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Comma 566. Superiamo le barriere corporativiste con un dibattito costruttivo

di Giancarlo Cicolini

26 MAG - Gentile Direttore,
il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, in occasione della celebrazione della Giornata internazionale dell’Infermiere, ha affermato: “Le infermiere e gli infermieri sono una componente professionale centrale e fondamentale nel nostro Servizio Sanitario Nazionale. Se il nostro Ssn è considerato per sua qualità il primo dell’emisfero occidentale e il terzo a livello mondiale, un merito importante va sicuramente anche ai nostri infermieri”. Il Sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, sempre nella stessa occasione ha ribadito: “Il ministero è pronto ad accogliere le loro istanze di crescita professionale e per questo farà in modo di trovare un filo conduttore nel rapporto tra professioni che non renda nessuno subordinato a nessun altro”.
 
La stessa Presidente della Fnomceo, Roberta Chersevani, ha sottolineato come, allo stato attuale: “Non serve una legge sull’atto medico….”, manifestando apertamente la volontà di un confronto con le altre categorie professionali, in particolare con quella infermieristica.
 
Tutti segnali positivi che sembravano aprire la strada a un dibattito costruttivo, tra gli attori principali della sanità italiana, nella ridefinizione dei ruoli e delle competenze degli stessi al fine di garantire un miglioramento della qualità delle prestazioni in ambito sanitario per il cittadino utente. Il dibattito avrebbe inoltre portato un riconoscimento di competenze avanzate agli infermieri, come già accaduto da anni in altri paesi ma, mentre nel resto d’Europa ci si impegna nell’evoluzione di nuovi modelli organizzativi che riconoscano il giusto ruolo dell’Infermiere, in Italia si torna a discutere della proposta “D’Incecco”.
 
Il dibattito sulla proposta del Deputato On. Vittoria D’Incecco si è riacceso in occasione del convegno promosso dagli Omceo di Brindisi, Taranto e Bari. Luigi Conte, segretario Fnomceo, rivendica la leadership medica accusando la politica di non coinvolgere gli stessi medici nelle decisioni, cosa alquanto strana vista l’alta percentuale di parlamentari medici, politica che vuole shiftare i “compiti” solo ed esclusivamente per ragioni economiche. La stessa D’Incecco ne fa una questione di suscettibili valutazioni o interpretazioni da parte della magistratura, il segretario Giacomo Milillo, della Fimmg, addirittura afferma che c’è un’aggressione in atto, Mimmo Lodeserto, segretario Anaao Puglia, è consapevole che si mira ad avere prestazioni a costi inferiori a scapito della qualità.
 
È invece notizia di pochi giorni fa, una proposta di legge multipartitica presentata dai parlamentari svizzeri che mira a dare più ruolo e competenze agli Infermieri e a permettere a tali professionisti di prendersi cura dei pazienti, senza che sia sempre necessaria una prescrizione medica. Tale iniziativa è stata accolta con serenità e soddisfazione sia dalla popolazione sia dal mondo sanitario, medici compresi. La realtà Svizzera non vuole far altro che uniformarsi ad altre realtà europee, Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Svezia, solo per citarne alcune, dove da molti anni i modelli organizzativi sono affidati alla gestione infermieristica,modelli organizzativi che affidano agli infermieri la gestione autonoma di specifici processi assistenziali.
 
Ovviamente l’evoluzione dei modelli organizzativi rende necessaria anche una modifica del ruolo dei professionisti con la ridefinizione delle loro competenze. In questi Paesi, prima di implementare nuovi modelli organizzativi, hanno ridisegnato, in primis,le competenze, al fine di definire e valorizzare i professionistiche operano per soddisfare i bisogni assistenziali degli utenti.
 
In Italia, come in molti altri Paesi occidentali dove il crescente aumento della complessità assistenziale, associato al conseguente progressivo aumento dell’incidenza di malattie cronico-degenerative, risulta alquanto indispensabile investire nelle competenze avanzate dei professionisti sanitari, in modo da rispondere in maniera efficace alle richieste dei cittadini utenti che necessitano di una risposta assistenziale sempre più complessa e prolungata nel tempo.
 
Il riconoscimento di competenze avanzate ai professionisti non medici permetterebbe al nostro sistema sanitario di erogare una serie di prestazioni al cittadino utente, sempre finalizzate al soddisfacimento dei bisogni assistenziali che, attualmente, non riescono a essere erogate né in ambito territoriale né in ambito ospedaliero e che, spesso, rimangono “non erogate”.
 
In alcuni Paesi il sistema di stratificazione delle competenze infermieristiche prevede, all’ultimo livello, anche la possibilità di prescrivere farmaci ed esami diagnostici ai pazienti. Poiché la questione posta in questi Paesi (es. Gran Bretagna) non è tanto quella di interrogarsi sui ruoli, ma di facilitare l’accessibilità dei pazienti ai servizi sanitari, è stata concessa la possibilità agli infermieri di effettuare tali prescrizioni con specifici risultati attesi,quali la riduzione dei tempi di accesso alle cure, una maggiore continuità delle stesse e sviluppo del self-care e della sicurezza dei pazienti.
 
Dal punto di vista delle competenze, invece, la situazione italiana appare ancora molto frammentata e carente e necessita di un’urgente legiferazione. Le competenze infermieristiche dovrebbero essere riconosciute nei progressivi avanzamenti e collocate adeguatamente nei diversi livelli organizzativi.
 
Gli stimoli provenienti dagli altri Paesi dovrebbero offrirci degli spunti di riflessione sulle possibili strade da percorrere in Italia. Magari valutando, come avviene già altrove, la progressività e la gradualità delle competenze riconosciute e certificate, in cui vengono considerate anche quelle attribuite agli operatori di supporto, i cui risultati afferiscono sempre alla responsabilità del professionista Infermiere.
 
Sarebbe auspicabile intraprendere percorsi di identificazione delle competenze ai diversi livelli, costruendo un frame work di riferimento, il quale potrebbe costituire la base di un sistema di certificazione (infermiere competente, infermiere esperto o consulente), andando a chiarire il grande contributo offerto da ciascuno, in base all’avanzamento della propria expertise, avendo come elemento cardine un percorso che vada verso i bisogni di salute del paziente e il suo attivo coinvolgimento.
 
Inoltre, i modelli assistenziali di approccio alla persona non possono più prescindere dal cercare di raggiungere anche altri obiettivi indispensabili, tra cui: la maggiore equità di accesso alle cure, la maggiore uniformità di cura su tutto il territorio nazionale con la conseguente riduzione della diseguaglianza sociale, la riduzione del peso della malattia sul contesto sociale e, in generale, una maggiore efficacia ed efficienza dei servizi sanitari. Tutti fattoriche, da esperienze dei Paesi citati, e come documentato dalle evidenze scientifiche, non si ottengono con una semplicistica visione medico centrica, ma attraverso una sinergia continua di tutti i componenti dell’équipe multi professionale e multi disciplinare.
 
Visti i risvolti positivi per la qualità delle prestazioni erogate ai nostri utenti, si ritiene fondamentale e cruciale la necessità dello sviluppo e dell’implementazionedi quei modelli organizzativi atti a colmare quel divario, non più giustificabile dai pochi corporativismi ancora esistenti, che l’Infermiere italiano ha nei confronti dei colleghi europei.
 
Un’Europa che offre sempre maggiori opportunità ai nostri professionisti infermieri neolaureati che, in numero crescente, decidono di lasciare il nostro Paese per lavorare all’estero e che, seppure con molto rammarico come Ipasvi, spesso apprezzano la valorizzazione del loro ruolo rispetto a quanto non accade in Italia.
 
In conclusione, le positive affermazioni del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, del Sottosegretario alla Salute Vito De Filippo e della stessa Presidente della Fnomceo, Roberta Chersevani, riportate all’inizio di questo intervento, dovrebbero essere il punto di partenza per un dibattito costruttivo che superi le barriere corporativiste che rallentano la crescita professionale di talune categorie rispetto ad altre e che, spesso, fanno perdere di vista la finalità ultima della nostra professione.
 
Giancarlo Cicolini
Presidente IPASVI Chieti


26 maggio 2015
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