio Molaioni
Dirigente Medico di Pronto Soccorso e Medicina d’Urgenza
Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti Marche Nord   

21 gennaio 2014
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