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Fare più ore in reparto non significa imparare meglio

18 MAR - Gentile Direttore,
abbiamo letto con attenzione la lettera del dott. Maldini in merito alla riduzione dell’orario di lavoro degli specializzandi. L’articolo solleva alcune osservazioni che ci forniscono il pretesto per condividere e ribadire le considerazioni maturate da FederSpecializzandi in ambito di formazione medica, in più occasioni portate all’attenzione della stampa e delle Istituzioni competenti.
 
In primo luogo vogliamo ricordare che non si tratta di una riduzione imposta dall’alto inaspettatamente, ma dell’applicazione, purtroppo tardiva, della Direttiva Europea 88/2003 approvata ormai quasi 13 anni fa in ambito Comunitario.
 
Ci sono poi numerosi passaggi della lettera su cui vorremmo soffermarci criticamente.
 
ll dott. Maldini afferma che “se questi orari saranno confermati, il risultato finale, non facilmente dimostrabile oggi, saranno centinaia se non migliaia di casi di decessi e complicazioni gravi soprattutto nelle discipline che prevedono interventi invasivi”.

 
Come già ricordato in un nostro comunicato, l’orario stabilito a livello europeo, valido quindi anche in Paesi con un’altissima produttività lavorativa, è frutto del recepimento del valore del riposo, che sulla base di una larga evidenza scientifica è considerato indispensabile per svolgere al meglio e in sicurezza l’attività lavorativa.
Questo a tutela della salute del personale medico, ma soprattutto dei pazienti.
 
A lungo termine infatti il rischio di patologie cardiovascolari, tumorali e di patologie psichiatriche quali ansia, depressione e burnout incrementa notevolmente per gli operatori sanitari che lavorano abitualmente 60 ore o più a settimana.
 
Allo stesso modo è dimostrato come a breve termine cali d’attenzione e di vigilanza siano più probabili per chi lavora per più di 13 ore al giorno, con un aumento di potenziali errori clinici, diagnostici e terapeutici.
 
In mancanza quindi del rispetto di tali indicazioni di orario, sono presenti dati che confermano l’aumentato rischio di errore professionale a breve termine e l’aumentato rischio per la salute del professionista a medio/lungo termine.
 
Attribuire di conseguenza un incremento di complicanze e addirittura di mortalità ospedaliera alla riduzione delle ore di lavoro degli specializzandi è un asserzione logica pericolosa perché dà adito all’idea secondo la quale il medico in formazione specialistica deve incaricarsi di tutte quelle mansioni che competono invece ai medici strutturati.
 
Il problema della forza lavoro all’intero del SSN è grave e improcrastinabile, ma si risolve con una pianificazione adeguata delle risorse umane sin dall’accesso al corso di laurea e con l’avvio di un sistematico processo di assunzione di personale sanitario, non con un sovraccarico scriteriato di coloro che sono meno qualificati e che devono avere il tempo di formarsi con un processo di progressiva acquisizione di competenze e responsabilità.
 
Sentiamo poi di dover ricordare con forza al dott. Maldini, prendendo in prestito il postulato dell’iniziativa Choosing Wisely, che trascorrere tanto tempo in reparto non significa automaticamente imparare di più.
 
Molti specializzandi trascorrono giornate intere a svolgere mansioni non idonee e non pertinenti al loro percorso pedagogico, i piani formativi sono mal strutturati, la didattica è relegata spesso in secondo piano e non vengono svolti adeguati momenti di verifica delle competenze acquisite, essendo la cultura della valutazione nel nostro Paese quasi del tutto inesistente.
Il problema è trasversale a tutte le specializzazioni e si accentua per quanto riguarda le scuole chirurgiche, come ben noto.
 
Soffermarsi sul dato quantitativo semplifica ingenuamente la reale dimensione del problema della formazione medica, che soffre soprattutto di carenze di tipo qualitativo.
Non si tratta di focalizzarsi sul numero di ore, ma su come queste vengono impiegate: svolgerne 120 a settimana come riporta il dott. Maldini (dato che francamente ci pare esagerato e poco sostenibile) piuttosto che 48 non è una garanzia assoluta, anzi rischia di essere pericoloso per sé stessi e per i propri assistiti, come già ricordato.
Sia chiaro, ciò non vuole essere assolutamente una giustificazione per sostenere a priori la riduzione dell’orario di lavoro, ma una riflessione sul livello qualitativo delle scuole di specializzazione italiane e sulla necessità di interrogarsi su quali siano i reali parametri per valutare l’efficacia della formazione.
 
L’equazione secondo cui più tempo si trascorre in ospedale migliore sarà la preparazione è dunque pretestuosa e rischia di giustificare implicitamente l’atteggiamento presente nella maggior parte dei reparti in cui alla mancanza strutturale di organico si sopperisce, adducendo l’apprendimento come giustificazione, mediante un inadeguato uso del tempo e delle risorse degli specializzandi, i quali vedono ridursi progressivamente i propri spazi formativi.
 
Un ulteriore assunto che è necessario tenere a mente, che qui tuttavia non intendiamo sviscerare, è che i confronti con realtà internazionali sono sempre di grande importanza e consentono, guardando al di là del proprio giardino, di affinare la percezione dei problemi che si hanno in casa.
Tuttavia se non condotti con una giusta contestualizzandone e senza porre in evidenza le differenze intrinseche dei sistemi posti a paragone, come il Servizio Sanitario Italiano e il sistema sanitario degli Stati Uniti, rischiano di portare a conclusioni distorte ed inclini ai sensazionalismi.
 
In ultimo vogliamo comunque specificare che l’applicazione agli specializzandi della normativa sull’orario di lavoro, pur corretta e auspicabile, non risolve il dilemma cronico del complicato equilibrio tra formazione e lavoro.
La figura dello specializzando concentra su di sé sia l’aspetto lavorativo che formativo e l’estrema difficoltà nel caratterizzarli meglio dal punto di vista qualitativo e quantitativo sta alla base della difficile definizione degli stessi, e quindi dell’impossibilità ad individuarli univocamente.
Occorre quindi intraprendere un percorso che porti alla migliore definizione dei momenti con cui si apprendono e si valutano le competenze del medico in formazione; solo caratterizzando meglio questi processi sarà possibile combinarli adeguatamente all’attività clinica.
 
Per concludere, condividiamo l’idea che per motivare un medico giovane occorra trattarlo con rispetto e farlo lavorare, insegnando gli imprescindibili cardini etici della professione, ma si tratta di una condizione necessaria e non sufficiente: bisogna prima di tutto mettere in atto modalità per valutare non quanto si sta in reparto, ma come si sta imparando ad essere medici.

Dott.ssa Giulia Bartalucci, dott. Stefano Guicciardi, dott.ssa Noemi Bazzanini, dott.ssa Valentina Ferraro
Ufficio di Presidenza di FederSpecializzandi

18 marzo 2016
© Riproduzione riservata


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