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Se non sono i padri a fare i figli maschi

11 GEN - Gentile direttore,
sicuramente lei conosce il caso dell'adolescente effeminato tolto alla famiglia da una sentenza a Padova. Come spesso le ho sottolineato esiste un forte pregiudizio nella psichiatria sulle persone Lgbt e questo è ancora maggiore in ambito forense laddove la storia di questa professione come l'attualità è stata influenzata in passato dal controverso Aldo Semerari, come ricordato anche dalla Treccani e negli ultimi tempi dal criminologo Francesco Bruno, non meno estremo nelle sue prese di posizioni.
 
Come modesto psichiatra ed attivista Lgbt, posso mettere a disposizione le mie competenze per dirimere nel caso dell'adolescente strappato alla famiglia, mantenendo il riserbo necessario e possibile, i termini della questione e darne una lettura meno grossolana di quella della stampa e della televisione. Vorrei poter discutere la relazione del CTU, principalmente, e le eventuali memorie difensive di altri colleghi, non la sentenza in quanto tale, che ne consegue.

 
La questione infatti, arrivata alla stampa in termini di scoop poco educati nei confronti del minore interessato, riguarda il peso che abbia avuto l'orientamento sessuale o il comportamento effeminato, trattati come un'unica dimensione fenomenologica, il che è di per sé un errore. La libertà di comportamento degli adolescenti potrà sicuramente essere maggiormente correlata ad omosessualità o bisessualità e perfino a transgenderismo, ma appunto non si vede perché uno psichiatra debba considerarla pregiudizievole o debba porsi l'obiettivo di limitarla.
 
L'altro parametro posto in causa dagli articoli della stampa riguarda il ruolo confusivo del contesto femminile, da una parte, e il sospetto di violenze anche sessuali da parte del padre, dall'altra. Questo è sicuramente il problema maggiore da dirimere. Allontanare un minore da un contesto di violenza, infatti, è ovviamente considerato un beneficio, ma è assolutamente falso e pregiudizievole considerare un contesto di sole donne una forma di violenza sull'orientamento sessuale o sul comportamento di genere.
 
E' dall'epoca della prima guerra mondiale che generazioni di maschi italici sono cresciuti senza figure maschili di riferimento. L'idea, a dir poco fascista, ed in realtà ingenua, della necessità di un maschio per insegnare la virilità al figlio ricade su sè stessa considerando quanto si sentisse virile (in modo violento e patetico) proprio la generazione degli anni venti e trenta, vissuta per anni in famiglie di sole donne.
 
Non sappiamo se questa correlazione sia reale o solo uno scivolamento sensazionalista della stampa. Non ho alcuna intenzione di essere pregiudizievole a mia volta nei confronti del collega, dato che sto ragionando per l'appunto solo sui dati forniti dalla stampa. Risulta però fondamentale chiarire a tutti i colleghi queste differenze e cercare di capire se esista o meno nella relazione del CTU, quali siano le loro radici culturali nel nostro Paese e quali le fonti accademiche da cui siano ancora propugnate, nonostante i fatti evidenti contrari.
 
Manlio Converti
Psichiatra
Attivista Lgbt

11 gennaio 2017
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