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Formazione medica. Valutazione dei risultati non può essere fatta solo dall’Università

29 APR - Gentile direttore,
Quotidiano Sanità ha pubblicato negli ultimi giorni diversi interventi di autorevoli rappresentanti del mondo sindacale, dei giovani medici, e dell’Università (CRUI) sui problemi della formazione specialistica. Varie le tesi a confronto, ma non mi pare vi sia un dialogo costruttivo. Sono un Presidente di Ordine (per di più dimissionario) e se ne parlo, è perché dal mio osservatorio ho chiara la visione che in questo delicatissimo settore ci sia qualcosa, e forse più di qualcosa, che non va.
 
Noi a Salerno abbiamo una Facoltà di Medicina di recente istituzione che nei suoi primi anni di vita, favorita probabilmente dal relativamente basso numero di iscritti, è riuscita a realizzare un insegnamento tutoriale con buoni risultati, validati dallo studio Anvur e dal fatto che i suoi laureati si sono piazzati molto bene nei concorsi di ammissione  alle Scuole di Specializzazione in tutta Italia.  
 
Poi è intervenuto lo tsunami rappresentato dalla sentenza del Tar che ha ammesso negli ultimi anni centinaia (per il 2016 soltanto a Salerno 330) di studenti in soprannumero, mettendo in crisi la loro formazione. Per le lezioni frontali si è riusciti a reperire con difficoltà altre aule, ma per i laboratori e per il triennio clinico sarà un grosso problema. Avevano ragione gli antichi romani: SUMMUS IUS. SUMMA INIURIA. Tra parentesi, mi sono sempre chiesto perché i Rettori delle Università colpite da questo sciagurato tsunami non abbiano a loro volta fatto ricorso al Tar.

 
Quanta ragione aveva anni fa il Professore Romano Prodi nel chiederne la soppressione!
Molti interventi fanno riferimento al problema della cosiddetta laurea abilitante. Io vorrei fare in proposito alcune osservazioni.
 
La laurea abilitante non è qualcosa che si raggiunge con un decreto ministeriale. E’ un problema che implica una radicale riforma del corso di studi in medicina cui dovrebbero dedicarsi vari attori, a cominciare dall’Università, anzi direi di più, dovrebbe essere proprio l’Università a prendere le necessarie iniziative. Non è possibile ripetere il mantra: dato che va tutto bene perché cambiare? La crescita esponenziale delle conoscenze fisiopatologiche e terapeutiche delle patologie umane rende indispensabile un accrescimento dei contenuti “culturali” per una formazione completa del medico. Quello che si è realizzato nell’ultimo trentennio ha sì dimostrato una responsabile attenzione ma non ha dato risultati brillanti e ha creato rilevanti disfunzioni.
 
Ha scritto tempo fa il Professore Livrea, Preside della “Facoltà di Medicina e Chirurgia di Bari” (io continuo a chiamarla con il vecchio nome): “Le Aziende Ospedaliere Universitarie sono la sede del triennio clinico del corso di laurea in medicina e chirurgia (oltre ai Policlinici universitari) e dopo 16 anni di applicazione della 517/99 è drammaticamente evidente la disomogeneità con cui si sono realizzate e la loro organizzazione mutuata dai modelli ospedalieri, dimostrando di non essere riusciti a rispondere adeguatamente (ed è un eufemismo n.p.) all’esigenza primaria per cui erano nate.  Sarebbe necessaria una rivisitazione della legge 517/99 con la previsione dell’”Ospedale Universitario” nel quale tutte le attività, tutta l’azione amministrativa, nonché i criteri di valutazione complessivi sono fondati sulla inscindibilità tra clinica, ricerca e didattica che non è una prerogativa della sola medicina universitaria ma di tutta la medicina.
 
Oggi le Aziende Ospedaliere Universitarie sono di fatto l’assemblaggio di due componenti: quella universitaria che non vuole essere assimilata a quella ospedaliera e quella ospedaliera per la quale non è primaria la sussistenza e la qualità della formazione degli studenti. Le amministrazioni delle Aziende hanno teso a trasformare il lavoro universitario in lavoro ospedaliero mentre sarebbe necessario cooptare il lavoro ospedaliero alla finalità formativa e di ricerca scientifica dell’università (per esempio creare la posizione occupazionale del docente aggiunto)”.
Naturalmente questi sono solo fugaci cenni di un problema complesso che deve essere adeguatamente approfondito. La legge Gelmini ha creato molti più problemi di quelli che avrebbe voluto e dovuto risolvere.
 
La seconda osservazione riguarda le scuole di specializzazione. Qui forse il problema potrebbe essere più semplice, perché si tratterebbe in estrema sintesi di applicare le leggi esistenti. Senza andare indietro fino ai decreti Mariotti del 68, mi riferisco al D.L. 17 agosto 1999 n.368: “attuazione della direttiva 93/16/CEE in materia di libera circolazione dei medici e di reciproco riconoscimento dei loro diplomi, certificati ed altri titoli e delle direttive 97/50/CE, 98/21/CE, 98/63/CE e 99/46/CE che modificano la direttiva 93/16/CEE Titolo VI Formazione dei medici specialisti” e al Decreto emanato dal ministro dell’Università e della Ricerca di concerto con il Ministro della salute e che porta in calce le firme della Senatrice Professoressa Stefania Giannini e dell’Onorevole Beatrice Lorenzin, registrato il 4.02.2015.
 
Vorrei che su questi temi non si facessero processi ma si adottasse il metodo della verità e della chiarezza. Gli istituti previsti può anche darsi che siano formalmente istituiti, ma è certo che o non funzionano o non rispondono alle esigenze per cui erano stati creati. Sarebbe importante indice di serietà interpellare i medici specializzandi, magari a campione, nelle diverse aree del Paese. Ma si deve dire con forza che ogni momento di verifica, e ce ne dovrebbero essere parecchi, che vede presenti anche espressioni qualificate del SSN, è visto con diffidenza e considerato come invasione di campo in un settore ritenuto a torto patrimonio inalienabile e immodificabile della sola Università. E non può essere così.
 
Questo aspetto introduce la terza osservazione che è poi conclusiva.
E qui tiriamo in ballo la Fnomceo, a cui rimproveriamo l’assenza su questi problemi e su quello delle Società Scientifiche (che sono in numero eccessivo e servono solo a moltiplicare i posti direttivi per soddisfare ambizioni anche legittime). Credo che siamo un Paese che ha un numero sproporzionato di società scientifiche per ogni specialità, con una assurda duplicazione (e più spesso moltiplicazione) tra società di estrazione universitaria e ospedaliera.
 
Vi è il problema dell’autoreferenzialità. Oggi nel Decreto 19 ottobre 2001 n. 445 sul regolamento degli esami di stato, che sono una cosa oscena se non fosse ridicola, in cui i neolaureati sono chiamati in due sessioni consecutive di due ore e mezzo a risolvere 90 quiz a risposta multipla (lo scostamento tra promossi e no non supera l’1%), è prevista la presenza del Presidente dell’Ordine dei Medici sede della facoltà e di un altro rappresentante, il cui unico compito insieme agli altri componenti la Commissione d’esame è di sorvegliare il corretto svolgimento delle prove.
 
Torniamo alle autoreferenzialità. La valutazione dei risultati del processo formativo universitario sia delle lauree che delle specializzazioni non può essere fatta esclusivamente dall’Università. E’ un compito fondamentale in cui ai rappresentati universitari, di sedi diverse da quelle a cui si riferiscono gli esami (senza insinuazioni beffarde), vi dovrebbero essere anche espressioni del SSN e dell’Ordine dei Medici, quest’ultimo adeguatamente riformato, (e qui ho qualche dubbio, se penso ai progetti di riordino attualmente all’esame del Parlamento).
 
Dovrebbe essere un fatto del tutto naturale e non considerarlo un attentato al prestigio accademico bensì una ulteriore valorizzazione.
 
Credo di aver indicato con molta approssimazione alcuni temi di grande interesse che il Paese nella sua componente più sensibile dovrebbe affrontare, in un’ottica non polemica e non clientelare (togliti tu che mi ci metto io), e che si riflettesse criticamente senza animosità su quanto è stato fatto finora e che naturalmente non è tutto da gettare nel cestino. Se avessimo a cuore solo l’interesse del Paese, che è quello di avere medici ben formati, specialisti che escono dalle varie scuole in numero adeguato al livello di civiltà che si vuole raggiungere (borse di studio e altro), si potrebbe concludere che il salto di qualità della Sanità e dell’istituzione non dovrebbe essere impossibile.
 
Difficile sì, perché non è opera di dilettanti (magari come me) ma non impossibile. Non penso che si possa fare sulla stampa, ma incominciare a parlarne su un quotidiano autorevole come il suo può aiutare e stimolare riflessioni e ad avviare un lungo e sicuramente travagliato iter riformatore.
 
Bruno Ravera
Presidente Omceo Salerno

29 aprile 2016
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