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Il Sud va male su Lea e assistenza sanitaria? Colpa di anni di definanziamento

03 APR - Gentile direttore,
Le dichiarazioni del Ministro Lorenzin sui dati LEA sembrerebbero trovare conferma dai dati dell’indagine Istat Health for all Italia datata dicembre 2016, che confermano l’immagine di un’Italia divisa in due, in cui a sud del Lazio c’è un’assistenza scarsa, i cittadini sono insoddisfatti dei servizi sanitari che ricevono e la spesa sanitaria rispetto al Pil è più pesante.
 
Tuttavia sarebbe opportuno abbandonare la polemica e leggere i dati in un contesto più ampio, per comprendere come si spiegano quei dati sui LEA (benché riferiti al 2015) e come porre rimedio alle difficoltà oggettive in cui si trova il nostro sistema sanitario nelle regioni meridionali, dopo anni di definanziamento e blocco del turnover.

Già i dati del Rapporto Osservasalute 2015 e del Rapporto Istat 2016 avevano infatti evidenziato come in conseguenza dei tagli alla Sanità cali l’aspettativa di vita, si faccia meno prevenzione e si muoia prima, soprattutto al Sud. I dati 2015 sulla speranza di vita nelle regioni meridionali sono inferiori alla media nazionale, con valori in decremento rispetto al 2014.


La qualità del servizio ospedaliero reso ai cittadini ha subito pesanti ricadute negative da un ultradecennale blocco del turnover e dalla conseguente carenza di personale, aggravata in molte aree del sud dalla mancata razionalizzazione della rete ospedaliera.

La spesa sanitaria pubblica pro capite, nel 2014, in Puglia è pari a 1.783€ (contro un valore nazionale di 1.817€ e con un decremento del 3,3% nel periodo 2010-2014). Per un calabrese nel 2014 si sono spesi in media 1.711€ (con un trend negativo del 3,8%), solo 1.689 € per un campano, il valore più basso a livello nazionale, con una diminuzione nel periodo 2010-2014 del 5,7%.

Una disparità confermata anche dai dati Agenas: la spesa sanitaria in Puglia nel 2014 è stata di 7,1 miliardi di euro, mentre a parità di popolazione una regione come l’Emilia Romagna ha speso 8,7 miliardi. E’ vero quindi che la spesa sanitaria pesa di più sul Pil nelle regioni meridionali, ma semplicemente perché si tratta di regioni più povere, che in termini assoluti investono meno nella salute dei propri cittadini, con le conseguenze fotografate dai dati Istat e dai risultati dei LEA. Senza contare il fatto che la mobilità sanitaria verso il nord crea la situazione paradossale per cui le regioni che hanno un sistema sanitario con più finanziamenti finiscono con il drenare ulteriori risorse a regioni che sono già in difficoltà e hanno una sanità sottofinanziata.

L’altro fattore da tenere in considerazione, nel momento in cui si analizzano i dati su spesa sanitaria e servizi sono quelli socio-culturali e ambientali, che pesano sulla morbilità: stili di vita non sani, obesità, inquinamento, povertà (dati che vedono il sud penalizzato rispetto al nord) espongono le persone a fattori di rischio comportamentali per determinate patologie.

La disparità territoriale nella distribuzione delle risorse investite in Sanità deve essere affrontata rivalutando i parametri di attribuzione del fondo sanitario, in modo che le risorse non vengano più assegnate solo in base a fattori demografici come l’invecchiamento della popolazione ma tengano in considerazione anche fattori socio-economici come la povertà e la scarsa consapevolezza culturale.

I risultati dei LEA nelle regioni del sud è la diretta conseguenza del blocco della spesa ottenuto tramite il razionamento dei livelli qualitativi dei servizi. Per questo ora è necessario un atto di equità verso le regioni del sud, affinché siano riequilibrati il numero del personale, i posti letto e le infrastrutture tecnologiche.

Sono queste le motivazioni del documento presentato a luglio scorso da tutti gli Ordini meridionali e votato a larga maggioranza dal Consiglio Nazionale della Fnomceo, che poneva il problema delle diseguaglianze di livelli di finanziamento tra le regioni, mettendo in crisi la Sanità del Sud e di conseguenza la professione.

Occorrono maggiori risorse al Meridione in un rinnovato sistema sanitario pubblico, che superi il localismo e gli sprechi e abbatta le diseguaglianze sociali e territoriali. Non possono essere uguali cittadini che vivono situazioni di deprivazione e si avvalgono di un sistema sanitario più povero. E non è eticamente accettabile che proprio al sud dove c’è una popolazione più giovane e con meno risorse ci siano meno fondi da destinare alle cure. Così il diritto alla Salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione viene sacrificato in nome dell’obbligo di pareggio di bilancio.
 
Filippo Anelli
Presidente OMCeO Bari

03 aprile 2017
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