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Pensioni. Anche fare il medico è usurante

05 NOV - Gentile Direttore,
in questi giorni abbiamo dovuto iniziare a fare i conti con una nuova (pseudo)scienza dalle coordinate incerte ed ai più oscure, annunciata, attraverso il potere straordinario dei media, dai ragionieri economici: l’ingegneria pensionistica. Nel confuso ritornello dei numeri statistici (una variabile, sempre di più, “dipendente” dagli obiettivi dei dati), l’ISTAT ha confermato l’aumento della speranza di vita registrato nel nostro Paese ma questa buona notizia, che dovrebbe essere però meglio verificata senza ricorrere alla mediana dell’ultimo triennio, non ha certo fatto gioire chi di noi è oramai arrivato a fine carriera.
 
Perché, a partire dal 2019, essa porterà al posticipo (di altri 5 mesi) della nostra uscita dal lavoro, per gli effetti di un (becero quanto assurdo) automatismo creato non già dalla riforma pensionistica che prende il nome della allora ministra Elsa Fornero ma dal Governo Berlusconi, in risposta a quella nota missiva, dell’agosto 2011, della Banca centrale europea che ha poi portato a modificare frettolosamente la nostra Carta costituzionale in cui è stata inserita, senza particolari critiche rivolte dalle Forze politiche, dal Governo Monti, la regola della parità di bilancio: la quale è stata poi inserita in tutti i provvedimenti normativi emanati in questi anni dal Parlamento attraverso la clausola dell’invarianza finanziaria.

 
L’incontro con l’ingegneria pensionistica ci ha così fatto capire che l’ulteriore incremento della vita professionale risponde ad esigenze di giustizia distributiva e di tenuta del debito pubblico e che questo ennesimo allungamento dell’età pensionabile è necessario non solo a garanzia della stabilità economica dell’INPS ma anche perché, al momento, non ci sarebbero le risorse economiche che servirebbero a permettere l’uscita dal lavoro secondo le regole fissate dalla riforma Fornero (42 anni e dieci mesi di contribuzione): perché la nostra natalità continua ad essere la più bassa d’Europa nonostante i movimenti migratori, perché il nostro prodotto interno lordo (PIL) è ai minimi storici nonostante l’ottimismo degli ultimi mesi, perché la disoccupazione giovabile resta a livelli insopportabili con la conseguenza che si devono oggi aiutare economicamente non solo i figli ma anche i nostri nipoti. Anche se sappiamo che l’evasione fiscale provoca un continuo danno alle casse dello Stato di oltre 100 miliardi di Euro ogni anno; con i quali, senza ricorrere all’aumento dell’IVA o alla tassazione, si potrebbero garantire quelle politiche di sostegno alla famiglia ed al basso reddito che tutti i Paesi civilizzati, con un minimo di maturità democratica e di capacità di guardare agli interessi delle generazioni future, hanno realizzato.
 
Falliti tutti i tentativi di spending review proposti, in questi anni, dai vari Commissari straordinari la cui permanenza nelle stanze dove dovrebbe essere posizionato il cruscotto dell’agenda politica è però stata troppo breve, ciò che appare oggi evidente a tutti è che la sola ed unica vera riforma completata in questi anni di drammatica recessione economica e di crisi finanziaria è stata quella previdenziale: i contribuenti (lavoratori) attivi sono stati così ancora una volta utilizzati come salvagente per salvare la credibilità dello Stato in un’Europa sempre più divisa tra leadeschip forti e leaderschip deboli e per onorare gli impegni di Maastricht, nell’incapacità politica di superare definitivamente la logica degli annunci e mettere mano a riforme davvero strutturali.
 
E che su quella riforma bisogna insistere senza retrocedere di un passo perché ogni assalto alla diligenza costituirebbe un attentato alla stabilità di un deficit pubblico impressionante ed alla credibilità europea anche se non ci viene spiegato il perché in tutti gli altri Paesi esiste un limite di uscita dal lavoro di gran lunga inferiore al nostro (in Svezia 61 anni, in Francia 62 anni, in Germania 65 anni), con l’eccezione della sola Grecia.
 
Dovremmo, quindi, ancora una volta lavorare di più se avremmo la fortuna di stare in buona salute o sperare di entrare a far parte delle categorie di lavorazioni usuranti anche se non ho ancora capito quali sono i criteri oggettivi di analisi dell’usura (non mi convince la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale come non mi convinceva, all’epoca, la distinzione tra la falce ed il martello di un noto manifesto politico) e la ragione del perché la categoria medica sia esclusa dal novero di queste lavorazioni anche se io, personalmente, a quasi 62 anni di età (con 41 anni di contribuzione regolarmente versata), avendo da sempre esercitato la professione di un medico-legale impegnato nel pubblico e (fortunatamente) non usurato dall’attività marchettara (che non ho mai esercitato e che non eserciterò quando sarò finalmente in pensione), mi sento sempre più stanco ed amareggiato.
 
Anche se ho piena consapevolezza sul fatto che i miei Colleghi primari (rectius, Direttori di struttura complessa) anelano, per gran parte, di restare al lavoro fino al raggiungimento del 70° anno di età, come succede per la carriera universitaria che -senza beninteso offendere gli accademici- è però tutt’altra realtà rispetto a chi di noi ogni giorno cerca, ancora convintamente e con tutte le sue forze, di onorare gli impegni del Servizio sanitario nazionale.
 
Io non appartengo a questa platea di medici, avendo piena consapevolezza sul fatto che il nostro lavoro deve essere performante, che la salute delle persone è una faccenda seria sulla quale non si può scherzare, che la responsabilità non solo gestionale costa tanta fatica nella quotidianità, che le generazioni più giovani hanno molte più risorse di noi, che gli acciacchi ci sono anche se li mettiamo quasi sempre nel dimenticatoio  perché il care non lo consente e che la stanchezza non va certo a braccetto con il progresso della tecnica e delle conoscenze.
 
Nonostante gli inviti dei Sindacati confederali, lo scenario che mi sembra delinearsi non è roseo e gli ultimi annunci del Governo, già in campagna elettorale, non sono sicuramente incoraggianti.
 
Uno stop di qualche mese, per lasciare gli strappi della scelta impopolare a chi governerà in futuro il Paese, per individuare quali sono i lavori usuranti (mi chiedo, ancora, sulla base di quali criteri oggettivi), non serve a nessuno anche se è, purtroppo, autenticamente italica la prassi di rinviare le decisioni per ragioni puramente elettorali.
 
Si prospetta così un doppio scenario sconfortante: la guerra tra forti e deboli per entrare a far parte delle categorie dei lavori usuranti (e vedremmo dove la categoria medica e la Fnomceo vorranno posizionarsi) ed uno scontro elettorale che farà della riforma previdenziale il cavallo di battaglia di ogni coalizione posizionata al centro a destra o a sinistra, reiterando quella politica degli annunci che è oramai entrata a far parte del nostro costume politico.
Un’ennesima occasione sprecata senza guardare in faccia i veri problemi di questo nostro Paese, indebolito nel mercato e povero soprattutto di idee e del coraggio di realizzarle anche a costo di rafforzare inizialmente il debito pubblico e che mi riportano alla memoria il noto e vero adagio popolare del “Chi meno spende, più spende”.
 
Problemi evidenti a tutti ma mai affrontati se si guarda ad alcune conseguenze della riforma previdenziale che non ho mai sentito analizzare nei talk show televisivi e nei molti dibattiti pubblici che mi sono sforzato di seguire nel tentativo di capire le coordinate di quella nuova (pseudo)scienza, spesso propugnata da Commentatori poco simpatici che si scoprono far parte della schiera di chi gode di vergognosi vitalizi politici: così il numero dei lavoratori esposti a rischio che hanno limitazioni o prescrizioni imposte dai medici competenti, quelli in più o meno franco burnout (ho visitato, di recente, una donna 75enne, dipendente di una Cooperativa ed occupata nella vigilanza di un noto museo trentino, di cui si chiedeva di accertare la sua idoneità alla mansione, che mi ha implorato di proseguire il lavoro perché la pensione di anzianità non avrebbe superato i 500 Euro mensili impedendogli di pagare il solo affitto), quelli che, riconosciuti disabili, usufruiscono dei congedi lavorativi retribuiti (due ore al giorno) e quelli che, prestando assistenza a familiari non autosufficienti, usufruiscono di tre giorni al mese di congedo retribuito o del congedo biennale retribuito  (in Provincia di Trento, con una popolazione di poco superiore ai 500 mila abitanti, sono oltre 7.500 le persone che usufruiscono di questi istituti, con un costo annuo di oltre 60 milioni di Euro che supera addirittura l’esborso complessivo dato dall’indennità di accompagnamento di cui godono in Trentino circa 13 mila persone (si veda l’aggiornamento dell’Anagrafe dell’handicap trentino pubblicato sul Quotidiano Sanità).
 
Tutta una serie di istituti giuridici che, se è pur vero che non si tratta di casch benefits diretti, sono comunque un costo pubblico (non certo indiretto) che non fa bene al nostro PIL e che si ripercuote non solo sulla efficienza dei servizi ma anche sugli altri lavoratori che, sempre più frequentemente, richiedono di trasformare il loro rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time o di prestare la loro opera in telelavoro o usufruendo di altre opportunità contrattuali che, mi permetto di dire, non sempre si conciliano con le esigenze dei servizi pubblici dedicati alla persona.
 
E che non contrastano certo l’usura data dal lavoro prestato da lavoratori di una certa età anagrafica e che non sono nemmeno in grado di dare una risposta al bisogno di assistenza delle persone disabili e non autosufficienti le cui esigenze ed i cui bisogni continuano ad essere sulle spalle delle famiglie vista l‘insufficienza strutturale delle attuali politiche italiane di long term care.
 
Mi chiedo perché queste evidenze non siano mai oggetto di analisi quando si parla di riforma previdenziale e se l’aumento dell’attesa di vita corrisponda anche all’incremento della qualità della stessa.
 
Pur essendo pienamente consapevole che la rigidità di quella (supposta) nuova (pseudo)scienza non considera questa variabile: basta vivere di più (se è vero) … il resto non conta, anche se la value di una società democratica davvero matura non può essere misurata tenendo conto di quei rigidi parametri quantitativi che sembrano fondare l’ingegneria previdenziale.
 
Mi chiedo, ancora, se non è finalmente giunto il tempo di scelte politiche coraggiose a garanzia della flessibilità di uscita dal lavoro che non è certo quella dell’APE social o dell’altra forma di APE utile solo a dare respiro agli interessi bancari ed a quelli delle assicurazioni private che si occupano del rischio vita.
 
E mi chiedo, infine, quale sarà la posizione che sarà assunta sulla questione dai medici attraverso la Fnomceo ed i nostri sindacati rappresentativi ai quali rivolgo un accorato appello: si tenga finalmente conto del fatto che la nostra professione richiede abilità performanti e che l’età anagrafica non è mai una variabile estranea o “indipendente”.
 
E che molti di noi sono davvero stanchi non solo sul piano fisico ma soprattutto su quello della tenuta dell’assetto emozionale ed emotivo che è pur sempre un tempo ed un luogo necessario alla buona cura.
 
Fabio Cembrani
Direttore U.O. di Medicina Legale
Azienda provinciale per i Servizi sanitari di Trento

05 novembre 2017
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