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Non è mai troppo tardi per cambiare verso davvero

22 MAR - Gentile direttore,
devo dire di avere trovato quanto meno singolare l’appello di Federico Gelli a una ricostruzione del Sistema Salute a partire dalle pratiche, perché di ascolto dei suggerimenti dal basso poco o niente in questi anni, e non solo da parte delle alte sfere del Partito, anzi con una nota di fastidio mai celato quando le voci del quotidiano hanno provato a farsi sentire, esprimendosi, pur senza autorità, in maniera autorevole.
 
Suggerisco quindi all’esponente del PD di leggere con attenzione questa testata, perché di opinioni serie ne troverà a iosa. Semmai il problema sarà quello di dare un ordine di priorità agli interventi da fare, ma già molta carne potrebbe essere messa e si sarebbe potuta, in un lustro, mettere al fuoco.

Faccio notare che il malessere del cittadino nei confronti della risposta di salute non è frutto di una cattiva comunicazione o di un comune sentire intimo, bensì del confronto tra le promesse sbandierate e la realtà sperimentata giorno per giorno, luogo per luogo. Lo stesso dicasi per la valutazione che dell’impianto del sistema dà l’operatore che vi lavora. Operatore e malato hanno smesso di illudersi e di sperare, tutto qua. Cosa che potrebbe indurre a riflettere da una parte le istituzioni sanitarie tutte, dall’altra gli organi sindacali.


Osservo che la disuguaglianza di risposta sanitaria non riguarda soltanto i cittadini in base alla loro residenza, ma anche gli operatori. In uno degli ultimi congressi di un sindacato di categoria sarebbe emerso che i dirigenti medici ricevono stipendi molto diversi in base alla Regione in cui lavorano, con la Toscana e la Sardegna che si collocherebbero al penultimo e all’ultimo posto rispettivamente e con il Molise primo per retribuzione. Un divario di circa 12.000 euro annui separerebbe la vetta dal fondo.
 
Non sappiamo come vadano le cose per gli altri professionisti sanitari, ma parimenti al divario tra stipendi maschili e femminili - ancora non sufficientemente argomentato, benché ripetutamente comparso anche su questa testata - urge fare chiarezza al riguardo. Di nuovo si tratta di un tema da mettere al primo posto delle agende sindacali.

Ciò detto, torno a porre, in solitaria o quasi, la questione di una qualità del reclutamento che da troppo tempo latita, con riconoscimenti sovvertiti già nelle aspettative: penso al giovane neolaureato con menzione di merito e media stratosferica che dubitava di avere accesso alla branca specialistica cui ambiva e già meditava di mettere il suo curriculum studiorum in rete e di volare verso lidi che ancora considerano la qualità una virtù. Quando i problemi si fanno seri, occorrono consulenti che non dicano sì per piaggeria, ma consentano a un vascello alla deriva di ritrovare la rotta.
 
Suggerisco, quindi, all’Onorevole Gelli di agire affinché siano garantite al Sistema Sanitario le risorse migliori, scelte con criteri di qualità, fin dalla immatricolazione nelle Scuole di Specializzazione. Chi potrà fare un buon pasto con pochi e poveri ingredienti? Solo un gran cuoco. Così, unicamente operatori all’altezza di un compito impari saranno in grado di ridurre, ad esempio, i tempi di attesa, fornendo una risposta rassicurante. La qualità potrà essere messa al servizio anche della quantità, mai viceversa.

Inoltre, se si desiderano davvero suggerimenti dal basso, occorre che gli operatori sanitari abbiano libertà di espressione, cosa che il loro stesso contratto miniaturizza al punto che, per esprimere delle idee, occorre uscire dal Sistema Sanitario. Serve che le loro teorie dalle pratiche non siano rappresentate da forze terze che fungono da mediatori dei bisogni, quando non ne hanno una conoscenza immediata e quando tendono al compromesso più che alla soddisfazione di una necessità operativa. Scotomizzare la mancanza di diritto alla parola, anche critica, nel Sistema Salute, predispone giocoforza al venir meno di contributi dal basso. Per cambiare verso davvero, non si può fare a meno della critica seria e costruttiva, che tale rimane anche nel momento in cui suggerisce distruzioni salutari di strategie, apparati, arroccamenti difensivi che ostruiscono la visione e la scoperta.

La strategia terapeutica non consiste nel prediligere un sintomo della malattia all’altro, cambiando farmaco allopatico, individuando modesti aggiustamenti tattici, bensì nel riconoscere la causa vera della sofferenza in atto e nel porvi rimedio. La sofferenza in atto rinvia a una alimentazione sbagliata del sistema, che ha privilegiato progressivamente l’aspetto amministrativo a scapito di quello tecnico e ha creato percorsi di accesso in cui si è persa di vista la qualificazione costante delle risorse a partire dalla disposizione dei singoli a svolgere la funzione sanitaria assegnata, per passare all’incoraggiamento formativo continuo, per approdare alla scelta delle responsabilità organizzative, in merito alle quali la capacità di contentare il potente di turno ha finito per prendere il sopravvento sulla virtù di avanzare un no tecnico all’occorrenza.

Mi auguro che l’amico Gelli non solo legga questa nota non codarda, ma la sussuma dentro il suo vademecum per il PD folgorato sulla via di Damasco. In caso contrario il suo appello a ricominciare dall’ascolto di chi opera sul campo resterà un appello vuoto e completamente disatteso, mentre non è mai troppo tardi per dare una svolta alla propria vita e alla vita delle istituzioni.  
 
Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista
Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto


22 marzo 2018
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