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La legge Lorenzin e il ruolo dell’infermiere nella salute mentale

30 GEN - Gentile direttore,
Il 22 dicembre 2017, dopo interminabile travaglio – colmando il vuoto normativo funzionale alla parziale applicazione della legge 43/2006 – con la conversione del Ddl (Atto 3868 - 1324-b) “Delega al Governo in materia di sperimentazione clinica di medicinali, nonché disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute”, viene alla luce la Fnopi, la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche.

Col suo 64% sul totale, rappresenta l’ordine nazionale – nel novero delle professioni sanitarie – più grande in quanto a numero di iscritti.
Una norma che equivale ad una sorta di “stargate” poiché, frangendo anacronistici argini, schiude ad una nuova epoca una professione troppo a lungo considerata in “corso di apparizione”.

Una “garanzia” ordinistica che, al pari di altre professioni intellettuali – nell’alveo di una sorta di sistematico accreditamento, circa la competenza professionale ed il “contegno etico” – promuoverà una tutela, non tanto e non solo dei professionisti, ma anche e soprattutto degli assistiti, attraverso una costante e mai abbandonata vigilanza da magistratura interna, ma anche attraverso la maggior rilevanza dei codici deontologici.


Nel suo “cronico” viaggio verso “futura rivelazione”, la professione infermieristica ha incontrato, con la nuova norma, un sussulto evolutivo. Ancorando – al pari di ogni altra – il suo successo al riconoscimento sociale, dopo il passaggio legislativo a rango di dignità intellettuale, peraltro già riconosciuto con Decreto 14 settembre 1994 n. 739, per poter adire alla medesima visibilità che si ha in realtà anglosassoni e nordamericane, la nostra professione oggi necessita del debito e proporzionato riconoscimento economico.

Nella coralità del comprensibile trionfalismo, la S.I.S.I.S.M. (Società Italiana di Scienze Infermieristiche in salute Mentale), nata dalla iniziativa di Andrea Gargiulo, attuale presidente, non può, con orgoglio, che plaudere al risultato epocale raggiunto, anche ripensando all’apporto offerto dal proprio settore alla storia evolutiva della professione, attraverso taluni fondanti momenti:
- In un clima di importante dialettica sul fenomeno del “demansionamento” e degli atti “decontestualizzati” o addirittura “deprofessionalizzanti”, i professionisti che operano nel settore della salute mentale non possono dimenticare – sebbene oggi il pensiero possa apparire arcaico ed anacronistico – quel lontano 1888, quando, in un ospedale psichiatrico di Innsbruck nasceva uno dei primi rudimentali mansionari. Un atavico strumento che ebbe il merito di iniziare ad enucleare “l’embrionale professionista” dagli storici approcci meramente caritatevoli e filantropici ascrivibili ad un “umano sentire”, scevro da quelle “perizie professionali” che porteranno col tempo al riconoscimento dei “profili”;

- Quello psichiatrico è un settore - e l’infermiere che vi opera accoglie queste variabili a vantaggio della professione - che ha avuto il protagonismo della anticipazione culturale di quelle precognizioni destinate ad assurgere ad autrici della medicina di ricerca in sanità: la garanzia che i percorsi terapeutici avessero la dovuta costanza; l’impegno delle risorse per la assunzione in carico delle drammatiche cronicità; la collocazione, nel cuore della ricerca, delle vicende individuali, rimarcando il fatale intrico della clinica con la vita. Ed a proposito di ricerca, si auspica che nei programmi dei futuri direttivi Fnopi si sottolinei il sostegno alle società scientifiche e l'importanza del loro ruolo.

Virginia Henderson (1968) affermava: “... la qualità delle cure infermieristiche dipende da chi le offre”. Aggiungiamo altresì che, quali professionisti “intellettualmente riconosciuti”, per poter operare una corretta sintesi si deve – passando per una auspicabile capacità sinottica – compiere una altrettanta corretta analisi, nella comprensione e talora “decifrazione” dei bisogni dell’assistito.

Ed ancora, la S.I.S.I.S.M. sottolinea – dichiarandosi pronta ad affrontare i futuri impegni evolutivi – l’importante ruolo del professionista infermiere del settore della salute mentale, potendo attingere, culturalmente, per evidenti ragioni, tanto alle scienze naturali, al pari di altri colleghi, quanto alle scienze umane. Legame, questo ultimo, che consente a coloro che sono impegnati in questo ambito della medicina, di dedicarsi non solamente al rigore della conoscenza, imposto dalle ferree regole delle discipline matematizzanti, ma anche - a profondo vantaggio degli assistiti - a quella profondità della “introspezione”, dove si palesa la questione “ermeneutica della alterità” con la sua possibilità della comprensione del non-io.

Anche attraverso queste riflessioni “filosofiche”, che investono la concettualità dell’infermieristica - non solo psichiatrica - è plausibile garantire una assistenza coerente e proporzionata alla intellettualità della professione.
 
Gianfranco Tamagnini
Direttivo S.I.S.I.S.M.


30 gennaio 2018
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