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Privatizzazione Ssn. La denuncia di Bersani sembra caduta nel vuoto

10 FEB - Gentile direttore,
mi sarei aspettato che la denuncia dell'onorevole Pier Luigi Bersani, "In corso strisciante privatizzazione del Ssn senza che se ne discuta", avrebbe dato adito a più puntuali interventi. Se la sono, invece, cantata solo fra di loro. L'onorevole Federico Gelli, responsabile sanità per il PD, risponde sul suo giornale che : "..aprire una discussione su qualcosa che non è mai stato, non solo voluto ma neanche pensato dal governo ... Parlare oggi di tagli di 3-4 mld o di privatizzazioni è del tutto fuor di luogo". Rincara la dose il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini del PD: " Quest'anno il fondo sanitario nazionale cresce di un miliardo e 300 milioni rispetto al 2015. Questo è un dato di fatto, e non mi pare francamente che possa essere considerato un taglio alla sanità, a meno che la matematica non sia diventata un'opinione".
 
Gli onorevoli non paiono aggiornati sulla narrazione del segretario del loro partito. Il primo ministro Renzi, dopo aver ripetuto per tutta l'estate e l'autunno che "non ci sono tagli alla sanità", subito dopo aver portato a casa il risultato con il Patto di stabilità 2015, grazie alla forza del decisionismo governativo che è passata per il voto di fiducia, all'incontro di fine anno con la stampa ha dichiarato. "in sanità abbiamo risparmiato 5,4 miliardi".


Verosimilmente il premier si riferiva agli stanziamenti previsti per la sanità nel Patto per la salute 2014-2016 firmato fra Stato e Regioni nel luglio 2014.
Lei riportava nel suo giornale, a marzo 2014, un intervento dell'ex sottosegretaria alla sanità del PD Grazia Labate che, dopo aveva ascoltato la relazione alla Camera della Ministra Lorenzin, dichiarava: “E’ un ‘ottima notizia perché con la certezza di risorse: 109,902 Mld per il 2014; 113,452 per 2015; 117,563 per il 2016. E con la capacità di risparmi che per la Lorenzin sono di 10 miliardi ce la possiamo fare ad attuare un cambiamento che da troppo tempo si dice ma non si fa ... a livello europeo nel periodo di crisi 2008-2012 quasi tutte le aziende hanno aumentato i benefit sanitari e sociali del 3,3% rispetto al periodo pre-crisi, e con lo sviluppo delle mutualità, anche Inghilterra, Irlanda e Svezia ... Dobbiamo avere il coraggio di aprire un dibattito pubblico sulla governance del sistema abbandonando la convegnistica di maniera e di interessi sottesi, i LEA sono un diritto sostanziale e non solo scritto sulla carta”.
Da che si deduce che i "risparmi" (cioè tagli) ammontano nel biennio 2014-2015 a 10 mld e 15mln.

Nel settembre o ottobre 2014 in occasione degli ulteriori tagli alla sanità previsti nel patto di stabilità 2014, lei riportava sul suo giornale un intervento della Ministra Lorenzin che sosteneva come un taglio del 3% se limitato al solo bilancio del suo ministero sarebbe stato sostenibile, al contrario se applicato tutto il bilancio sanitario, il Ssn non l'avrebbe retto: il Taglio è stato di circa il 5% annuo!

Per quanto riguarda il ritorno alle Mutue (lo chiamano Welfare Aziendale) il discorso della sottosegretaria alla sanità Labate mostra che è da tempo che se ne discute nel PD, d'altra parte lei ha riportato nel suo giornale, mi pare nel novembre 2013, una parte di un intervento del dott. Letta in un convegno a Roma dove sposava il secondo pilastro (quello privato) in sanità per rilanciare l'economia: come è possibile che l'onorevole Gelli e il Presidente Bonaccini non ne siano informati?

Forse è bene consigliare i due esponenti del PD di parlare qualche volta con il senatore del PD Giorgio Santini membro della Commissione Bilancio del Senato ed ex Segretario Generale aggiunto della CISL che nell'agosto scorso scriveva con entusiasmo la prefazione al libro "Il Futuro del Welfare è in Azienda": "Lo sviluppo del welfare aziendale è al centro del dibattito sul futuro economico-produttivo e sociale dell'Italia. …
 
L'affermazione del welfare aziendale, infatti, è strettamente correlata alla riforma del nostro stato sociale, ai cambiamenti nelle relazioni industriali, al miglioramento dei parametri di produttività e competitività delle 'nostre' aziende, al miglioramento del benessere generale dei lavoratori e delle loro famiglie, all'impulso dato alla crescita di nuovi ambiti produttivi e del mercato del lavoro. Come si intuisce da questa breve carrellata stiamo parlando di un tema di carattere strategico di valore assoluto la cui piena e consapevole affermazione conviene a tutti: alle aziende, ai dipendenti e allo Stato...
 
Conviene alle aziende perché rende praticabile l'applicazione di un modello di organizzazione del lavoro fondato sulla piena valorizzazione delle risorse umane all'interno di un clima aziendale positivo e collaborativo.
Conviene ai dipendenti, perché, in un generale contesto di limitazioni economiche, rende praticabile la strada dell'aumento del loro potere d'acquisto nell'ambito di un diffuso benessere lavorativo e familiare.
Conviene allo Stato, e in particolare alle sue politiche di welfare non più capaci, da sole, di reggere all'urto pesante dell'insostenibilità economica della spesa sociale messa in crisi dall'aumento dei nuovi bisogni e dai vincoli di bilancio”.
 
L'Italia è riuscita, con grande fatica, ad uscire dal sistema dell'assicurazione obbligatoria di malattia (mutue) nel 1978 con la legge di Riforma sanitaria 833 che, in ottemperanza al mandato costituzionale (art 2, art 3 comma due, art 32) trasformava la sanità da copertura assicurativa del lavoratore, con prestazioni garantite diverse per singola categoria, in diritto di cittadinanza con prestazioni uguali per tutti.
 
La discussione invocata da Bersani è sicuramente importante e comunque a 37 anni dall'abbandono del Sistema delle mutue potrebbe essere utile ricordare ai suoi lettori le considerazioni, oltre a quelle ideali imposte dalla Costituzione, alla base dell'uscita da quel sistema.
 
Scriveva Giorgio Ruffolo in un suo opuscolo:
"L’analisi del sistema dal punto di vista della sua efficacia e del suo costo giustifica un giudizio negativo. Il costo sociale della sua mancata riforma è misurato dagli sprechi, che consistono in inefficienze allocative e distributive. La struttura privatistica-sovvenzionata implica una tendenza incorporata allo spreco consumistico. La cosiddetta 'domanda spontanea' degli utenti è deviata dal suo vero scopo, e cioè dal perseguimento di esigenze corrispondenti ai bisogni effettivi di igiene e di salute, verso l’accumulazioni di prestazioni spesso inutili, non di rado dannose, sempre costose. La sua struttura corporativa dà luogo alla formazione di privilegi a favore degli operatori del sistema – mutue, medici, industria farmaceutica – e alla cristallizzazione di interessi politici attorno a queste posizioni di rendita. Il peso dello spreco e dei privilegi, in termini finanziari sta rapidamente diventando insopportabile per l’economia nazionale e per la finanza pubblica. E’ sempre più evidente che operazioni puramente contabili – come il ripiano dei deficit e il consolidamento dei debiti delle mutue – non risolvono il problema, ma si limitano a spostare il peso della crisi nello spazio (p. es., dalle mutue allo Stato) o nel tempo (p. es., dall’indebitamento a breve all’indebitamento a lungo termine).
E’ altrettanto evidente che, prima o poi, la crisi sarà risolta (anche se l’agonia del sistema ha dimostrato una 'vitalità' sorprendente, con effetti gravi di depressione sull’economia e di corruzione sulla politica del Paese)”. "Riforme e Controriforme" Laterza 1975, p 17
 
Dott. Maurizio Nazari
Ortopedico 

10 febbraio 2016
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