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I precari ‘fantasma’ della ricerca sanitaria in Friuli Venezia Giulia

02 AGO - Gentile Direttore,
si fa presto a dire precari, ma non tutti i precari sono uguali. Lo sanno bene i 185 professionisti della ricerca sanitaria Pubblica che lavorano nei centri di eccellenza regionali come gli IRCCS “Burlo Garofolo” di Trieste e il “Centro di Riferimento Oncologico (CRO)” di Aviano con contratti cosiddetti ‘flessibili’. I precari della ricerca sanitaria, infatti, sono precari di serie B, ovvero non hanno neppure un contratto a tempo determinato.
 
Sono i precari ‘fantasma’ che non compaiono nelle statistiche ufficiali del personale dipendente a tempo determinato, perché pagati con ‘borse di studio’ (una tipologia esente da qualsiasi contributo previdenziale e da qualsiasi tutela, come la maternità o la disoccupazione), partita IVA come i liberi professionisti, o, i più ‘fortunati’, con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.).
 
Stiamo parlando di almeno 125 professionisti che lavorano al CRO e di 60 al Burlo, senza considerare coloro che hanno un assegno di ricerca universitario e gli interinali (che figurano formalmente come pagati dal altri enti, pur lavorando negli IRCCS). (Vedi tabelle allegate)

 
Tra queste 185 persone, 114 (62%) hanno un co.co.co., cioè una tipologia di contratto che cesserà di esistere nel 2018, dopo l’ennesima proroga dell’entrata in vigore del ‘jobs act’ nella pubblica amministrazione, senza che sia stata trovata ancora un’alternativa. Il precariato della ricerca negli IRCCS, infatti, è al momento escluso dalle procedure di stabilizzazione contenute nel ‘decreto Madia’ mentre i proclami del Ministro della Salute Lorenzin, circa la possibilità di regolarizzare -e non stabilizzare- la posizione contrattuale dei ricercatori sanitari italiani, sono naufragati assieme al governo Renzi.
 
Ma chi sono questi precari della ricerca sanitaria Friulana? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono poi tanto giovani se l’età media ha superato i 35 anni, ma quella massima supera i 50 anni a fronte di un’età minima di 24 anni (trattandosi principalmente di persone con laurea quinquennale). Sono soprattutto donne (80%), categoria per la quale la precarietà del lavoro comporta un onere ancora maggiore in termini di scelte personali e familiari.
 
Si tratta di personale con un livello di qualificazione molto elevato, come anche richiesto nei bandi pubblici di selezione: l’87% possiede una laurea specialistica e molti hanno conseguito anche un dottorato di ricerca, un master o la specialità, sono autori di pubblicazioni scientifiche e sono stati vincitori di finanziamenti.
 
Oltre la metà sono biologi o biotecnologi (52%), l’11% sono psicologi, il 9% farmacisti o chimici/tecnologi del farmaco, il 6% medici, il 6% tecnici di laboratorio biomedico, il 4% biostatistici o bioinformatici e, a seguire, troviamo bibliotecari, amministrativi, infermieri e altri professionisti, tutti con funzioni di ricerca, diagnostica, clinica o di supporto alle attività proprie degli IRCCS.
 
Se confrontiamo i numeri con quelli del personale di ruolo, le percentuali sono sconfortanti: al CRO a fronte di 21 biologi con contratto a tempo indeterminato, i biologi precari sono 40 a cui si aggiungono 27 biotecnologi, ovvero il 76% del totale. Evidente il risparmio economico per il CRO e la Regione derivante da un gruppo di coordinamento di studi clinici-sperimentali totalmente affidato a personale precario.
 
Nelle mani di questi ricercatori è affidata non solo la ricerca pre-clinica ma anche la ricerca ‘traslazionale’, condotta soprattutto negli IRCCS, ovvero quella che ha immediate ricadute per i pazienti. Inoltre, anche gran parte delle attività diagnostiche e dei servizi clinico-assistenziali degli IRCCS regionali sono portate avanti da personale precario.
 
Questa situazione perdura da molto tempo, decisamente troppo. Al CRO di Aviano spetta il primato dell’IRCCS con i precari più esperti: il 22%, infatti, lavora in modo ‘flessibile’ in Istituto da oltre 10 anni e il 25% da oltre 5 anni, mentre per il Burlo sono pari al 5% e al 27% rispettivamente.
 
Innegabili sono le ricadute per la qualità della ricerca stessa, depauperata nella sua indipendenza dalla ricattabilità di un lavoro precario e afflitta dallo spreco di risorse economiche destinate a formare personale che non è destinato a rimanere nel mondo della ricerca sanitaria, o, quanto meno, di quella italiana.
 
Ma non sono trascurabili nemmeno le ricadute sui pazienti oncologici e pediatrici della regione Friuli Venezia Giulia e di quelli che afferiscono ai 2 IRCCS da tutta Italia, che sono i destinatari ultimi dei progressi della ricerca sanitaria, ma anche i primi cui destinare cure sperimentali e farmaci innovativi, attività di diagnostica avanzata, di prevenzione e monitoraggio effettuate anche dai precari ‘fantasma’.
 
Si fa presto a vantarsi dei premi che i ricercatori italiani conquistano nel mondo senza guardare la precarietà che avvolge la ricerca scientifica italiana ed i “fantasmi” che la portano avanti.
 
Antonella Zucchetto
Iscritta Anaao Assomed, a nome dei precari degli IRCCS Centro di Riferimento Oncologico di Aviano e materno infantile Burlo Garofolo.

02 agosto 2017
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