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Chirurghi e Assicurazioni. Che valore dare alla propria salute?

12 FEB - Gentile direttore,
non voglio entrare, con questo mio scritto, in polemiche sterili, a difesa di lobby e/o associazioni, oppure offrire il fianco ad attacchi mediatici, inutili; ma semplicemente comunicare a tutti i cittadini italiani il disagio di chi oggi opera nel comparto sanità.

Il comparto Sanità è inteso oggi come sistema, come mondo dell’affare e degli interessi e sempre meno come “tempio delle cure”, o meglio come luogo dove in cui il dovere del medico e degli operatori sanitari è quello di curare secondo scienza e coscienza e diritto, dall’altra, dei cittadini di essere curati.
Quanto sopra è solo la premessa per l’ennesima denuncia di disagio da parte degli operatori sanitari perché della domanda che valore dare alla propria salute?

Domanda semplice alla quale molti rispondono in modo anche scontato: “Valore infinito, inestimabile”.

Certamente questo “valore” è rapportato a dei costi, a una semplice valutazione economica, più che alle necessità o ad altro?

Ebbene il valore della vita umana è assolutamente e decisamente elevato, penso non ci siano dubbi, così come penso non ci siano dubbi sul fatto che chiunque si trovi di fronte alla necessità di accedere al pianeta “cure” del servizio sanitario vorrebbe trovarsi di fronte un operatore della sanità sereno, che pensi solo alla soluzione migliore per il paziente.


Purtroppo non è così, nonostante alla camera sia passata la legge del rischio clinico, i medici  e gli esercenti la professione sanitaria si stanno vivendo il momento più drammatico degli ultimi anni.

Il problema delle ASSICURAZIONI.

I nuovi giudici, giustizialisti del sistema sanitario.

Il sistema di giustizia affaristico che condanna e uccide il sistema sanitario prima ancora delle sentenze dei tribunali, è un sistema degli affari spregiudicato ed incontrollato che i cittadini non conoscono.

Perché anche nel campo della sanità esistono le assicurazioni?

Queste già oggi, di fatto, dovrebbero tutelare le strutture, i medici ed cittadini; con l’approvazione della legge sul rischio clinico saranno rese obbligatorie a tutte le strutture che erogano servizi sanitari; ma le ASSICURAZIONI di fatto NON SONO OBBLIGATE ad assicurare  i medici e gli esercenti la professione sanitaria.

Tant’è che molte compagnie non ritengono economicamente vantaggioso  questo ramo e decidono di abbandonarlo e/o disdettare le polizze in modo unilaterale, o abbandonarlo sic simpliciter, facendo il gioco delle compagnie chi  rimangono  costringendo gli assicurati a pagare dei premi annuali impossibili.

Le stesse ASSICURAZIONI che si propongono alle società scientifiche proponendo in primo momento dei premi di polizze in convezione si arrogano il diritto di valutare la “sinistrosità” dell’assicurando e preventivano per i chirurghi dei premi annuali che vanno da un minimo di 20 mila euro a 147mila euro, senza retroattività, con franchigia di 50 mila euro per ogni eventuale sinistro.

Queste proposte di assicurazione condannano i chirurghi, e in particolare i liberi professionisti, ma altrettanto vero è che chi per prima ne pagherà le conseguenze saranno i cittadini che saranno privati delle possibilità di scegliere ed accedere ad un sistema sanitario libero da condizionamenti.
Anche perché se vero è che ci sono le assicurazioni di categoria, i magistrati hanno delle polizze con premi annuali da 350 euro per anno, vorremmo chiedere perché i medici e gli esercenti le professioni sanitarie debbano pagare così Tanto.

Cosa c’è dietro queste assicurazioni?, assolutamente volte al mero guadagno e alla distruzione, ulteriore, del mondo della sanità, quali sono gli interessi?, a parte gli economici, di chi sono il braccio armato e cosa si nasconde ai cittadini? Chi decide che il medico assunto è più sicuro del libero professionista e quindi costa meno?

Chi decide sugli “arresti domiciliari” di un professionista che non ha mai commesso reati penali?

Se un giovane chirurgo dovesse fortunatamente, o questo punto sfortunatamente, vincere un avviso pubblico a tempo determinato per sei mesi come potrebbe pagare un premio assicurativo le cui somme previste sono il doppio se non il triplo di quelle che potrebbe percepire per i sei mesi di lavoro.
Non sembra, almeno fino a oggi, che nessuno abbia interesse a toccare il  mondo delle assicurazioni, sovviene il pensiero che ci sia qualche malaffare che ai più non è dato a sapere.

Spero che una sensibilizzazione delle coscienze possa finalmente far luce su questo ulteriore obbrobrio che sta per uccidere in modo definitivo il pianeta sanità.
 
Massimo Carmelo Misiti
Ortopedico
Componente del Direttivo nazionale del Collegio dei Chirurghi italiani e della Società italiana di Artroscopia

12 febbraio 2016
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