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Usare il termine “assistito” non risolve le complessità legate all’essere malato

22 APR - Gentile Direttore,
le scrivo per rispondere volentieri a quanto Mauro Gugliucciello ha chiesto a me ed altri nella sua lettera del 14 aprile circa la necessità di non chiamare più paziente il malato. Fatico un po’ a rispondere al quesito, secco, posto dal collega che ringrazio per aver richiesto anche il mio parere, perché le parole, per quanto mi riguarda, sono sempre gravide di significato e le implicazioni, a cui i significati richiamano, sono talmente tante e sempre in divenire che non credo si possa e si debba essere definitivi nell’identificare un termine unico e per sempre da far corrispondere ad un malato che è anche un essere che diventa persona e che può ammalarsi.

O meglio, credo che l’esigenza di definire il malato, togliendo vecchi termini e aggiungendone di nuovi, senza prima aver organizzato una indagine riflessiva seria, priva di pregiudizi, su chi sia realmente il malato, oggi, risponda alla esigenza di una medicina monca, sgradevolmente incompleta, frammentaria e non desiderosa di comprendere nuove complessità.

 
Scegliere di chiamarlo paziente o assistito, persona assistita o persona paziente risponde di nuovo ad una medicina che continua a conoscere il malato usando vecchi modelli di riferimento che non ci permettono di comprendere il malato oltre il suo quadro nosologico, e quindi di classificarlo oltre alla sua malattia. Continuiamo a non considerare pezzi di complessità legati all’essere malato.
 
L’esperienza di cura infermieristica, e più ancora la ricerca fenomenologica infermieristica, se gli infermieri volessero, potrebbe dire molto su chi è davvero il malato e sulle principali espressioni esistenziali dello stesso, ma rimane comunque anche per l’infermiere una conoscenza incompleta e tacita perché non formati adeguatamente all’uso ed al significato delle parole e dei segni in generale e poi inseriti in organizzazioni schematiche , ferme, che non contemplano la conoscenza dell’essere e che usano solo una “clinica osservazionale” e non anche “relazionale”( Cavicchi ,2009).

L’esperienza infermieristica concorre quindi ad informare il sistema della necessità di una medicina volta anche alla conoscenza ontologica del malato da parte del medico- in quanto sono domande già poste dalla circostanza di cura anche agli infermieri- e per questo alla rivisitazione degli ordinamenti didattici di medici ed infermieri in tal senso.
 
Altra questione su cui riflettere prima di decidere come chiamare il malato è quella della cura e del linguaggio.
 
Nella vita di un essere umano vi sono cose essenziali delle quali egli non può proprio fare a meno . “Le cure concepite e praticate nel quotidiano” dalla nascita alla morte sono cose essenziali nella vita, in salute e in malattia (M.F.Colliere,1966). Per questa ragione “ogni persona vorrebbe essere oggetto di cura” ( L.Mortari,2018). Senza cura” l’essere non si accende”( ibidem,pag 11 e 12)
 
Questo è un fatto.
 
Se facciamo una visita nelle corsie e nei “pronto soccorso” delle nostre Aziende ospedaliere, e osserviamo senza fare riferimento al nome, conosciamo fenomeni di auto-custodimento silente ( curati e curanti) , sguardi di “esseri” spenti (curati e curanti,)perché non illuminati dalla luce della cura ,indeboliti, oltre che dal lavoro quotidiano, continuo per vivere - quello che Anna Arendt ( 1958) defnini come “cura, lavoro per vivere e per ’esistere” - anche dal lavoro necessario per possedere, mantenere la condizione “dell’essere persona medico-infermiere” ( e non solo) e “dell’essere persona malato”. Professionisti e malati quindi spenti perché mancanti di cura, in quanto è “la cura che illumina l’essere” ( Heiddegger, 1975°a, pag 311).
Se visitiamo una residenza per anziani, di qualsiasi genere, senza utilizzare nomi ci rendiamo subito conto che la parola anziano, e ancor meno “ospite”, non è un fatto. Usiamo il termine anziano che fonicamente percepiamo come meno “invasivo” rispetto al termine “vecchio”ed usiamo la parola “ospite“ invece che vecchio perché rappresenta ciò che noi vorremmo fosse ,ma non è; la parola ospite non è il fatto di essere vecchio e istituzionalizzato oggi.
 
Se in queste visite diventiamo “l’osservare”, senza distinzione fra osservatore ed osservato e quindi senza uso di nomi e di pensiero o di classificazioni, ci rendiamo conto di quanto siamo inconsapevoli della nostra coscienza, e di quanto il nostro modo meccanico di vivere, di lavorare e di definire gli oggetti o le cose, credendoli fatti, è provocato da questa coscienza limitata. Nell’essere l’osservare, e non colui che osserva un oggetto ,in quella visione piena e completa, ci accorgiamo che attraverso la fonica e la grafica, la forma sensibile del linguaggio, rendiamo esistente soltanto una piccola porzione di pensiero e che il pensiero articolato rimane invece nella nostra interiorità, ma spesso non ne siamo consapevoli e cosi nel definire perdiamo il cuore della vita, pezzi di essenza.
 
Crediamo talvolta che i nomi contengano la vera essenza della cosa -come sosteneva Cratilo , nel dialogo platonico guidato da Socrate, “il Cratilo”- e riteniamo che sia più utile studiare l’etimologia piuttosto che l’ontologia, cioè la verità contenuta nelle parole. Oppure pensiamo, come Ermogene,uno dei tre protagonisti del dialogo , che le parole, i nomi siano etichette vuote da sostituire e cambiare a piacimento in quanto non hanno nessun rapporto con gli oggetti.
 
Sappiamo che il dialogo platonico è rimasto senza soluzioni perché secondo Socrate entrambi, Cratilo ed Ermogene, avevano torto e definire il linguaggio rimane ancora oggi difficile perché come scriveva Wittngestein nel Tractatus “il linguaggio si da in una molteplicità di giochi linguistici” e di pensiero articolato, e lo si capisce bene osservando le prassi. IL linguaggio è dunque un fenomeno complesso, arduo è definirlo, meglio sarebbe descriverlo.
 
L’inconsistenza ontologica osservata nelle prassi, derivata da un sistema che non la considera essenziale, rende ancor più necessaria la cura gli uni degli altri. L’errore sento che sia proprio culturale, il pensare di aver bisogno di cura nel momento della malattia, la cura dovrebbe nascere con la nascita dell’uomo e continuare per garantire il persistere dell’essere. L’infermiere di comunità, esperto in assistenza transculturale, potrebbe avere proprio per obiettivo quello di garantire e mantenere la cura dell’essere uomo, sano e o malato ,in una comunità culturalmente determinata.
 
Oggi medici, infermieri ,cittadini e malati, tutti siamo mancanti di cura nella nostra vita e lo percepiamo di più nello stato della malattia . Penso che dovremmo impiegare le nostre energie residue non tanto a definire in un modo o in un altro chi dovremmo curare, non in movimenti di pensiero inutili, ma dovremmo stare più vicini alla realtà, sentirla e descriverla, non sistematizzarla , non etichettarla, non regolarizzarla non convenzionarla.
 
Utile sarebbe tenere lo sguardo sul particolare sapendo che è un particolare unico in movimento, senza forma o in forma provvisoria. Cosi chi ha bisogno di cura lo si può descrivere come paziente quando lo è , e soffre in silenzio, “esigente”( Cavicchi,2010) quando usa la propria razionalità e complessità ed esige di partecipare e interloquire e decidere sulla propria cura e quando lo si rappresenta, assistito quando si pensa che abbia bisogno di presenza, ma non necessariamente di cura e quindi , per quanto detto, mai. Penso che invece dovremmo capire bene chi è per noi il malato e da li regolarsi. Se decidiamo che il malato sia ontologicamente complesso lo deve essere anche chi lo cura e la cura stessa e i luoghi della cura con spazi e tempi per la complessità.

La complessità è fatti di dettagli ed ogni dettaglio ha il suo nome, i diversi nomi in relazione fra loro creano la realtà a cui dovremmo essere tutti più vicini.
 
Marcella Gostinelli
Infermiera 


22 aprile 2018
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