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Il fine vita e la coscienza dei medici. Non dimentichiamo che siamo servitori non padroni

30 DIC - Gentile Direttore,
sono un anestesista-rianimatore ospedaliero, da qualche anno in pensione. Desidero ringraziare con questo spazio che mi é concesso, il Dott. Antonio Panti, Presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze, per il suo puntuale e dettagliato articolo su “Biotestamento e obiezione di coscienza. Il fondamentalismo religioso lasciamolo all’Islam”.
 
Da medico e da cattolico credente devo dire che Il Dott. Panti ha pienamente ragione: “non c’è alcun sentiero scivoloso, ma solo pietà cristiana e, senza citare il Papa, basta il buon senso”.
 
L’obiezione di coscienza, che sembra essere agitata da alcune frange di medici cattolici, non ha alcun senso, né alcuna motivazione logica.
 
Probabilmente questi colleghi non hanno mai visitato dei reparti di Rianimazione o non hanno mai assistito persone nel proprio domicilio costrette a letto e, in certi casi, ventilati con respiratore automatico 24 ore su 24.
 

Ho assistito per 10 anni mia madre, invalida al 100%, come da documento del Ministero della Sanità, presso il mio domicilio e devo rendere grazie all’instancabile aiuto e assistenza di mia moglie, Infermiera Professionale, se ciò è stato possibile, mentre continuavo in ospedale la mia normale attività di lavoro.
 
Dall’Assessorato regionale alla Sanità solo ripetuti controlli, caso mai mia madre fosse improvvisamente e miracolosamente guarita.
 
Sono stato anche vicino ad un carissimo amico, un intellettuale spagnolo, ormai in stadio terminale per un cancro al pancreas. Provvedevo con degli antidolorifici che diventano sempre più inefficaci, consigliai quindi di rivolgersi ad un Centro di Terapia del Dolore presso la rinomata università della sua città nella quale viveva.
 
Un giorno, conoscendo la mia fede, mi chiese tra un antidolorifico e l’altro come facessi ancora a credere in Dio, pur vedendo lui in quello stato così tormentato.
 
Ho citato questi piccoli esempi di vita personale, ma potrei aggiungere il bambino affetto da distrofia muscolare progressiva di Duchenne, morto a 12 anni, e altri ancora.
 
Qui non si tratta di fede cattolica o di altra fede, qui giustamente il Dott. Panti cita il Codice Deontologico e basterebbe quello a far muovere qualunque medico di fronte ad un tuo simile (perché di questo si tratta, indipendentemente dall’età, dal sesso, dal colore della pelle, dalla religione, dalla appartenenza geografica, dal censo) che a causa di una malattia senza ritorno sta soffrendo ormai da tempo e non ha più né la forza fisica né la forza psichica per resistere e continuare a vivere in quello stato.
 
Sono stato in Rwanda nel 1978 per un mese come medico volontario presso la missione salesiana di un missionario belga.
 
Una mattina il prete mi chiamò per andare in ambulatorio a vedere un bambino che avevano appena portato. Andai di corsa e trovai nel letto un bambino dell’apparente età di 8 anni con accanto i genitori, affetto da “banale” morbillo.
 
Il paziente era in coma per una estrema disidratazione, infatti per le persone del luogo dare da bere, quando si ha la febbre, è come dare acqua allo spirito del male che è entrato in lui.
 
Ho provveduto ad idratarlo con flebo, che avevamo portato dall’Italia, e per fortuna la diuresi si riprese, a quel punto decidemmo di portarlo al più vicino ospedale gestito da medici rwandesi.
 
Nel pomeriggio mi recai a visitare il bambino, purtroppo il coma non era risolto, ma mi colpì la madre che appena mi vide entrare, si alzò e mi tese la mano per ringraziarmi, anche se avevo fatto ben poco per risolvere la situazione e il quadro clinico non lasciava spazio alla speranza. Quel gesto e quello sguardo non li ho mai dimenticati.
 
La nostra professione, tra i tanti pregi e altrettanti difetti, ci fa correre il rischio di farci sentire onnipotenti e di essere quindi in grado di decidere della sorte, della salute, della vita altrui.
Siamo servitori e non padroni.
 
Accanirsi poi per cercare di recuperare l’irrecuperabile può essere segno di megalomania, di superbia, di autocompiacimento, ma non si fa certo l’interesse di chi in quel momento per sua sfortuna si trova obbligato in posizione orizzontale rispetto a noi.
 
Rosario Carulli
Anestesia e Rianimazione

30 dicembre 2017
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