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Le liste d’attesa per le Rems e il pericoloso gioco al rimbalzo fra le istituzioni deputate alla cura/controllo

29 APR - Gentile direttore,
le scrivo alcune considerazioni a proposito delle “liste di attesa” per entrare nelle REMS. Sull’argomento hanno scritto recentemente Pietro Pellegrino su QS, ma anche Damiano Aliprandi su Il Dubbio (“In cella centinaia di malati psichiatrici, aspettando le Rems”). Per sgombrare il campo da ogni equivoco, dirò subito che io, da sempre, sono stato fra coloro che hanno sostenuto la necessità di superare il vetusto e impresentabile sistema degli OPG per i pazienti psichiatrici autori di reato.
 
Per questo ho ideato nel lontano 1999, insieme a Gemma Brandi, la prima Residenza Psichiatrica per tali pazienti e, nel 2001, la Residenza ‘Le Querce’ ha cominciato la sua attività a Firenze. A ‘Le Querce’, finora, abbiamo ospitato un centinaio di pazienti, autori spesso di gravi reati, che provenivano dall’OPG o dal carcere.

 
Ci siamo battuti, negli anni, perché ai “folli rei” venissero garantite opportunità trattamentali che rispondessero ai loro bisogni di cura
e, insieme, che preservassero i pazienti stessi e l’intera società civile dal rischio che, a causa del permanere di una pericolosità sociale sostenuta da profonde alterazioni psichiche, nuovi reati fossero commessi. La Residenza ‘Le Querce’ è diventata un modello per molte altre strutture residenziali, in Italia e all’estero. Gli operatori de ‘Le Querce’ sono abituati a essere accoglienti e trasparenti: è indispensabile che chiunque possa verificare cosa si fa all’interno e come lo si fa. Ci siamo battuti e abbiamo talora anticipato (ai tempi in cui il Tribunale di Sorveglianza di Firenze era presieduto da Alessandro Margara) norme di grande civiltà, come quelle della Consulta che hanno permesso (fino dal 2003) l’adozione per i “folli rei” di misure di sicurezza non detentive al posto dell’OPG/REMS.
 
Voglio inoltre sottolineare la mia completa adesione a talune indicazioni vincolanti delle leggi sul superamento degli OPG (in particolare la L. 81/2014), come quella che indica che la misura detentiva dell’OPG va considerata l’extrema ratio, da adottare quando ogni altro percorso giuridico/trattamentale sia da escludere nella misura in cui non fornisce sufficienti garanzie di controllo della pericolosità sociale del “folle reo”. Mi trovano inoltre completamente concorde le considerazioni di Pietro Pellegrino relative alla opportunità di potenziare le competenze forensi/trattamentali dei Servizi di Salute Mentale (SSM), di moltiplicare l’impegno degli Operatori e l’offerta di soluzioni terapeutiche composite, in filiera, che tendano a evitare fin dove possibile il ricorso alla detenzione del paziente autore di reato. I SSM fra l’altro, dopo il DPCM del 1/04/2008, hanno l’obbligo di fornire l’assistenza all’interno dei luoghi di detenzione e anche in quelli di internamento, come le REMS.
 
Queste ultime, dopo le leggi sul superamento degli OPG, sono diventate Residenze esclusivamente sanitarie
, dove deve essere garantito, oltre alle cure, anche l’indispensabile controllo della pericolosità sociale degli “internati”.  Si può fingere che così non sia. Possono soprattutto fingere coloro che non lavorano nelle strutture detentive, ma non possono certo fingere gli Operatori interni, che talora con raffinata competenza e con grande coraggio si trovano a dover coniugare cura e controllo.
 
Sono infine d’accordo con Pietro Pellegrino quando sottolinea l’importanza di altri due fattori: la collaborazione costante e reciproca fra area giudiziaria-penitenziaria e area della salute da un lato e, dall’altro lato, la necessità di ripensare radicalmente la psichiatria forense, con le valutazioni peritali che dovrebbero essere effettuate in strettissima collaborazione con i clinici che hanno responsabilità e competenze terapeutico/trattamentali sulle persone da valutare (per questo a Firenze l’AS ha stipulato un Protocollo di intervento fra DSM e Magistratura giudicante). Tutti sappiamo, peraltro, con quale stenia i Giudici difendano la supposta “autonomia” del loro operato, anche negli incerti terreni di confine, dove le loro competenze giuridiche non bastano ad orientarli.
 
Tutti sappiamo, poi, come alla psichiatria forense piaccia rimanere abbarbicata nel campo decisamente asfittico della medicina legale, invece di confrontarsi sul terreno della clinica, molto più “ventoso” ma insieme più arieggiato. C’è infine da osservare che non tutta la psichiatria clinica dei SSM, anche di quelli territoriali “di avanguardia”, accetta volentieri di farsi carico della terapia del “folle reo”, tantomeno di quello recluso nelle carceri ordinarie: c’è chi propone di far uscire tale assistenza dalle competenze dei DSM!
 
La gestione dei pazienti “difficili”, di quelli non compliant e talora pericolosi, non piace a nessuno. Specie allorquando tali pazienti abbiano commesso dei reati mentre erano in preda a gravi alterazioni psichiche. Capita, allora, che si assista a un pericoloso gioco al rimbalzo fra le istituzioni deputate alla cura/controllo. Non si capisce però (e in questo la mia opinione differisce da quella di Pietro Pellegrino) come si possa dire che, poiché i posti nelle REMS sono insufficienti rispetto ai pazienti che vi debbono entrare su disposizione giudiziaria, è inevitabile che vi sia una lista di attesa. Non capisco dove tali pazienti debbano essere mandati.
 
E’ vero: i Magistrati, forzando un po’ la norma, potrebbero inviarli presso i SSM (ad esempio ricorrendo all’art. 73 cpp)  e chiamando gli psichiatri nella posizione di garanzia; oppure potrebbero ricoverarli nei SPDC in applicazione dell’art. 286 cpp. Per adesso comunque i Magistrati, che in genere cercano di applicare la norma con misura e buon senso, in attesa che si liberino dei posti nelle REMS preferiscono tenere questi pazienti, che sono socialmente pericolosi (per applicare la misura di sicurezza detentiva della REMS è indispensabile che il soggetto venga giudicato pericoloso socialmente), nelle carceri ordinarie. Ecco allora che, extra legem se non contra legem, i pazienti per i quali è già stato disposto che vengano curati nelle nuove e funzionali REMS, rimangono per settimane e mesi detenuti nelle celle delle carceri ordinarie.
 
Noi, nella casa circondariale di Firenze, ne abbiamo poco meno di una decina in “lista di attesa”. Io, che lavoro da molti anni come psichiatra del carcere, tutte le volte che visito uno dei numerosissimi pazienti psichiatrici detenuti, una domanda ancora me la pongo: “E se quest’uomo che ho davanti fosse mio fratello?”. Per questo ho cercato e ancora continuo a cercare risposte rispettose, civili, davvero terapeutiche e, se possibile, non detentive.
 
Mario Iannucci
Psichiatra psicoanalista
Resp. della Residenza 'Le Querce', DSM di Firenze
Psichiatra della Casa Circondariale di Firenze


29 aprile 2016
© Riproduzione riservata


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