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Il caos al Pronto Soccorso e l’alibi della “colpa” al medico di famiglia

08 FEB - Gentile direttore,
sulla stampa, ormai da alcuni anni, appare da più parti il dubbio che il collasso dei pronto soccorso sia colpa del territorio e in particolare del medico di famiglia. Negli articoli di cronaca sono state stampate le cifre sugli accessi al pronto soccorso che giustificano questo collasso e che riguardano per l’ottanta per cento, i cosi detti codici bianchi quelli a minor gravità, che potrebbero essere trattati fuori dagli ospedali.
 
La soluzione appare semplice: dobbiamo arrivare all’assistenza negli ambulatori del territorio 7 giorni su 7 e 24 ore su 24.  Nessun articolo però parla dei numeri del territorio che potremmo grossolanamente sintetizzare come segue: circa 50000 medici di Medicina Generale che diciamo mediamente hanno 1000 assistiti ciascuno per i quali fanno approssimativamente 9000/10000 prestazioni anno. Sono alcune centinaia di milioni di prestazioni. Inoltre oggi è sempre più importante l’attività di prevenzione e educazione degli assistiti e di gestione della cronicità. Per fare tutto questo saranno poi necessarie molte ore al giorno. Come mai allora i cittadini ricorrono al pronto soccorso?

 
Forse perché in certi casi il codice diventa bianco dopo alcune ore di osservazione. Forse perché se per definire la diagnosi servono accertamenti diagnostici con una prenotazione normale, fuori dal pronto soccorso, occorrono settimane o mesi, vedi il problema delle liste d’attesa. Forse perché dopo un trauma serve una lastra per escludere una frattura e degli esami integrativi per escludere che un dolore toracico non sia un infarto. Si pensa che fra milioni di prestazioni che i medici di famiglia fanno non ci sia qualche codice bianco gestito senza altri esami o qualche dubbio diagnostico risolto con una breve consultazione.
 
Basterebbe chiedere ai medici di famiglia (oggi sono informatizzati e questi dati li possono fornire rapidamente) e andare a vedere come lavorano e forse il problema apparirebbe meglio dettagliato.  Possiamo allora chiedere ai medici di famiglia di rinunciare alla relazione con il paziente, alla comunicazione come loro sanno fare e quindi alla visione generalista della persona perché diventino dei medici per acuti?
 
Dobbiamo trovare il modo di ottenere che non siano i dati o i report o i fascicoli o i protocolli o le linee guida a diventare l'obiettivo del SSN ma che rimangano strumenti e possibili sperimentazioni in un processo evolutivo di qualità e soddisfazione per l'utente senza penalizzare il tempo per fare i “ dottori”. Il medico di famiglia formato è importante elemento costitutivo, di base appunto, del SSN. La legittimazione del medico di famiglia deve avvenire a tutti i livelli a partire dall'università. Nel sistema federale della sanità è ormai inaccettabile che le regioni dichiarino la centralità dell’assistenza territoriale ma poi considerino i MMG come se fossero fuori dal sistema.
Le capacità della Medicina Generale di sintesi clinica e progettazione di assistenza non possono essere surrogate o appaltate al migliore offerente o al ragioniere di turno altrimenti la mettiamo fuori ruolo e quindi fine della Medicina Generale. Riflettiamo su cosa è diventata la madre culturale dei medici all’interno dei policlinici universitari o negli ospedali: la medicina interna spazzata via dalla semplificazione del ragionamento clinico tutto rivolto all'acuto e alla degenza breve. Ora dopo avere limitato la Medicina Interna si pensa di recuperarla, peccato che sia sempre più raro chi la sappia insegnare e che contratti precari o a gettone negli ospedali hanno generato medici spesso frustrati e idonei alla gestione di obiettivi semplici e non complessi come fare l’internista.
 
La Medicina Generale è per definizione complessa. Altre soluzioni per risolvere le mancanze di risposte del territorio sono ipotizzate attraverso l’utilizzo di nuovi modelli organizzativi e figure professionali non mediche. Attenzione, anche questa strada porta alla messa fuori ruolo della Medicina Generale ed allora ancora una volta riflettiamo su come è finita la Medicina Interna. A distruggere ci vuole poco, per fare un medico con il titolo in tasca ci vogliono dai 9 agli 11 anni e a sviluppare un nuovo processo culturale servono 1 o 2 generazioni. Forse non siamo ancora in ritardo per evitare una catastrofe ma certamente se si vuole trovare una soluzione non è palleggiandosi le responsabilità ma affrontando un’analisi corretta e un progetto di reale rifondazione programmata che coinvolga tutti i professionisti interessati.
 
Allora si deve riflettere sull’importanza della contrattazione come strumento di qualificazione d’assistenza che porta alla necessità di un’etica contrattuale tradotta in codice comportamentale tra parti sinceramente rivolte al cambiamento ed impegnate ad evitare che riserve, non superate dagli atti conciliativi tipici del meccanismo pattizio, rappresentino un intralcio delle fasi applicative dei processi di miglioramento assistenziale. Le decisioni non possono essere prese solo per legge o delibera o circolare, richiedono confronto e condivisione con cittadini, con le società scientifiche e con le organizzazioni sindacali.
 
Le molte polemiche fra professioni degli ultimi anni sono avvenute più per la passione per il proprio lavoro e per mancanza di visione d’insieme, favorite dall’assenza di una regia indispensabile per affrontare la soluzione di problemi complessi. La regia di chi doveva essere se non della politica e dell’amministrazione pubblica?
 
La complessità per definizione richiede integrazione e collaborazione non solo fra i professionisti della sanità ma anche delle altre professioni capaci di contribuire alla gestione all’organizzazione e sostenibilità economica dei bisogni di salute. Questa visione della sanità non è corporativa o proprietà di nessuno ma appartiene al sistema della democrazia in sanita.
 
I medici di famiglia da alcuni anni hanno dichiarato la loro disponibilità per affrontare i nodi del problema ma la risposta silenziosa, da parte pubblica, è stata assordante. Invitiamo pertanto la parte pubblica a rifuggire dall’alibi della crisi economica e a ritrovare il senso etico di un confronto far le parti per riprogettare e programmare il futuro prossimo della sanità.
 
Giandomenico Savorani
Presidente provinciale FIMMG Bologna


08 febbraio 2017
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