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Si faccia lavorare le strutture in orario istituzionale, dopo si parli di intramoenia

08 APR - Gentile Direttore,
la discussione sull'attività intramoenia lanciata dall'abile presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, rischia di diventare un terreno scivoloso perché - come sempre accade quando non si vuole scavare troppo - pare che la proposta riguardi esclusivamente i medici: chi sta dentro e chi sta fuori, appunto, dai muri delle strutture sanitarie. Il ragionamento dovrebbe partire da un concetto etico per arrivare a un risultato che dall'etica di substantia a favore delle necessità dei cittadini che della sanità pubblica hanno bisogno. Etico perché non dovrebbe ruotare sul "vil denaro" bensì sulla competenza professionale da mettere a servizio del paziente.
 
Questa mattina sentivo alla radio un medico che diceva: "Dobbiamo valorizzare il ruolo dei medici all'interno delle strutture e per far questo, chi sceglie il pubblico per il privato dovrebbe essere pagato almeno come un calciatore di calcio di una squadra di serie B". Prendiamo atto che la richiesta, per fortuna, non è quella dei lauti compensi ricevuti dai giocatori di serie A, ma detto questo non un accenno alla qualità, non un accenno alla pretesa che il Servizio sanitario pubblico formi con attenzione tutti gli operatori. Non un accenno al fatto che a forza di contrarre il piano delle assunzioni, siamo al punto di vedere sottoutilizzate le strutture pubbliche, non riuscendo a coprire i turni di servizio, avendo problemi a "concedere" le ferie. Niente di tutto questo.

 
Il problema è solo di pecunia: che non olet, per carità, ma non può essere nemmeno l'unico termine di paragone, l'unica richiesta, l'unica merce di scambio. Rossi ha pure ragione (a parte che mi piacerebbe sapere dov'era quanto Rosy Bindi lanciava l'aziendalizzazione delle ex Usl dagli studi di Porta a Porta) ma prima di tutto dobbiamo partire da far funzionare il servizio sanitario pubblico durante l'orario istituzionale; perché il dubbio è che non si voglia o possa per carenza di personale. O per altri motivi che francamente mi turbano assai. Perché ci sono tanti modi per non far funzionare le cose e uno, lo stiamo vedendo, è quello di smontare piano piano l'esistente.
 
Non assumere più è un tassello che gioca un ruolo decisivo. La cosiddetta razionalizzazione è un concetto troppo astratto: cosa significa se poi va a cozzare con le esigenze di un servizio che funziona perché transita, appunto, da non assumere? Perché, oggi, una struttura di diagnostica territoriale deve lavorare cinque mattine su sei, rimanendo chiusa per il restante tempo? E' una scelta dettata dalla famigerata razionalizzazione oppure una scelta politica? E se trovo chiusa quella struttura, cosa posso fare, come cittadino, a ottenere la prestazione in tempi brevi? La chiedo in extramenia, dove magari la ottengo assai prima. Oppure, eccolo apparire, mi rivolgo al convenzionato privato. Oppure, pago per intero, sempre il privato.
 
Allora il problema dello stare fuori o non starci, dipende esclusivamente da una scelta: quella di far funzionare in primis le strutture in orario istituzionale e soltanto dopo ricorrere all'attività intramoenia. Quale privato, in qualsiasi settore, terrebbe spente le proprie attrezzature per ore e ore? Se Enrico Rossi agirà in tal senso avrà detto (e fatto) come lui stesso ha dichiarato, "qualcosa di sinistra". Altrimenti sarà stato solo un esercizio dialettico utile alla politica dei buoni propositi ma che poco, ahimè, si coniuga con le esigenze dei cittadini bisognosi di una sanità, anzi, di un diritto alla salute garantito dalla nostra preziosa ma bistrattata Carta costituzionale.
 
Maurizio Guccione
Tecnico di Radiologia Medica
Giornalista 


08 aprile 2016
© Riproduzione riservata


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