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L’Ema “dopo” Rasi. E adesso?

13 GEN - Gentile Direttore,
vorrei proporre una riflessione su un tema che si dibatte in molti vertici aziendali farmaceutici italiani: cosa accadrà all’EMA dopo Guido Rasi? Sappiamo che a metà novembre il direttore generale della European Medicine Agency è stato costretto a dimettersi per un vizio procedurale. Fortunatamente lo stesso Rasi a fine dicembre è stato confermato nel ruolo di “principal adviser” delle strategie dell’Agenzia, potendo quindi offrire per il prossimo periodo una naturale continuità nel “coordinamento dei comitati scientifici dell’Ema”. E’ in un certo modo una soluzione di ripiego nel senso della continuità affinché l’Agenzia, governata ad interim dal tedesco Andreas Pott, possa mantenere la barra nella direzione che dal 2011 gli ha impresso il microbiologo italiano.
 
La sentenza, vorrei ricordarlo, è il punto finale di un percorso avviato da un componente dell’agenzia bulgara, Emil Hristov, che si è sentito escluso dalla shortlist europea che conteneva nel 2011 i nomi dei candidati ritenuti idonei ad assumere la direzione dell’Agenzia. Insomma: Bulgaria batte Italia, 1 a 0. Ma visto che non è una partita di calcio, l’insieme dei fatti ci lascia delle domande e che vorrei condividere con i lettori di QuotidianoSanità: ma davvero un procedimento simile (di immensa banalità) può portare alle dimissioni del direttore esecutivo dell’EMA? Davvero non si poteva fare altro? Forse dietro queste dimissioni si cela il tentativo non troppo velato di dare una nuova direzione di marcia all’Agenzia?

 
Giunto negli uffici londinesi di Canary Wharf nel novembre del 2011, Guido Rasi ha interpretato il suo ruolo con il massimo della dinamicità. Ha iniziato ad ascoltare e parlare con tutti, dando avvio ad un processo di trasparenza senza precedenti, intuendo che solo l’ingresso effettivo degli interessi dei cittadini e dei pazienti avrebbe potuto scardinare la relazione tremendamente ingessata tra mondo medico e produzione farmaceutica. E’ Rasi che ha fortemente puntato sulla rivoluzione rappresentata dalla pubblicazione dei trials clinici. E’ Rasi che ha imposto la stretta europea nei confronti dei farmaci “me too” e che ha invece impostato una politica di fortissima apertura ai generici, che erano già un suo argomento forte quando dirigeva la nostra Aifa. Quello che lui ha fatto non potevano certo farlo i suoi predecessori, pensiamo a Fernand Sauere Thomas Lönngren, perché i tempi non erano maturi ed anche perché i sistemi sanitari si potevano permettere investimenti colossali in medicine non indispensabili. Oggi è tutto differente anche solo dal 2010 e Rasi, le cui scelte sono state spesso fonte di fastidio ed irritazione da parte di brand multinazionali, ha impostato una cultura regolatoria che sta radicalmente modificando la visione di tutte le agenzie europee e che risponde ad una logica che potremmo così semplificare: autorizzeremo solo ciò di cui c’è realmente bisogno, a patto che sia anche economicamente sostenibile.
 
Nel bel mezzo di questa trasformazione, Rasi viene dimissionato: sarà un caso? Provo a fare un’ipotesi provocatoria: è stato “solo” un errore di procedura oppure dava fastidio lui, per la filosofia che incarnava? Che fine faranno gli impulsi che ha dato sui nuovi valori cui improntare il lavoro dei regolatori, sui trials, sugli equivalenti? Ma voglio andare oltre queste domande, facendo una seconda ipotesi provocatoria, forse un po’ complottista, ma di certo non campata per aria visto l’aria che tira: forse Rasi dava fastidio perché italiano? Proprio mentre Guido Rasi lasciava il governo dell’Ema, anche Paola Testori Coggi abbandonava la direzione generale della DG Sanco. In pratica i due italiani più influenti del mondo della sanità europea sono stati quasi contemporaneamente defenestrati.
 
E’ un caso? Sicuramente, ma qui usciamo dal seminato, sarebbe interessante domandarsi se la crisi di reputazione del nostro Paese, è stata una delle cause di queste due dimissioni. Due poltrone di massimo riferimento nel governo della sanità nell’Europa che cambia, sono sicuramente un piatto ambito da molti. Forse l’Italia del semestre di presidenza avrebbe potuto far qualcosa per evitare di contare sempre di meno.
 
Massimo Versace
Direttore generale Ranbaxy Italia Spa

13 gennaio 2015
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