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La riabilitazione è un gesto di civiltà

21 MAG - Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di una paziente che racconta la sua esperienza di riabilitazione all’Unità operativa di Riabilitazione neuromotoria all’IRCCS San Raffaele Pisana, a Roma. “Il livello di civiltà di un popolo si misura sul modo in cui riescono a rapportarsi ai più deboli. Riabilitare e cercare di restituire alla vita ‘di prima’ è un’attività che appartiene ad una civiltà da tutelare”, scrive.
 
 
"Può capitare a tutti, da giovani ma soprattutto in età avanzata, di avere brutti incidenti di percorso: cadute e fratture gravi, patologie cerebrali, una malattia, insomma tutti i possibili accidenti che bloccano la funzionalità del corpo e ti “stendono”. Farmaci e bisturi riescono, a volte, ad eliminarne le cause ma come riprendere, dopo, una vita normale?

Siamo quotidianamente sommersi, ormai da lunghi anni, da notizie e statistiche sull’invecchiamento della popolazione italiana e degli altri paesi occidentali corredate da immagini tristi e deprimenti con anziani soli malandati e rassegnati ad un peggioramento progressivo senza appello. Certo in molti casi è così. Si sente poco parlare però di quelle circostanze e situazioni che, per fortuna, nonostante l’obsolescenza di molte strutture sanitarie e sistemi organizzativi spesso carenti in organico e competenze, a volte restituiscono alle persone la padronanza dei movimenti e soprattutto la posizione eretta. 


Al centro di riabilitazione si arriva sdraiati, con l’ambulanza, dall’ospedale. Portantini e infermieri, senza toccarti come loro sanno fare, ti sistemano prima in barella e poi nel letto a te destinato. Già da svariati giorni sei giocoforza abituato ad una visuale deformata di ogni ambiente e dolori e inerzie ti rendono depresso e insofferente. Spesso, reduce dalla sala operatoria e da sudate al Pronto soccorso e in degenza, sei maleodorante e cosparso di disinfettante! Se poi le parti del corpo da riattivare sono più d’una sei veramente combinato male!

Dopo poco l’arrivo al centro “loro” entrano nella stanza: sono i membri dello staff medico della riabilitazione scortati dai fisioterapisti. Domande di routine sulla anamnesi e parole incoraggianti e rassicuranti: “Si, l’omero è un po’ resistente al trattamento ma con un po’ di pazienza migliorerà…”; “per la gamba è più facile: non ti preoccupare ti insegniamo noi ad alzarti e a tornare autonoma!”.
 
Ero sola quando sono arrivata e i due fisioterapisti che mi hanno visionata insieme al medico mi hanno portato acqua e caramelle come da me richiesto! Grandi!

Devi rimanere più di un mese altrimenti non si riesce a combinare granché e i primi giorni di adattamento sono un po’ ostici per chi arriva e per chi già c’era. 
 
La fisioterapia comincia subito. Equipaggiamento necessario: pantaloni di cotone e magliette (una tuta da ginnastica è in genere il top) e scarpe rigorosamente chiuse. Così attrezzato puoi scendere in palestra ma da solo non ci riusciresti mai. Con poche mosse e sostenendoti per i pantaloni, da dietro, senza toccare i tuoi arti malmessi, vieni sistemato su una carrozzella e vieni spinto fuori dalla stanza. Esattamente ciò che tu ardentemente desideri: uscire dalla stanza e riacquistare una possibilità di dialogo e modalità di relazione quasi normali! 
Arrivando, i tuoi nuovi amici, si presentano; ti dicono il proprio nome ed anche di dare del tu. In netta maggioranza piuttosto giovani sono abituati alla cordialità e al dialogo con i pazienti prima e durante la terapia. Per qualche giorno si fa solo la terapia con cui impari ad alzarti e sederti sulla carrozzella, immediatamente dopo la “palestra” e esercizi più impegnativi: alla spalliera, le scale e addirittura un piccolo percorso con ostacoli. Durante le mobilizzazioni io non ho fatto altro che parlare per “ammortizzare” gli inevitabili dolori. 
Chissà se tutti i miei terapisti mi ascoltavano davvero! 

Comunque nessuno mi ha mai detto di tacere. Gli esercizi in palestra sono spessissimo seguiti dai fisiatri (il primario in persona e tutto il suo staff) e ciò ti conforta ulteriormente. Età media dei pazienti piuttosto alta, a volte con cateteri e con disturbi cognitivi. Rigorosamente in tuta. Esercizi con l’aiuto di elettrostimolatori, con la mobilizzazione dei fisioterapisti sul lettino e, a fine giornata, un gruppo per esercizi in compagnia.
Da seduti: “Aprite e chiudete i’ cosce”; “Su, forza ragazzi”; ”Ma io non lo so fare” (così si schernisce l’unico uomo del gruppo ma poi incoraggiato da una delle signore muove le gambe anche lui). 

Capitano pomeriggi domenicali con poco affollamento e allora in palestra si riesce anche a fare qualche gara. “Gambe di legno (tutte signore) contro anche sbilenche (tutti uomini)”, con bandierine e risate e applausi. Vincitrici: le donne.
 
Si fa fisioterapia anche il sabato e la domenica e nella distribuzione del lavoro due o tre terapisti ti seguono con costanza e più dappresso. Uno quasi quotidianamente mobilizza le tue parti malate, ti accompagna nelle prime “camminatine” con deambulatore e finisce per conoscerti meglio di un parente. “Dai dammi la mano!” Il suo braccio è in alto, il mio è rattrappito, dolorante e pesa come il piombo. “Non posso, non ce la faccio!” . “Si che ce la fai, forza su, su,su”. 
Giorno dopo giorno il braccio si alza poco alla volta. Mentre la riabilitazione procede, senza farne esplicito cenno, tutti cercano di combattere fieramente ogni pessimismo e ogni effetto burnout sempre in agguato di fronte a situazioni di salute critiche. E dunque, in conclusione, si entra in barella, a volte avendo perso le proprie parole, e si esce in posizione eretta e parlando.

Beh! Poteva andare peggio e forse non è vero che siamo una civiltà in decadimento, una cultura obsoleta destinata a scomparire per essere sostituita da altre culture rappresentate da popolazioni più giovani e volenterose. A giudicare dai sorrisi ritrovati, dai movimenti del corpo riattivati, dalle possibilità di rapporti di conoscenza e amicali tra persone dalle vite diversissime, dalla socialità senza invadenza (ho chiacchierato con molte persone ma di quasi nessuno conosco le patologie se non quelle palesi alla vista) e dal numero di nipotini che accorrono al bar per incontrare i nonni, io non direi.

Il livello di civiltà, di evoluzione di un popolo, di una nazione, di uno Stato e, ai nostri giorni, di interi continenti si misurano sul modo in cui quei popoli, quegli Stati, quelle nazioni e quei continenti riescono a rapportarsi ai bambini, agli anziani, alle donne, ai malati. Insomma ai più deboli. Riabilitare e cercare di restituire alla vita “di prima” secondo me è un’attività che appartiene ad una civiltà da tutelare".


Luisa Rosati

21 maggio 2018
© Riproduzione riservata


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