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Elezioni Lazio. Sulla sanità una grande sfida, anche per me

03 FEB - Gentile direttore,
la crisi in questi anni ha approfondito le disuguaglianze economiche, sociali, culturali. La sanità è, sotto questo riguardo, la migliore cartina al tornasole per valutarne gli effetti. Sappiamo tutti quanti cittadini si sottraggano alle cure mediche e non facciano prevenzione a causa dei costi, e come ciò determini una riduzione della copertura sanitaria.
 
L’Istat nel 2012 certificò che l’11% dei cittadini dichiarava di aver rinunciato alle cure mediche e persino all’acquisto dei farmaci; una percentuale che cresceva al 13,2% per le donne e al 15% nel Mezzogiorno. La maggior parte di costoro dichiarava che la rinuncia dipendeva da motivi economici e dalla qualità dell’offerta sanitaria, soprattutto dalle lunghe liste di attesa.
 
Sappiamo anche come la rete e le strutture sanitarie pubbliche, per le stesse ragioni e per una vigorosa stretta ai bilanci e una riduzione della spesa, abbiano ridotto i servizi e l’offerta di cura. Il settimanale “L’Espresso”, qualche settimana fa, sintetizzava la ‘stretta’ con questi dati: meno 70.000 posti in letto, meno 10.000 operatori, meno 175 ospedali nei dieci anni di crisi. Se non si rimuove, dunque, questo macigno e se non si opera un progressivo ribaltamento della tendenza in corso, le faglie di disuguaglianza saranno destinate a crescere, tagliando in due la popolazione per censo, per genere, per territorio e per generazione.

 
C’è un dato illuminante di quanto le disuguaglianze producano paurosi contraccolpi sulla salute e la vita delle persone, a partire dalle aspettative di vita. Una ricerca dell’Università di Roma Tre del 2012 sulla Capitale d’Italia ci dice che nel Municipio II (tra i più ricchi di Roma) l’aspettativa di vita è di 81,27 anni, nel Municipio VIII (oggi VI, Tor Bella Monaca) questa aspettativa cade bruscamente a 75 anni. Più di sei anni di vita separano il centro dalla periferia romana: la stessa città balla su orizzonti di vita che sembrano montagne russe, tutti a svantaggio delle aree più disagiate o sofferenti, ovviamente.

La Regione Lazio, nella sua risposta alla crisi e ai tagli di spesa, è stata in questi anni un esempio virtuoso. Esce da un gestione commissariale con un deficit sostanzialmente in pareggio, passato da 1,7 miliardi di euro a 170 milioni di disavanzo. Annuncia nuovi investimenti (per oltre 700 milioni di euro) dopo un periodo molto articolato di riorganizzazione della spesa e dei servizi. È altresì in grado di tornare ad assumere: 3.500 tra nuovi assunti e stabilizzati, dopo che nel 2013 furono solo 68.
 
L’ambizione è quella di coprire per il 95% le cessazioni dal servizio, mentre in precedenza si viaggiava attorno al 10%. Tra le novità anche 29 poliambulatori aperti per il fine settimana e i festivi, nonché 16 nuove case della salute, che avvicinano la sanità ai cittadini e fungono da filtro verso i pronto soccorso e nosocomi. Una risposta alla crisi e al decreto 80, che chiedeva la chiusura di molte strutture, alcune delle quali è stato possibile invece recuperare con nuovi investimenti, un riorganizzazione dei servizi e il miglioramento dell’offerta (è il caso di Subiaco) oppure mutandole in case della salute (è il caso di Zagarolo e Rocca Priora). Si è trattato di un percorso difficile, complesso, in salita ma in fin dei conti positivo, tant’è che il punteggio dei LEA, sprofondato nel 2013 a 152, due anni dopo saliva a 178, testimoniando il miglioramento sensibile dei servizi essenziali di cura.

Tutto bene, quindi? No. Perché lo sforzo importante oggi deve essere quello di rilanciare la sanità pubblica, e di accrescerne risorse e prestazioni, con politiche che indirizzino lo sguardo verso le aree più periferiche della società e del Paese. In questi anni, è cresciuta la spesa sanitaria privata, che sottrae alle famiglie ben 35 miliardi di euro, sia in forma assicurativa sia di tasca propria. E sono raddoppiati gli italiani con mutua sanitaria integrativa, creando con ciò una sorta di ‘doppio binario’ che allarga il divario tra italiani di serie A e di serie B.
 
La nostra spesa sanitaria pubblica pro capite è molto inferiore, a parità di potere d’acquisto, a quella dei nostri partner europei e le proiezioni indicate negli ultimi Def che evidenziano un progressivo calo dell’incidenza della spesa sul Pil, non lasciano ben sperare su un incremento significativo dei fondi sanitari pubblici.
 
La crisi dunque ha falcidiato interi settori sociali e colpito i soggetti più deboli (donne, mezzogiorno, disagio sociale), determinando una rinuncia alle cure e ai farmaci da parte di almeno sei milioni di italiani. In questi dieci anni, tuttavia, la risposta offerta dalle politiche di sanità pubblica sono state sbagliate, riduttive, hanno accompagnato la crisi, non ne hanno davvero contrastato gli effetti. Tant’è che la diminuzione del deficit delle aziende sanitarie pubbliche e il miglioramento tangibile dell’appropriatezza organizzativa e clinica, certificati dall’Istat sin dal 2013, non sono bastati a frenare le disuguaglianze socio-territoriali innescate dalla crisi e la corsa della spesa verso la sanità privata.
 
Si è trattato di misure di bilancio e di riorganizzazione dei servizi che hanno prodotto una riduzione dell’offerta, come meno ospedali, meno operatori e meno posti letto e una parallela riduzione delle prestazioni. Nonostante questa riduzione, il valore della produzione pubblica (a prezzi 2005) è però rimasto invariato, anche a fronte di un aumento dei costi e dei ticket. Parallelamente, si è assistito a un incremento della spesa sanitaria verso privati, in una misura crescente dell’1-1,7% annui.
 
Questo a riprova che non basta assestare i bilanci, riorganizzare i servizi, migliorare la qualità dell’offerta, se poi la medesima si riduce, i costi salgono, la spesa sanitaria nazionale diminuisce, se tutto il buono riguarda alcune regioni e non altre, se il Mezzogiorno è penalizzato, se si concentra la cura in grandi complessi ospedalieri e si chiudono quelli periferici. Alla fine si alzerà comunque un barriera tra cittadini di serie A (che vivono in aree del Paese più ricche, che sono benestanti, che ricorrono anche alle cure mediche private, che si fanno l’assicurazione sanitaria) e cittadini di serie B (che non possono permettersi le cure, che vivono in aree depresse del Paese, che sono soggetti sociali deboli: donne, precari, anziani poveri o poco istruiti).

Ecco allora dove indirizzare l’iniziativa politica e in che termini ripensare le politiche sanitarie. Per cui dico: o il servizio sanitario nazionale, a quarant’anni dalla sua nascita, riparte e riesce ad ampliare la propria copertura, a soddisfare anche le richieste periferiche, a ridurre le disuguaglianze economiche, territoriali, di genere e sociali, oppure la sanità pubblica avrà mancato il bersaglio, orientandosi sempre più a cittadini di serie A, una parte dei quali si rivolge pure alla sanità privata con sempre maggiore frequenza, ma non a quella ampia quota di cittadini socialmente disagiata, composta di ultimi e penultimi, ovvero ai 6 milioni di italiani che non possono più curarsi.
 
Una sanità che migliora le propria qualità ma non lo fa per tutti, a partire dai più bisognosi e lontani, somiglia troppo alla sanità privata per essere vera.
 
Stefano Di Traglia
Candidato alle elezioni regionali del Lazio per Liberi e Uguali

03 febbraio 2018
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