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Caso San Camillo. Una scelta sbagliata e senza fondamenti

27 FEB - Gentile Direttore,
le chiedo ospitalità per prendere parte all’ampio dibattito apertosi dopo la decisione della Regione Lazio di bandire un concorso riservato a medici non obiettori di coscienza. In modo molto chiaro e conciso desidero anzitutto chiarire la mia posizione di contrarietà rispetto a un provvedimento che non esito a definire grave. Già alla Camera ebbi modo di affermare quelli che in materia sono per me dei principi irrinunciabili: garantire sempre il diritto all'obiezione di coscienza costituzionalmente fondato, così come previsto dalla normativa vigente; assumere ogni iniziativa volta ad eliminare qualsiasi discriminazione tra i lavoratori obiettori e non obiettori di coscienza; assumere ogni iniziativa per la piena applicazione della legge n. 194 del 1978 in tutte le sue parti, compresa quella preventiva a tutela della maternità; attuare un attento monitoraggio regionale dedicato alle modalità di aborto con la RU486.
 
La questione centrale è che l'obiezione di coscienza è costituzionalmente fondata, con riferimento ai diritti inviolabili dell'uomo. Ciò è stato riconosciuto dal Comitato nazionale di bioetica, organo consultivo della Presidenza del Consiglio dei ministri, nel parere del 12 luglio 2012 sul tema “obiezione di coscienza e bioetica”. Inoltre la risoluzione dell’assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa n. 1763 del 2010 afferma: «Nessuna persona, ospedale o istituzione può essere discriminata per il suo rifiuto ad effettuare o assistere a operazioni di interruzione di gravidanza».

 
Quanto alla legge n. 194 del 1978, il riferimento è all'articolo 9, il quale afferma in modo espresso che “il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure (...) ed agli interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione” e che “l'obiezione può sempre essere revocata”. Lo stesso articolo 9 esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza “e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento”. E in ogni caso “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate” devono “assicurare l'espletamento delle procedure (...) e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza”.
 
Inoltre, “l'obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro (...) intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”. In ogni caso, “l'obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto immediato, se chi l'ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l'interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge” al di fuori dei casi di urgenza.
 
Mi sembra che il quadro normativo di riferimento, tuttora in vigore, sia chiarissimo e che quindi la procedura avviata dalla Regione Lazio non possa trovare fondamento. Si tratta al contrario di una iniziativa senza basi che rischia solo di avere l’effetto negativo di comunicare un messaggio sbagliato. Lo affermo, sia chiaro, in modo convinto e al tempo stesso ribadendo con la massima serenità che l’Italia deve continuare – come avviene oggi – a contemperare il diritto ormai pacificamente acquisito delle donne che lo ritengono all'interruzione volontaria di gravidanza con il diritto del medico e del personale sanitario di non prendere parte a pratiche mediche contrarie alla propria coscienza. Il mio è quindi un appello ad evitare strumentalizzazioni su un tema di straordinaria rilevanza sul piano scientifico ed etico. Affrontiamo, anche alla luce dei cambiamenti occorsi nel tessuto sociale del Paese dal 1978 in poi, il tema in modo sereno obiettivo e senza strappi, tenendo presente i diritti e le ragioni di tutte le “parti in causa”. Evitiamo, come purtroppo avvenuto nel Lazio, lo scontro.
 
Infine evidenzio che a mio parere sia necessario tenere nel giusto conto alcuni dati di fatto:
- come certificato nelle ultime relazioni annuali del Ministero della Salute al Parlamento sull’attuazione della legge n. 194, alla costante e continua diminuzione del numero di interruzioni volontarie di gravidanza, corrisponde un aumento molto meno significativo del numero di obiettori di coscienza, sostanzialmente stabili negli ultimi anni;
- la legge n. 194 reca “norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza. Purtroppo, come dimostra parte del dibattito apertosi in questi ultimi giorni, troppo spesso ci si è dimenticati della parte relativa alla tutela sociale della maternità per fare una battaglia a volte ideologica e politica sull’interruzione volontaria di gravidanza. Lavoriamo tutti per una piena e reale attuazione, in ogni sua parte, compresa la prima, della legge n. 194.
 
On. Benedetto Fucci
Direzione Italia

Commissione Affari Sociali della Camera

27 febbraio 2017
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