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Codice Ipasvi. Ma l’articolo 49 è stato davvero superato?

07 MAR - Gentile direttore,
negli ultimi due anni il Nursind ha dedicato la giornata internazionale dell’infermiere alla richiesta di abolizione dell’art. 49 del codice deontologico dell’infermiere perché giustificante il demansionamento e lo sfruttamento degli infermieri. A distanza di due anni, dopo alcune sentenze che hanno condannato degli infermieri per non aver eseguito mansioni non attinenti alla professione proprio sulla base di quell’articolo del codice, il lavoro della commissione presieduta da Annalisa Silvestro ha prodotto una prima stesura di nuovo codice deontologico che è all’esame dei 103 collegi provinciali.

Il Nursind vuole dare un suo contributo al dibattito restando sul punto e verificando se la battaglia di abolizione dell’art. 49, richiesta a gran voce dagli infermieri delle corsie, trova realizzazione in questa prima stesura.

L’art. 49 del codice deontologico vigente, come noto, prevede che “L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale.”

 
Nei fatti la previsione di una compensazione delle “carenze e disservizi” della struttura, oltre a non essere condivisa dai codici deontologici delle altre professioni sanitarie, ha dato uno strumento alla dirigenza aziendale (spesso infermieristica) e ad alcuni magistrati per obbligare l’infermiere a svolgere attività non strettamente connesse al proprio mandato professionale. Tale imperativo deontologico si è così radicato nella prassi e nella vulgata comune che, in sinergia con una visione pietistica dell’infermieristica quale missione piuttosto che professione, ha prodotto una interiorizzazione che l’infermiere deve comunque fare tutto quanto non è fatto da altri.
 
Una realizzazione che ha prodotto, anche fuori la professione, l’idea che l’infermiere sia un para-medico, cioè una figura versatile che copre tutta l’attività di compendio e supporto all’attività principale svolta dal medico come, dal punto di vista scientifico, ben si verifica nella subordinazione accademica dell’infermieristica alla medicina.
 
Dentro la professione, invece, questa “cattiva deontologia” (intendo per cattiva deontologia quell’obbligo morale che è contrario alla natura stessa della professione che lo pone) ha supportato la dirigenza infermieristica nel chiedere agli infermieri ben oltre il dovuto. Il recente caso di Ancona ne è un triste esempio emblematico.

Personalmente penso che il superamento di questa “cattiva deontologia” sia stato ben espresso nella proposta pisana di nuovo codice deontologico. Si ponga attenzione, per esempio, alla coincidenza di professione e doveri al secondo punto del codice di Pisa: “l’infermiere ha l’obbligo morale di difendere la propria identità professionale e di garantirla con delle condotte professionali e delle organizzazioni coerenti.” Tutto il codice di Pisa è pervaso da questa coincidenza: solo se l’infermiere è messo nelle condizioni di fare l’infermiere, l’infermiere compie il suo dovere (morale) e nel compiere il suo (ciò per cui è responsabile autonomamente) il malato riceve ciò che gli è dovuto (ciò che è lecito aspettarsi). Realizzando i suoi doveri l’infermiere realizza ciò che è massimamente utile al malato, l’assistenza infermieristica come delineato dalla legge, dalla scienza e dalla pratica.

Possiamo trovare altrettanto nella prima stesura del codice della federazione IPASVI? A leggere il testo sembra proprio di no. Il termine autonomia e responsabilità non compaiono, anzi scompaiono rispetto alla versione attuale che li afferma ai primi tre punti del testo.
Ma anche in mancanza di un’affermazione dell’identità professionale, possiamo dire lo stesso che la “compensazione” e con essa la “cattiva deontologia” sono definitivamente bandite e la battaglia degli infermieri di corsia è stata vinta?

Anche in questo caso penso che l’obiettivo sia fallito. Se, infatti, scompare letteralmente l’art. 49 e la compensazione, la sua sostanza riappare sotto altre dizioni. Personalmente ne ho individuate due in grado di veicolare subdolamente la compensazione e con essa l’obbligo deontologico di aderire non tanto al mandato professionale bensì a chi gestisce l’organizzazione del lavoro che spesso ha obiettivi economici prima che etici.

La prima locuzione che può essere valutata in questo senso è “l’ideale di servizio”. Nella prima stesura del nuovo codice per ben due volte si dice che l’infermiere persegue l’ideale di servizio a indicare che lo scopo del suo saper essere e saper fare è volto, letteralmente, a qualcosa che non esiste nella realtà (ipostatizzato) e questo tendere ha la forma del servire a qualcosa o qualcuno. A mio parere due termini (ideale e servizio) infelici in questo contesto ma che ritengo in linea con un codice che, nel svincolare le questioni bioetiche fondamentali, sembra aprire al soggettivismo morale; un codice che si ritrae dal suo peculiare compito di dirimere le questioni etiche di confine e ne afferma a volte la posizione soggettiva del paziente, a volte quella dell’infermiere. Ed è proprio questa solitudine del soggetto che accompagna la seconda dizione pro dirigenti dell’organizzazione del lavoro.
 
La “clausola di coscienza” al punto 33 della prima stesura è, infatti, la foglia di fico che rende ancor più evidente la nudità dell’ideale di servizio. Contro un’organizzazione che vìola le norme sulla professione, l’infermiere si oppone con la clausola di coscienza (la propria), cioè è lasciato solo e impotente di fronte a chi afferma quell’ideale di servizio riproponendo lo schema servo/padrone. L’esito naturalmente non può che essere sfavorevole al subordinato, al dipendente.

È quindi il combinato disposto di ideale di servizio e clausola di coscienza che avvalora, a mio parere, la posizione che la compensazione non sia in realtà scomparsa dalla deontologia dell’IPASVI ma riappaia dentro il concetto di servitù insito nell’ideale di servizio in senso attivo e nella clausola di coscienza in senso passivo come impossibilità di una reale opposizione e reazione alla servitù.

A chi giova questa dialettica tutta interna all’infermieristica?
 
Andrea Bottega
Segretario nazionale nursind 


07 marzo 2017
© Riproduzione riservata


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