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Diritto alla salute negato. Il problema esiste

17 APR - Gentile Direttore,
ho letto con attenzione l’articolo pubblicato il 10 aprile dal titolo: “Ma è vero che gli italiani non hanno i soldi per curarsi? Ecco come stanno veramente le cose”e mi piacerebbe, nell’ambito della costruttiva dialettica in essere con la sua “Testata”, poter replicare anche perché i dati Eurostat sulle difficoltà di accesso alle cure in Europa sono stati messi a confronto con quelli del VII Rapporto RBM-CENSIS.
 
I dati dell'indagine EHIS (European Health Interview Survey, nella parte che riguarda esclusivamente l'Italia e il SSN) pur arrivando a conclusioni differenti dall’indagine condotta da RBM-Censis e dalla stessa ISTAT, non credo descrivano un quadro molto più rassicurante.
È chiaro che, a seconda dei parametri utilizzati, i risultati delle ricerche, e qui ne abbiamo addirittura tre a confronto (EUROSTAT, ISTAT ed RBM-CENSIS), possono dar luogo a indici diversi, ma nel contempo, al di là dei singoli indici, la realtà che emerge da tutte e tre le indagini appare assolutamente convergente ed univoca.

 
Nell’articolo di QS peraltro si afferma, con riferimento alla rilevazione ISTAT, che: “In ogni caso l'obiettivo di questi indicatori, spiega l’Istat, è misurare la “percezione soggettiva” più che “oggettiva” della rinuncia”,quindi non approfondendo iltipo di prestazione sanitaria alla quale ha rinunciato il cittadino, ma limitandosi a chiedere se si tratti di una visita medica, odontoiatrica o di un farmaco.
 
Inoltre, a ben guardare, anche da un punto di vista numerico le risultanze dei lavori sono tutt’altro che incompatibili. Al riguardo il Rapporto RBM-Censis non ha mai ha identificato i 12 milioni di persone come un insieme di soggetti che non si curano, ma come cittadini che hanno rinunciato o hanno differito una o più cure nell’anno. I dati ISTAT, invece, prendono in considerazione esclusivamente le prestazioni da erogare presso il Servizio Sanitario Nazionale e questo fa emergere, chiaramente, delle differenze sulle evidenze sulla rinuncia alle cure da parte dei pazienti per motivi economici.
 
D’altra parte mi lascia piuttosto sconcertato l’assunto in base al quale solo la rinuncia o il differimento di una prestazione erogabile presso il SSN rappresenti un problema mentre nessuna preoccupazione debba esserci nel caso di rinuncia di una prestazione da effettuare privatamente. Non bisogna dimenticare, fuori da qualsiasi retorica, che la stragrande maggioranza dei cittadini effettua privatamente prestazioni sanitarie che non riesce ad ottenere presso il SSN per motivazioni legate alle liste di attesa, ad una dislocazione sul territorio non sempre compatibile delle strutture sanitarie pubbliche e/o convenzionate, per problemi di compatibilità temporale perché alcune prestazioni, si pensi su tutte all’odontoiatria, sono sostanzialmente erogate solo privatamente.
 
In ogni caso riteniamo importante ribadire che, in base all’indagine RBM-Censis 2017, il dato dei 12.2 milioni che rinunciano o differiscono una prestazione non è assolutamente in discussione, pertanto lo confermiamo in quanto.
 
Mettere costantemente in discussione i risultati di un’indagine come quella RBM-Censis che è basata su di una comprovata metodologia scientifica e realizzata da uno dei principali Istituti di Ricerca indipendenti del nostro Paese non credo aiuti aiuta a risolvere il problema.
Del resto, come sa bene ogni medico, l’inizio di ogni cura nasce della consapevolezza del paziente e, continuare a negare, non può che peggiorare la situazione…
 
Nell’articolo, poi, si evidenzia che la situazione peggiore è al Sud: Il Centro Sud (soprattutto però Sud e Isole) sta peggio. Il che conferma, oltre al livello di crisi nazionale, che i piani di rientro hanno influito sull’assistenza con l’erogazione delle prestazioni e dei servizi sempre più debole nel pubblico (finanziato dalla fiscalità generale) e sempre più a carico del privato, ovvero delle tasche delle famiglie”. Dato che il Rapporto RBM-Censis aveva già anticipato a partire dalla sua V edizione, in un periodo nel quale autorevoli esperti sottolineavano le opportunità del federalismo sanitario.
 
Ricorderà sicuramente, Direttore, che le nostre rilevazioni mostrarono già in quella occasione come il 52,7% di italiani insoddisfatti del SSN fosse residente al Sud e sulle isole, dove il 47,9% di essi riteneva che non ci fosse stato alcun miglioramento nel SSN ed anzi,  per il 38,9% dei cittadini, che il livello di servizio fosse anche peggiorato.
 
Un’ultima riflessione riguarda, invece, l’età di chi rinuncia alle cure: “In assoluto le fasce di età dove sono maggiormente denunciate le rinunce non sono quelle più anziane o più giovani, ma quella tra i 45 e i 54 anni di età, in piena attività lavorativa quindi” – si legge nell’articolo – in qualche modo volendo dare un messaggio rassicurante.
 
Ma anche in questo caso, mi permetta, è solo un’apparenza. Se consideriamo l’elevato tasso di disoccupazione del nostro Paese, infatti, il dato non lascia del tutto tranquilli. Dal VII Rapporto RBM – Censis, poi, emerge una situazione più complessa: la spesa sanitaria privata pesa di più su chi ha meno (quasi 2/3 delle persone a basso reddito hanno dovuto affrontare spese sanitarie private di tasca propria), su chi vive in territori a più alto disagio, su chi ha più bisogno di sanità come i malati cronici (il 76,6%), gli anziani over 65 (che spendono una volta e mezzo in più rispetto alla fascia dai 35 ai 64 anni) e come le persone non autosufficienti (che spendono più del doppio rispetto alla media)., così.
 
Allora, mi si consenta, credo sia fondamentale iniziare a prendere davvero consapevolezza del problema ed iniziare a pianificare adeguatamente il percorso di cura per il nostro sistema sanitario perché, si sa, il medico pietoso non fa mai il bene del paziente.
 
Marco Vecchietti
Amministratore Delegato e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute

17 aprile 2018
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