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Chiropratici. Facciamo chiarezza sulla nostra professione

di John Williams

23 MAG - Gentile Direttore,
In occasione della discussione in Senato del DDL 1324 del Ministro Lorenzin, la chiropratica e l’osteopatia sono state spesso chiamate in causa e messe sotto attacco da altri professionisti. Normalmente ritengo inutile e controproducente entrare in questi diverbi, ma come Presidente dell’Associazione Italiana Chiropratici, sento il dovere di chiarire alcuni punti circa diversi commenti pubblicati nei giorni scorsi.

Innanzitutto, con il dovuto rispetto per i colleghi osteopati, vorrei osservare che la chiropratica ha una storia, un percorso accademico e una pratica differente e lontana dall’osteopatia e noi vogliamo, come sono certo vorrebbero anche loro, che le due professioni siano valutate separatamente, soprattutto in sede legislativa.

Ho letto su queste pagine, inoltre, che i fisioterapisti chiedono che il Parlamento non riconosca la chiropratica, pretendendo meriti e competenze che a loro non appartengono, dimenticando che la chiropratica è già stata riconosciuta il 21 dicembre 2007 come “professione sanitaria di grado primario”, con una legge dello Stato che è entrata in vigore il 1° gennaio 2008.

Il fatto che l’articolo 2 della legge non sia stato applicato attraverso il prescritto decreto del Ministero della Salute nei sei mesi successivi dall’entrata in vigore della norma, non dà il diritto ad altre professioni di divulgare critiche infondate o di tentare di appropriarsi di competenze che da 121 anni, sono state sviluppate ed esercitate dai chiropratici.

La preparazione accademica della chiropratica è molto vicina a quella della medicina in contenuto e durata (da un minimo di 7 anni post-secondari negli Stati Uniti, ai 5 anni organizzati in ciclo unico nei Paesi europei), anche se i chiropratici fanno diagnosi ed esercitano secondo principi filosofici diversi e, quindi, con tecniche differenti rispetto alla medicina allopatica. Alcuni si sono preoccupati di porre la questione circa la scientificità della chiropratica, citando alcuni termini estranei a noi, o pescati nell’antichità di una professione in costante crescita ed evoluzione. La realtà è che la chiropratica non è una mera pratica, ma una professione sanitaria che investe molto sulla ricerca; ricerca nella quale investono anche i Governi di paesi quali gli USA, la Gran Bretagna, il Canada, la Nuova Zelanda e l’Australia per menzionarne solo alcuni.

Il Parlamento europeo già nel 1997 riconosceva la validità delle ricerche e degli studi effettuati in Inghilterra, su commissione governativa, riguardanti la scientificità e la beneficialità della chiropratica e gli Stati Uniti d’America, il Canada, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, la Gran Bretagna, solo per citare alcuni dei paesi che più investono nella tutela della salute dei cittadini ed in ricerca scientifica e che hanno inserito la chiropratica nei loro sistemi sanitari nazionali come professione indipendente.

Sono stati dimostrati, in numerosi studi internazionali, i benefici della chiropratica nella relazione costo-efficacia in termini di salute del paziente per il dolore musculoscheletrico cronico ed acuto, in termini di spesa sanitaria e di spesa sociale, mettendo a confronto i trattamenti propri della chiropratica e quelli appartenenti ad altre medicine ed è stato evidenziato che la beneficialità delle prestazioni chiropratiche deriva dal fatto che essa non si limita alla sintomatologia ed ai trattamenti locali, ma utilizza una diagnostica funzionale che prende in considerazione più concause riguardanti la sfera vitale della persona.

Questa capacità di identificare comportamenti o deficienze che sono alla base sintomatica del paziente, permette di aiutarlo nel prevenire il continuo ripetersi del problema.

In verità, il modello biopsicosociale proposto da George Engel, è stato una critica al modello biomedico che riduce l’organismo in più parti.

Engel criticava essenzialmente tre filoni del pensiero biomedico:
1-il fatto di separare il corpo dalla mente;
2-l’orientamento materialistico e riduttivo dell’approccio biomedico;
3-la mancanza di considerazione circa l’importanza del rapporto tra l’operatore e il paziente che influenza l’obiettività pura.

Mentre per quanto concerne la medicina è difficile che riesca a rispettare simultaneamente tutti e tre i parametri sopra enunciati, la filosofia e l’approccio diagnostico e pratico della chiropratica rispecchia pienamente il pensiero di Engel.

Il concetto di “evidence-based” non è stato menzionato in maniera diretta, ma attraverso il riferimento al concetto “scientifico” affermando che la chiropratica non avrebbe evidenze scientifiche.

La locuzione “evidence-based” è spesso utilizzata per denigrare le professioni cosiddette “non-convenzionali” come la chiropratica, creando così immagini di ciarlatani o stregoni, o semplicemente figure di una cultura inferiore.

Anche qui però, l’autore del concetto di “evidence-based”, David Sackett, ha parlato di tre piloni di pensiero:
1-evidenza esterna (ricerca scientifica);
2-evidenza interna (l’esperienza dell’operatore: “se non può essere ancora provata, non significa che non sia vera”);
3-preferenze del paziente (l’opinione soggettiva del valore del trattamento).

Coloro che sono contro la chiropratica applicano solamente il primo pilone, utilizzando metodi di ricerca che poco si confanno ad una professione che si occupa di salute della persona e non solo dei sintomi da cui è affetta.

Detto questo, vorrei credere nelle buone intenzioni di quei professionisti che non vogliono sprecare risorse pubbliche sovrapponendo attività professionali; di quelli che tutelano il benessere dei cittadini italiani salvaguardandoli da figure non adeguate ad occuparsi della loro salute, ma, purtroppo, come buon Americano, devo essere più realista e mi sembra di percepire una evidente ritrosia a comprendere che alcune competenze sono peculiari degli studi in chiropratica e del suo esercizio e non appartengono, come livello di preparazione tecnica e filosofica ad altre professioni sanitarie, i cui rappresentanti temono che, attraverso la corretta disciplina della chiropratica, possano perdere la propria posizione dominante.

Né sembra sia ben accetta, in un’ottica conservatorista dello status quo professionale, l’evidenza, riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, non solo che la chiropratica porta un risparmio nella spesa sanitaria, attraverso la riduzione di cure farmacologiche, ricoveri ed interventi chirurgici evitabili, rispondendo così appieno alle ultime direttive del Ministero della Salute, ma anche che essa contribuisce alla diminuzione della spesa sociale riducendo i giorni di assenza dal lavoro per malattia dovuta a disturbi del sistema neuromuscoloscheletrico, come validato da numerose ricerche internazionali.

John Williams
Presidente dell'Associazione Italiana Chiropratici


23 maggio 2016
© Riproduzione riservata

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