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Le professioni sanitarie sono cambiate. Ma chi se ne è accorto?

04 APR - Gentile direttore,
che nel nostro Paese ci sia una “questione professioni sanitarie” è innegabile e le contestazioni che hanno accompagnato la firma della pre intesa del contratto 2016/2018 sono solo la punta di un iceberg di un malessere che prova ad emergere anche in forme spontanee ma non sempre finisce per centrare il vero bersaglio.
 
Personalmente appartengo ad un’area professionale che già dal lontano 1974 aveva un formazione triennale post secondaria, poi confermata dalle Lauree di primo livello, ma sono decenni che tentiamo di applicare le leggi che ci riguardano.
 
Sbaglia però chi pensa che la cosa si possa risolvere in sede di rinnovo contrattuale perchè, finchè questo sarà legato all’indice inflattivo, le risorse messe a disposizione saranno sempre modeste e le proteste vane.
 
Andrebbe invece aperta una “vertenza”, una vera opera di sensibilizzazione, su questo tema che veda coinvolte le Forze Politiche e Sociali per far prendere coscienza, a chi deve decidere, delle enormi potenzialità inespresse che derivano dalla profonda trasformazione che ha coinvolto queste professioni che, in poco più di venti anni, da ausiliarie sono diventate professioni sanitarie a tutto tondo, dotate di un campo proprio di operatività, di autonomia e responsabilità professionale nei confronti dei singoli individui e della collettività.

 
Per alcune di queste la legge si è spinta a parlare di “titolarità” e autonomia professionale, oltre a “procedure di valutazione funzionale” (diagnosi che altro?) al fine di espletare le competenze proprie previste dai profili professionali.
 
E che per le professioni infermieristico-ostetriche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e dell’area sociale non si sia trattato di una semplice operazione di maquillage lo conferma pure la recente legge n. 3/18 che le eleva definitivamente a professioni intellettuali con tutti gli oneri e gli onori del caso.
 
Ma di tutto questo chi se ne è accorto in questi anni? Ecco perché per affrontare e risolvere la questione della valorizzazione delle aree professionali del ruolo sanitario sociale non sono e non saranno sufficienti le risorse stanziate per i rinnovi contrattuali del comparto che come sappiamo hanno come parametro gli indici inflattivi annuali e sono indirizzate a tutti gli operatori.
 
Se condividiamo l’idea che esiste una questione delle professioni sanitarie e sociali occorre realizzare la mobilitazione di questi operatori per ottenere in prima istanza dal governo (datore di lavoro pubblico) ma anche dai datori di lavoro privati le risorse necessarie per adeguare i livelli economici stipendiali e delle indennità specifiche.
 
Solo così si potrà concretamente affrontare il problema, diversamente ogni proposta risulterebbe una scatola vuota.
 
Gianni Melotti
Fisioterapista

04 aprile 2018
© Riproduzione riservata


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