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Abbiamo chiuso gli Opg ma la salute mentale in carcere è ancora un problema

di Senatrice Maria Mussini

19 SET - Gentile direttore,
la chiusura formale degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e la loro sostituzione con le REMS (Residenze per l'Esecuzione della Misura di Sicurezza sanitaria), decretate dalla Legge Marino, hanno paradossalmente accreditato nel sentire comune l’idea che la salute mentale in carcere non sia più un problema. Invece il problema c’è, perché i malati psichiatrici hanno livelli di pericolosità differenti e non tutti possono essere curati nelle REMS, che non sono concepite come strutture di detenzione.
 
Per questo è necessario che chi ne resta escluso, sia se è destinato agli istituti di pena, sia se è affidato ai Servizi territoriali, possa avere garantita un’assistenza psichiatrica altrettanto adeguata.

È con questo obiettivo che, a cavallo tra luglio e agosto, ho presentato in Commissione giustizia due emendamenti, accolti, che non esito a definire provocatori/rivelatori e che hanno portato a una dura reazione della maggioranza, proprio perché la complessità della materia si manifesta in tutta la sua gravità ora, quando dalle parole si deve passare ai fatti.


Per chiarire meglio i termini della questione, vorrei ora ricostruire le diverse tappe di questo difficile percorso.

La Legge Marino nasce dal principio più che legittimo di considerare gli infermi di mente colpevoli di reato come malati da curare e non come detenuti, oltre che dalla presa di coscienza delle condizioni gravemente lesive dei diritti della persona in cui sono stati costretti finora gli internati degli ospedali psichiatrici, cosa che è stata documentata molto di recente anche dal Pre-rapporto 2016 di Antigone.

La legge Marino pecca però di superficialità tra l’altro perché non considera i diversi livelli di gravità e di pericolosità dei malati psichiatrici. Il rischio che si è palesato fin da subito è dunque che ci si dimentichi da un lato della pericolosità di certi malati e dall’altro della cura della salute mentale dei detenuti comuni.

È con questa preoccupazione che nel gennaio scorso ho presentato al ministro Orlando in Senato una risoluzione, poi approvata, in cui chiedevo di agire su tutti i livelli, soprattutto dal punto di vista esecutivo, per affrontare la globalità di tali situazioni.

E qui arriviamo a fine luglio, quando la Commissione Giustizia si trova ad esaminare la riforma dell’ordinamento penitenziario. A fronte della mia richiesta di affrontare contestualmente il nodo della cura e quello della pericolosità di certi malati nelle residenze appena istituite, il relatore Cucca ha presentato una riformulazione che destinava alle REMS esclusivamente coloro di cui fosse stata accertata in via definitiva l’infermità mentale al momento della commissione del reato, mentre tutti gli altri avrebbero dovuto essere destinati al carcere, senza che vi fosse la garanzia di cure adeguate alle esigenze di ogni soggetto. La situazione nazionale, infatti, è tutt’altro che rassicurante: molti istituti di pena non sono ancora dotati di apposite Sezioni psichiatriche o, laddove presenti, le stesse non sono differenziate rispetto a quelle detentive.

L’evidente contraddizione di questa proposta rispetto alla ratio proprio della Legge Marino mi ha dunque portato a presentare un subemendamento che chiede di destinare alle REMS in via prioritaria le persone a cui è stata accertata l'infermità al momento della commissione del fatto e già prosciolte, ma consentirne l’accesso, laddove, e sottolineo “laddove”, le sezioni degli istituti penitenziari non siano in grado di garantire loro l’osservazione o i trattamenti terapeutico-riabilitativi necessari, anche a tutte quelle con problemi psichiatrici, ad esempio quelle a cui l'infermità è stata rilevata durante l’esecuzione della pena o chi ha misure di sicurezza provvisorie.

Parallelamente, proprio per sottolineare la ratio delle modifiche proposte ho presentato un ulteriore emendamento in cui si chiede un impegno al potenziamento della cura della salute mentale in tutti gli istituti penitenziari.

Queste due richieste, accettate dal Ministro e dalla Commissione, hanno provocato l’alzata di scudi di chi sa perfettamente, come lo sa la sottoscritta, che né il numero delle REMS è sufficiente per coprire una così ampia platea di malati, né le sezioni psichiatriche nelle carceri, enormemente inadeguate, sono attrezzate per accogliere questo tipo di proposta. La formulazione del nuovo testo dunque risulta provocatoria solo perché le reazioni rivelano la consapevolezza del quadro generale come lo ho descritto, con tutti i rischi che comporta per il futuro; subordinare il funzionamento delle REMS al buon funzionamento della cura nelle carceri di fatto mette Giustizia e Sanità davanti alle proprie responsabilità
 
Francamente pretendere di tornare a limitare la questione della salute mentale di questa popolazione a una discussione sui luoghi piuttosto che sul diritto di cura mi sembra un grave passo indietro rispetto allo spirito con cui sono stati chiusi gli OPG: curateli dove volete, ma garantite che questo diritto possa essere esteso effettivamente a tutti i malati.

Ma tali responsabilità non sono a costo zero, il governo lo sa bene, e per questo è già pronta per la discussione in Aula una richiesta del Pd di correggere il tiro.

Sen.ce Maria Mussini
Vicepresidente Gruppo Misto  


19 settembre 2016
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