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I medici e il tabù dell’intersessualità 

22 MAG - Gentile direttore,
solo grazie all’intervento casuale di un giornalista ed alla curiosità trash dei media era trapelata nel febbraio scorso  la notizia di un neonat@ intersessuale nel comune di Gela e sul quale si è finito di parlare, come sempre, in modo superficiale e magico solo per qualche giorno, come se il problema riguardasse solo quel caso e solo in quanto neonat@.
 
Si usa “@” per indicare l’ambiguità di genere o meglio la neutralità, evitando così anche nel discorrere l’alternarsi di maschile e femminile, che porrebbe comunque uno dei due generi a prevalere sull’altr@.
 
Bisogna capire subito quali sono i danni di una cultura manichea che divide alla nascita maschi da femmine, dimenticando che non è questa la realtà, ai danni dei propri figli@, senza confondere omosessualità, transessualità e intersessualità. Omosessualità riguarda il desiderio sessuale, transessuali sono le persone che decidono volontariamente di cambiare il proprio aspetto e sesso.
 
Oggi parliamo invece delle persone intersessuali e non sono poche (1/400), e lo sono dalla nascita.

Lo sono sia per frequenti cause genetiche (XXY-XO-XYY), che rendono inutile ogni definizione di genere, sia per cause fenotipiche, con la comparsa nell’adolescenza di sviluppi sessuali ambigui. Sono più rari invece i casi di ermafrodita perfetto (1/10mila nati) in cui alla nascita è già evidente la presenza di genitali esterni misti. 
Per tutti questi neonat@ il genotipo/fenotipo è già di per sé un mélange di maschile e femminile.
 
L’ansia manichea di genitori e pediatri, ginecologi e chirurghi impone a questo punto vere e proprie operazioni di castrazione, in genere nel senso femminile, sulla base di un’apparenza maggiore dei genitali notoriamente ipotrofici dei neonati.
Si usano le stesse tecniche chirurgiche ed ormonali che cambiano il destino delle persone transessuali, e che sono condannate dagli stessi moralisti che poi impongono ai neonati e poi ai minori e quindi agli adolescenti per decenni tale violenza “riparatoria” anche in termini psicologici.
 
Sono le medesime persone intersessuali a chiamare “abuso” le tecniche di trasformazione chirurgica ed ormonale subite in perinatale, perché da adulti hanno spesso sofferto di gravi crisi di identità e talvolta hanno scoperto chi fossero solo andando da un medico, per comprendere la propria infertilità, per informarsi del perché di una cura ormonale seguita solo da loro dall’infanzia o magari per chiedere di cambiare sesso, quando invece quell’altro sesso già gli apparteneva per diritto alla nascita.
 
L’orientamento sessuale e l’identità di genere, nonostante quanto dicano crudeli e ciarlatani anche tra i medici in Italia, non dipende però dal codice genetico o dalla forma dei genitali o dagli ormoni sessuali che girano nel nostro corpo, ma esclusivamente dalla nostra “forma mentis” ed è impossibile predirla guardando un@ neonat@.
 
Chiedono le stesse persone intersessuali di poter decidere loro stesse, e da adult@ o da adolescenti, se cambiare o meno la propria condizione e in quale direzione, secondo le proprie attitudini nel merito sia dell’orientamento sessuale che dell’identità di genere, senza escludere che qualcun@ decida di non cambiare affatto.
 
Rassicuriamo subito medici e genitori: nessun danno fisico o psichico può avvenire al mantenere i genitali ermafroditi, mentre è notorio il danno dell’abuso degli ormoni sessuali durante l’infanzia, in termini anche di sopravvivenza, tanto per cause mediche, quanto per l’elevato rischio suicidario riscontrato fin da quando nell’ottocento si iniziarono codeste inopportune trasformazioni.
 
Il mistero di Gela si infittisce: quanti sono oggi gli intersessuali che subiscono un trattamento violento nel perinatale? Qual è il loro destino durante l’adolescenza e l’età adulta? Chi sono oggi queste persone e quanti sono morte per gli effetti delle cure ormonali dall’infanzia o per suicidio? Perché il SSN nega questa realtà e impone ai genitori la vergogna della nascita e dello sviluppo dei propri figli@ intersessuali (ma anche di quell@ omosessuali e transessuali) senza offrire consulenze adeguate?
 
Per garantire la loro esistenza e il loro benessere è necessario accogliere nella deontologia professionale, da parte della Consulta della Fnomceo, le voci “orientamento sessuale”, “identità di genere” e “condizioni socio-economiche”, applicandole in questo caso alla pediatria e alla ginecologia, come già richiesto ufficialmente attraverso Arcigay e attraverso le pagine di Quotidiano Sanità, senza avere avuto finora nessuna risposta nel merito.
 
Manlio Converti
Psichiatra
Attivista diritti LGBT
Arcigay Napoli

22 maggio 2014
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