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Invecchiamento e cronicità? Integriamo l’azione del volontariato nel sistema di assistenza

21 GEN - Gentile direttore,
stiamo assistendo impreparati, oppure semplicemente privi di mezzi economici, ad un cambiamento epidemiologico sostanziale ed epocale all’interno del quale la popolazione italiana, anche grazie alle politiche sanitarie impostate con la legge n° 833/78, ha aumentato di 8-10 anni ed in poche generazioni la propria aspettativa di vita media.
Pertanto, da una parte abbiamo una popolazione sempre più anziana e sempre più sola, per le attuali mutate abitudini di vita, con una prevalenza delle patologie croniche sulle acute e dall’altra parte la necessità, per lo stato, di accentrare le risorse economiche della sanità soprattutto negli ospedali per acuti, con degenze minime e sempre più brevi.
Stiamo insomma assistendo a ricadute assistenziali sul territorio sempre più impegnative a fronte ad un sostanziale disimpegno economico.
La vecchia medicina generale, poi, dopo il cambiamento avvenuto con la scomparsa delle mutue è sopravvissuta mantenendo inalterato il target, ma senza più essere in grado di sostenere l’alto impatto a cui è stata sottoposta, sia per una resistenza naturale al cambiamento che per l’incapacità complessiva dello stato di organizzarsi e incentivare le modifiche, pur essendo assai prodigo nell’aumentare incombenze amministrative e burocratiche, anche al di fuori dei compiti e delle mansioni proprie di un medico.


In sintesi, una offerta di sufficiente qualità clinica, ma di una devastante quotidianità sulle spalle del medico.
Si aggiungano poi la farraginosità della intera macchina socio-sanitaria, ideata e frutto di una lodevolissima iniziativa partita con la nascita della legge quadro 328/2000, dove però alla fine si sommano due debolezze organizzative, quella delle Asl e quella dei Comuni, dovendo entrambe confrontarsi con modelli organizzativi diversi, ruoli, compiti ed obiettivi non sempre ben definiti e con finalità fondamentalmente disgiunte ed il quadro assumerà, più marcati, i tratti della parziale efficienza.
Sappiamo poi che la maggior parte dei pazienti si presentano dal medico di famiglia con problemi spesso poliformi e non solo di salute fisica, ma anche sociale e psicologica. Il ruolo “chiave” delle cure primarie è, però e da sempre, quello di interpretare l’assistenza da offrire rendendola “congrua e coerente” ed impostandola secondo il singolo paziente.
Ma questo momento storico, così legato alle basse potenzialità di spesa ci pone, entro breve tempo, ad un bivio imprescindibile, rinnovarsi secondo principi dove ancora ci sia la presenza della sanità pubblica o demandare alla iniziativa privata, sotto varie forme, la cura e l’assistenza.

Una ipotesi a favore del sistema pubblico vede, prendendo in prestito dal marketing il concetto, il sorgere di una medicina proattiva, ovvero una assistenza capace di riorganizzarsi sia dal punto di vista tecnologico che delle metodologie e soprattutto delle competenze, in modo che il sistema sia in grado di percepire anticipatamente lo sviluppo delle patologie del paziente per pianificare le azioni opportune in tempo. Che non è semplicemente e soltanto prevenire. E che soprattutto vuol dire mantenere alto lo stato di salute dei pazienti abbattendo sensibilmente le spese sanitarie a carico della comunità.
Una organizzazione di cure primarie basata e con al centro gruppi e associazioni di medici con le loro conoscenze cliniche, affiancata e sostenuta da altre strutture, ovvero quelle provenienti dal 3° settore (cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato, organizzazioni non governative, ONLUS) attive nel territorio e con le quali si possa predisporre insieme programmi e controlli dedicati alle cronicità, in grado di intervenire sul paziente, sia prima che dopo le patologie, e con le quali avviare tutte le forme di collaborazione possibili in un ottica di reciproco sostegno nell’interesse unico dell’assistenza ai pazienti.

Assumere l’azione del volontariato nel sistema di assistenza sanitaria vuol dire sommare e quindi potenziare l’azione della medicina generale anche al di fuori del contesto specifico sanitario permettendo, al sistema così composto, di interagire concretamente sulle persone e le famiglie anche sul territorio di provenienza e consentendo di continuare la cura anche dopo, in un sistema capace di andare anche oltre le forme più dirette di terapia, diventando sollecitazione e supporto naturale, sia alle persone soprattutto se disagiate e bisognose di sostegno, così come ai malati di patologie croniche.
Il tutto veicolato, raccolto e costantemente aggiornato attraverso forme di informatizzazione e clinical data base, con un paziente non più “abbandonato” all’interno di un percorso assistenziale autonomo, ma orientato ed indirizzato da un team di medici che ben conosce la sua patologia e dal sostegno e dagli interventi degli operatori del volontariato sociale del territorio di provenienza, in uno scambio continuo di azioni ed informazioni.

Insomma, una soluzione possibile subito, semplicemente e senza costi aggiuntivi, con solo il bisogno di una breve, sintetica e concreta regolamentazione, in un sistema dove si miri più ad integrare, impedendo l’insorgere della malattia sia essa fisica, psichica o sociale, combattendo gli sviluppi “ab initio” e seguendoli nel decorso, lasciando agli ospedali le cure dell’acuto e delle sue iniziali degenze.

Dott. Domenico Crea
Assessore Salute e Politiche sociali
III Municipalità Comune di Napoli 


21 gennaio 2014
© Riproduzione riservata


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