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Caso San Camillo. Sbagliato mettere un diritto contro un altro

27 FEB - Gentile Direttore,
dopo la polemica sollevata dal bando di concorso dell'ospedale S. Camillo di Roma, solo una pausa di riflessione può porre sotto la giusta luce un tema così complesso e sfaccettato, che merita non tanto prese di posizioni ideologiche, ma un’analisi ponderata e un confronto sereno dopo quasi 40 anni dalla applicazione della legge 194.
 
I dati presenti ci dicono che dal 1978 anzi dal 1982, anno in cui fu raggiunta la cifra massima di 232.000 aborti volontari, effettuati negli ospedali, siamo oggi a 90.000, quindi un valore più che dimezzato.
In tutte le Regioni vi è un numero sufficiente di medici non obiettori e laddove in qualche ospedale si presentano criticità si può far fronte, con la mobilità del personale o con convenzioni con altri ospedali, a un’applicazione reale e equilibrata della 194, anche nei suoi aspetti di prevenzione.
 
Oggi non ha nessuna ragion d'essere la richiesta esclusiva di medici non obiettori, semmai il problema vero è l'applicazione integrale della 194, con assoluto rispetto dei diritti della donna e di quello dei medici, che devono essere garantiti della libertà professionale, in accordo con la propria coscienza e non essere discriminati già nei bandi di assunzione e peggio minacciati di licenziamento entro 6 mesi da inopportune dichiarazioni mediatiche di direttori generali.

 
Dal 1978 tanta acqua è passata sotto i ponti! Nel 1978 non esistevano ecografi, al procedimento di tipo chirurgico l'IVG non aveva alternative di tipo medico, presenti invece da alcuni anni ...
 
Nel 2017 è assolutamente anacronistico e praticamente non necessario mettere un diritto contro l'altro.
E' fuorviante, pretestuosa e capziosa questa polemica che cerca di additare nel medico colpe di inadeguata applicazione della prevenzione, prevista nella stessa legge. Basta pensare alla enorme spesa, richiesta dagli aborti ripetuti, che col suo 26% costituisce una vera piaga per la stessa salute della donna che vi si sottopone e per le sue future gravidanze.  36 milioni di euro il costo in un anno, che si potrebbero ridurre con investimenti molto minori, in progetti di prevenzione della ripetitività.
 
Le donne devono essere sostenute con tutti i mezzi se sono in difficoltà, come prevede la legge, in questo scarsamente applicata. Non devono essere costrette ad abortire spinte da problemi magari risolvibili. La loro deve essere una vera scelta. L'aborto è una sconfitta per tutti. Ovviamente se poi, nonostante gli aiuti necessari, la donna comunque decide di abortire lo deve fare in assoluta sicurezza, nel rispetto di tutti, in Ospedale e non deve essere costretta alla clandestinità.
 
L'esperienza di alcuni ospedali è stata illuminante, come ci dice Basilio Tiso direttore medico di presidio della Mangiagalli di Milano, da sempre attivo nella Cisl Medici: "Nel 2005 in Mangiagalli abbiamo posto in essere un progetto condiviso da tutti: laici, cattolici, obiettori e non obiettori. L’obiettivo è stato davvero il rispetto della donna in difficoltà e gli aborti sono diminuiti, anzi tanti non obiettori hanno fatto il loro lavoro con molta più serenità d'animo. Tantissime donne, da allora, sono state aiutate a non abortire con l'impegno, ripeto, di tutti laici e cattolici.
Non si può costringere un ginecologo a fare aborti per tutta la vita sotto la minaccia della perdita del lavoro.
Il ginecologo ha scelto la professione più vicina alla vita e ha scelto anche il rispetto assoluto dei diritti della donna.
La professione medica è nobilissima. Anche i medici, come le donne, hanno diritto al rispetto. Cancellare diritti è negazione della nostra civiltà
."
 
Per questo la Cisl Medici considera fuori tempo tale polemica, generata, anzi quasi artata per porre in antitesi medico e paziente e spostare l'attenzione dai veri problemi di un SSN sempre sotto tiro e di una società alle prese con una natalità tra le più basse del mondo.
 
La Segreteria Nazionale CISL Medici

27 febbraio 2017
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