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Ippocrate e Neoippocratismo. Un po’ di storia

12 GEN - Gentile Direttore,
mi inserisco nel dibattito, che le pagine di Quotidiano Sanità hanno ospitato, in merito al cosiddetto “Neoippocratismo” (Benci, Cavicchi, Gensini e Panti). Mi inserisco con la voce gentile, ma decisa, della Storia, in nome di quelle “evidenze”, che non sono punto di riferimento soltanto della Medicina, ma anche della ricerca storica e non con l’intento di denunciare errori o imprecisioni, ma con la volontà di ricondurre la riflessione su un terreno, che risparmi il nome di Ippocrate dall’abuso e dal misuso.
 
Premessa: ai medici piace la storia.Per più motivi: perché metodo clinico e metodo storico hanno tanti punti in comune e perché la storia fornisce i quarti di nobiltà alla Medicina, garantendole il lustro del passato.
 
Spesso, però, questo sguardo rivolto al passato può avere effetti collaterali negativi: un atteggiamento antiquario nel compiacimento del proprio “albero genealogico”, la concezione della storia come continuo autosuperamento e, non ultimo, il virus del precursore.

Quest’ultima condizione (J. Clark, 1959) è molto rischiosa, in quanto asintomatica nella vittima, ma contagiosissima.
 
La categoria del precursore o dell’anticipatore, infatti, è il frutto di una concezione della reversibilità storica, che distrugge la peculiarità dell’oggetto della storia delle scienze.
Estrapolare la figura di un medico (o di uno scienziato) dalla sua epoca, per trasformarlo in un improbabile (e impossibile) “pensatore di più tempi”, distrugge la sua specificità storica, che mantiene un senso preciso solo entro il contesto culturale che l’ha generata.
 
Ora, nei contributi a cui faccio riferimento, per ricollegarsi a colui che è considerato padre nobile della Medicina, si sono usati generosamente i termini “Ippocrate” e “Neoippocratismo”, in maniera – consentitemi -  un po’ troppo semplicistica.
 
Prima osservazione: è ormai assodato che il cosiddetto “Giuramento di Ippocrate”, attribuitogli ben 7 secoli dopo la sua morte, è un testo problematico, da ricondurre verosimilmente a un contesto molto più tardo, che, con Ippocrate, aveva ben poco a che fare. Non è, quindi, una fonte attendibile.
 
Seconda questione: a quali specifiche opere del Corpus viene fatto riferimento?
In terzo luogo, il termine “Neoippocratismo”: questa espressione designa, per gli Storici della Medicina, la tendenza osservativa ed intuitiva di alcuni Autori che, nel XVIII secolo, hanno rivalutato, contro l’astrattismo dei sistemi, un modello metodologico, impostato sulla conoscenza per sintomi.
 
Tali Autori hanno considerato alcune opere del Corpus il punto di partenza per la definizione delle malattie, assumendo come paradigma il loro contenuto metodologico, fondato sulla ricerca di cause naturali, oggettivabili.
 
Ippocrate è stato, quindi, “reinventato”, nel tentativo di trovare un principio unificante che indicasse alla Medicina la via per superare il cartesianesimo e individuare un punto di incontro di teoria e prassi, lontano dalle elucubrazioni della Medicina dei sistemi.
 
Ne è stato rappresentante Thomas Sydenham, già nel XVII secolo (1624-1689): sostenitore del partito parlamentare durante la guerra civile, Sydenham praticò la professione per lo più tra le classi più povere di Londra, dopo la restaurazione di Carlo II nel 1660, nella convinzione che la Medicina dovesse essere esercitata per il benessere della collettività.
 
Per questo, si impegnò approfonditamente nello studio delle febbri epidemiche, piuttosto che soltanto nell'esame singolo dei pazienti e della loro costituzione individuale.
 
Astenendosi da un approccio speculativo e da pregiudizi dottrinari, ma partendo dalla constatazione che la malattia si manifesta come un complesso di sintomi, Sydenham mostrava la logica della loro associazione, in una serie di "quadri" che pubblicò nel 1676, con il titolo Observationes medicae circa morborum acutorum historiam et curationem.
 
Seguace della filosofia baconiana, Sydenham realizzò la classificazione delle malattie, come piante in un erbario, per restringere progressivamente le possibilità interpretative ai fini di una diagnosi differenziale.
 
Ponendo l'accento sul valore dello sguardo clinico e la scarsa utilità della speculazione, integrando le sue osservazioni sulle malattie con la stagionalità e il rapporto con le condizioni atmosferiche, Sydenham raggiunse grandissima fama anche per la idealizzazione di una Medicina "al letto del malato", che sarà fatta propria dalla Scuola medica di Parigi anche nel secolo successivo.
 
Questo è il Neoippocratismo: una metodologia che, nell’Europa del Settecento, coagula sotto il nome di Ippocrate una tendenza fortemente osservativa, da cui, non a caso, origina anche l’esperienza di Bernardino Ramazzini (1633-1714) e l’attenzione alle malattie dei lavoratori.
 
L’approccio “neo-ippocratico”, citato da chi mi ha preceduto in questo dibattito, quindi, merita una definizione diversa (non certo “Neo-neo-ippocratismo”).
 
E se l’auspicato binomio conoscenza scientifica-conoscenza filosofica potrebbe indurre nella tentazione di richiamare l’aforisma di Galeno- Quod optimus medicus sit quoque philosophus-, alla Medicina delle 5P bene si adatterebbe quanto scritto da Seneca filosofo: «benché il malato abbia una malattia, malato e malattia non sono la stessa cosa» (ben. 6.2.1: quamvis in morbo ager sit, non tamen idem est aeger et morbus).
 
Prof. Donatella Lippi
Storia della Medicina e Medical Humanities
Università degli Studi di Firenze

12 gennaio 2018
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