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Infermieri. Nella guerra sul Codice io sto con Pisa

25 APR - Gentile Direttore,
le scrivo per esprimere tutta la mia solidarietà al Collegio Ipasvi di Pisa per la lodevole iniziativa relativa all’art.49 del codice deontologico.  Una presa di posizione desiderata, ragionevole e giusta, ma che  ha suscitato una reazione  ingiusta e irragionevole da parte della Federazione nazionale.
 
Vorrei ripercorrere, per chiarezza,  con i suoi lettori la presa di posizione pisana.
Essa  nasce con una domanda  che si sono posti i consiglieri del collegio  di Pisa: “(…) i soggetti ed il contesto per i quali  è stato redatto il Codice deontologico attualmente in uso sono ancora gli stessi?”.
 
In consiglio  ne hanno discusso e dicono: “(…) in questi ultimi anni, v’è stata una profonda evoluzione dei Cittadini e della professione infermieristica accompagnata da una profonda mutazione, e per certi versi involuzione, del contesto sociale italiano e dal nostro confronto  è emerso, alla luce delle recenti sentenze giudiziarie, che il Codice deontologico necessiti, in tempi stretti, di essere revisionato e che pur riconoscendone la funzionalità e l’integrazione  con il codice attuale ed il passato contesto, l’art.49 debba essere disapplicato. Questo articolo, che non trova pari nel panorama dei codici deontologici  italiani, ha finito per essere utilizzato dalle amministrazioni come strumento strutturale per sopperire  con gli infermieri alle carenze organizzative, andando a distogliere le già scarse risorse dedicate all’assistenza”.  

 
Argomentazioni, le ultime, condivise  anche  dalla  Presidente Mangiacavalli (QS, 7gennaio) che aveva scritto, a proposito dei precari, delle risorse scarse e del rinnovo dei contratti: “(…)  Né si può immaginare un utilizzo improprio dei professionisti per far fronte sempre alle carenze. Con la scusa che il personale non c’è e utilizzando come un’arma impropria norme deontologiche scritte per le emergenze  e la tutela degli assistiti, si utilizzano professionisti per funzioni inferiori a quelle previste dal loro livello contrattuale, rendendo questa pratica non una soluzione per l’emergenza, ma un’abitudine”.
 
Un’abitudine autorizzata anche dal nostro codice deontologico, soprattutto se si considera l’art. 49 non a se stante, ma in relazione a tanti altri articoli  del codice stesso che sono inapplicati. Mantenere  un articolo inopportuno  e non fare niente invece perché altri articoli più attuali, necessari  al professionista per fare il suo dovere di professionista, significa  non voler che l’infermiere si renda professionista.
 
Quindi quella norma comportamentale poteva andare bene in epoca di ausiliarità, ma non oggi. Non serve,  se si è  dei professionisti. La schiavitù di cui si parla non consiste tanto  nel far fare cose demansionate, che faremmo ugualmente in momenti di reale emergenza,   ma  nel non volere che si evolva come professionisti,  questa è la vera schiavitù. Perché se gli infermieri diventano critici  e professionisti  chi li tiene più?  Sono tanti, per questo non  ammettono di essere  in ritardo e che è ora di disapplicare l’art. 49 e rifare un nuovo codice deontologico.
 
Il fatto poi che esista una commissione nazionale che se ne sta occupando  rende ancor più grave la vicenda perché verrebbe da chiedersi come mai questa commissione non si sia  mai confrontata con chi dissente. Non è da ora che si dissente. Dissentire non è contestare ed in ogni caso a contestare sarebbero gli infermieri e come tali potrebbero  anche farlo. In democrazia si dissente, si discute ed eventualmente si contesta.
 
Dopo la discussione interna loro, il Consiglio del collegio di Pisa decide, deliberando, di esprimersi, provando a realizzare  un nuovo codice deontologico per poi portarlo all’attenzione di tutti i collegi d’Italia e naturalmente della Federazione nazionale perché riconosce in questa ultima l’organismo che deve raccogliere e sintetizzare le istanze degli infermieri.
 
Tengono a precisare di voler avviare un dibattito partecipato da tutti i portatori di interesse relativi alla professione infermieristica, non in contrapposizione alla Federazione,  ma  come contributo, locale, di contesto, che auspicano possa essere accolto in parte o  in tutto. In attesa che si determini un nuovo codice deontologico decidono  di portare  in assemblea degli iscritti la proposta di assumere l’atteggiamento che disapplichi l’art. 49 del codice.
 
Cosa c’è da punire Presidente Mangiacavalli in questo comportamento? Dove sta lo “sgarro”? Ce lo dica a parole sue perché le parole da lei usate nella lettera al collegio di Pisa e a tutti gli altri d’Italia, per avvertirli, ricordano una cultura che non sembra la sua.
 
Perché punire un collegio che s’interroga su questioni che riguardano i cittadini e chi li cura? Perché punire chi  decide di non essere più indifferente ad una questione che percepisce come  ingiusta  ed anche imbarazzante e la propone ai suoi iscritti per dare loro voce in modo da non sentirsi più inadeguati nei loro contesti di azione. Quali sono i luoghi leciti per discutere e decidere di iniziare a discutere e decidere secondo ciò che gli infermieri, quelli fino ad oggi da voi e dalla dirigenza considerati “atti all’uso” e non al “pensiero”, pensano?
 
E’ stato chiesto più volte e da più voci di fare gli stati generali dell’infermieristica, ma non mi risulta che vi siate degnati di rispondere, non mi risulta che nei vostri consigli nazionali ne abbiate discusso, e  se anche lo aveste fatto, la voce di quali infermieri avete riportato? Si conoscono  tutti le percentuali di partecipanti al voto nei collegi  ed allora se un collegio sente di doversi confrontare e fare proposte ai suoi iscritti dove è che sbaglia?
 
Che male c’è a conservare un “certo senso” della comunità che si serve e poi confrontarsi con il senso di altre comunità per formare il senso della Comunità?
 
Glielo dico io qual è il male: è aver osato far comparire la nozione di pluralismo politico, di pensiero, là dove nessuno si è mai permesso prima di ora. Aver “osato permettersi” di offrire una risposta ad un’inquietudine professionale quando chi per primo avrebbe dovuto farlo ha taciuto.
La presa di posizione del Collegio di Pisa è una relazione sociale che è sfuggita ai rapporti di dominazione. Questo è lo sgarro da punire. Gli infermieri non devono pensare, scegliere, proporre decidere in maniera diversa rispetto agli orientamenti ed ai tempi definiti da coloro che hanno in mano le redini del potere.
 
Vergognoso, amorale, sembra,  il  ricondurre la necessità di  mantenere  l’articolo 49 del codice deontologico a   tutela dei cittadini; giustificazione che sembra disonesta, perché la vera giustificazione non può essere detta esplicitamente.
 
Io sono sicura che nessun infermiere abbia bisogno di quell’articolo per il proprio lavoro, tutti gli infermieri hanno coscienza del loro dovere in termini di tutela del cittadino e doverlo normare li offende e li rende regressivi rispetto proprio a chi assistono.
Sta nell’essere professionista infermiere il giusto comportamento. Allora, secondo voi, le altre professioni che non ce l’hanno  sono da considerarsi  sciagurate e  la professione infermieristica è la sola ad essere deontologica?
 
Inoltre, a favore dei “detrattori” dell’art. 49 del codice deontologico riporto quanto il consiglio internazionale degli infermieri, nella revisione del relativo codice nel 2012, nell’elemento 4 alla categoria delle associazioni infermieristiche raccomanda: “(…..)Fornire direttive, prese di posizione e ambiti di discussione sulle questioni legate alla salvaguardia delle persone qualora la loro assistenza fosse messa a rischio dal comportamento del personale sanitario”.
 
Nel caso in discussione  l’assistenza  è messa a rischio perché il malato non beneficia di quello che un infermiere vero sarebbe in grado di dargli, ma è obbligato a beneficiare di un infermiere “de-capitalizzato” nel proprio lavoro.
 
In una replica il presidente del collegio di Pisa chiede perché i dirigenti infermieri con il comitato dei dirigenti si siano potuti permettere di scrivere un codice loro senza essere puniti. La risposta Presidente è semplice: “perché i dirigenti con gli infermieri non hanno nulla a che fare e poi sono obbedienti”.
 
Si vergognino, allora, con dignità, ma si vergognino coloro che pensano  in maniera così vecchia, patetica e anacronistica dicendo di farlo per  il bene del malato.
 
L’infermiere è un professionista serio, leale a se stesso ed alla propria professione, mosso da una grande motivazione antropologica e, sembra, più serio di chi lo rappresenta o di chi ne fa le veci, e non vuole più che sia “normato” su ciò che è già suo patrimonio morale in quanto professionista. Le eccezioni poi verranno disciplinate caso per caso, come alla Federazione  riesce bene.
 
“Io, non ho dubbi, sto con Pisa”….. i suoi infermieri, i cittadini, i malati.
 
Marcella Gostinelli
Infermiera, Dirigente Sanitario

25 aprile 2016
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