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L’Annunziata, la riconversione e l’assenza di confronto

04 LUG - Gentile Direttore,
la vicenda dell’Ospedale SS. Annunziata sta trovando ampio spazio sui media perché riguarda un settore molto delicato in una Regione con ampia popolazione infantile che però “vanta” , così scrive nel Piano sanitario 2011-2013, una mortalità perinatale superiore alla media nazionale e nella quale la mortalità infantile è superiore a quella delle regioni del centro-nord.
 
La Regione dovrebbe mettere in campo il massimo rigore programmatorio al riguardo ed il massimo ascolto, ma purtroppo non è così, anzi traspare una netta continuità con il passato. La Cimo dal 2010 segue attentamente le vicende del materno-infantile ed evidenzia le stranezze che succedono nella nostra regione quando si decide circa l’assistenza a gravide, neonati e bambini, verosimilmente per interferenze di vario tipo. La vicenda dell’Annunziata è solo il buco della serratura attraverso il quale, volendo, si può provare ad osservare uno scenario più ampio.

Fin dall’inizio sapevamo contro quali muri avremmo sbattuto, ma ci proponemmo l’obiettivo di provare ad incidere sugli eventi o almeno a renderli visibili a tutti accendendo i riflettori, almeno in questo siamo in piccola parte riusciti. Abbiamo una ricca documentazione al riguardo ed inviammo ai commissari una relazione dettagliata e molto documentata affinché, venendo da fuori, potessero farsi un’idea di fatti e protagonisti. Purtroppo sembra proprio che il nostro contributo non sia servito. Quella relazione la stiamo aggiornando e ne faremo un libro bianco disponibile nella sede regionale Cimo.


Chiarito ciò, ritorno sulla questione dell’Annunziata per discutere della sua riconversione. Il suo quotidiano ha avuto la bontà di pubblicare una proposta di riconversione della CIMO. Preciso che il progetto è il frutto di un lungo confronto con altri soggetti sindacali, associativi ed anche istituzionali iniziato fin da quando il presidio doveva confluire nell’ospedale del mare e ripreso, aggiornato e perfezionato nel 2015 quando uscì il decreto che riportava l’ospedale nella Asl assegnandogli un ruolo dei primo piano, anche se riconvertito.

Il protocollo d’intesa tra Asl e Santobono, è stato tenuto gelosamente nei cassetti dal 29 febbraio al 17 maggio scorso e reso pubblico solo a seguito di una diffida della Cimo, quando era ormai entrato nel piano ospedaliero inviato a Roma e non si poteva più incidere sulle non poche incongruenze e criticità. Tra queste c’è una sovrastruttura organizzativa confusa ed onerosa per fare quell’integrazione ospedale-territorio per la quale il DM n.70/2015 indica specificamente strumenti più agili ed universali e non onerosi. Abbiamo fatto un’ampia relazione, che certamente utilizzeremo, sui motivi per cui quel protocollo, portato in un piano ospedaliero di adeguamento al DM 70 è non solo ampiamente ultra petita, ma anche inappropriato e deludente in quanto non traspare un chiaro progetto, laddove ben altre iniziative e di ben altro respiro dovrebbe mettere in campo la programmazione regionale, che invece mostra ancora l’atavico vizio di limitarsi spesso a “prendere atto” di quello che si fa in periferia, più che determinarlo, e ad assecondare esigenze particolari quasi “on demand”.

Un’azienda sanitaria locale per la quale sono previste tre maternità, tre pediatrie, tre neonatologie, una Tin e che ha una popolazione assistita di quasi un milione di residenti, deve esercitare un ruolo di protagonista nell’integrazione ospedale-territorio e deve utilizzare al meglio gli strumenti disponibili per integrare la propria offerta assistenziale e per creare percorsi interaziendali in determinate patologie complesse e di lunga durata (oncologia, riabilitazione, lungodegenza, neuropsichiatria infantile, emergenza complessa….). Tali strumenti sono, come per le altre Asl, ad esempio convenzioni, Pdta interaziendali, protocolli operativi, progetti di dimissioni protette e di assistenza domiciliare, linee guida condivise. Il progetto alternativo di riconversione, frutto del nostro lavoro di coordinamento tra vari soggetti, è a disposizione di chi ne voglia trarre spunti, anche se la sua innovatività sta nella sua globalità.

Questo progetto alternativo dedicava una specifica attenzione alla necessità di una programmazione rigorosa e di tipo dipartimentale circa le attività da svolgere e l’uso di risorse necessarie, spazi compresi. In questo senso va letta la mia meraviglia di fronte al fatto che, in mancanza di evidenza di una visione globale di tutte le attività di primo e secondo livello da implementare, e senza capire ancora bene la suddivisione degli spazi tra le due aziende (perché questa è la principale finalità che traspare finora) si programmassero ampi spazi per un centro vaccinale e consultorio senza immaginare spazi condivisi con altre attività. Il prodotto sanitario si riferisce pertanto alle attività tutte, di primo e secondo livello, ed ai loro dati quali-quantitativi. D’altra parte basta leggere il progetto alternativo perché sia chiaro lo spirito e la sensibilità verso la materia. Sono sicuro che ci saranno commenti ai quali difficilmente potrò avere l’opportunità di controbattere, ma sarebbe il caso di mettersi intorno ad un tavolo e discutere insieme di questi argomenti. L’assenza del confronto è la maggiore colpa della Regione ed i risultati si vedono.

Ermanno Scognamiglio
Segretario provinciale di Napoli Cimo Campania

04 luglio 2016
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