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Counseling, cura e salute... e un video infelice

03 LUG - Gentile Direttore,
l’infelice operazione di chi ha confezionato  e diffuso un video di sedicente informazione sulla “verità” del counseling e dei counselor, potrebbe  tutto sommato avere una sua utilità per riproporre un discorso serio e costruttivo su temi che il polverone sollevato negli ultimi tempi rischia di nascondere. Parliamo di persone. Di salute. Di Cura. Di interventi rivolti a persone che chiedono Cura.
 
Qualche anno fa scrissi un articolo, Il counselling, l’intervento che non cura, [i] a cui oggi cambierei il titolo: oggi direi “Il counselling, l’intervento che non cura ma si prende Cura”. Cura come care, insomma: attenzione, affiancamento, accoglienza. Non come terapia.
 
Per dare senso all’affermazione secondo cui il counseling non è una  professione sanitaria, bisogna entrare nel merito di una riflessione in atto da alcuni anni nel mondo sanitario: cosa si intende per salute, e cosa si intende per cura.  Da molti decenni si è imposta un’idea di salute intesa come assenza di qualsiasi sintomo o malessere, a cui si è legata un’idea di cura come intervento capace di individuare il più precocemente possibile ogni eventuale segnale o rischio di disagio, perpoi intervenire in modo da rimuoverlo e da ripristinare uno stato di “salute perfetta”.

 
Questo modelloha avuto conseguenze che sono da tempo al centro di dibattiti e riflessioni da parte di medici, sociologi, economisti, studiosi di organizzazione, e che si possono riassumere con il termine “medicalizzazione della vita quotidiana”: già nel 1975 Ivan Illich [ii]parlava dei rischi di una sempre maggiore  medicalizzazione del malessere dell’individuo, che lo trasforma in “paziente e "ha come risultato la castrazione politica della sua sofferenza". La negazione, cioè, che la sofferenza possa essere parte della vita e che la persona abbia le risorse per fronteggiarla, da sola o cercando l’aiuto che ritiene più adatto a sé.
 
Proviamo a parlare di un’altra idea di salute :  quello che Giorgio Bert definisce “  il migliore equilibrio possibile tra gli aspetti biologici, psichici, spirituali, sociali, ambientali di un determinato individuo, in un dato momento e in un dato contesto”[iii]
Proviamo a parlare di persone: che sentono la necessità di un intervento che nella storia dell’umanità è sempre stato il primo intervento di cura: la parola.
 
Fabrizio Benedetti, nel libro La speranza è un farmaco, scrive che “ nel corso dell’evoluzione sono nate prima le parole e poi i farmaci. Con il linguaggio primitivo degli ominidi è nata quella interazione sociale di empatia, compassione, fiducia, speranza”[iv] che definiamo cura.
Analogamente potremmo dire che sono nate prima le parole e poi la psicologia. Ma questo significa che la psicologia, siccome è nata dopo,  risponde meglio alle esigenze di interazione, di confronto con un “ altro  significativo”, basato sull’ascolto, sul riconoscimento, sul sostegno, sulla speranza, e addirittura che deve diventare l’unica risposta?
 
La tesi che percorre il filmato in questione è che alle prime parole di una persona che racconta  un momento di disagio, che parla di comportamenti anche preoccupanti – disordini alimentari, uso di alcol – si dovrebbe rispondere con una fulminea ipotesi diagnostica e un altrettanto fulmineo inizio del percorso di normalizzazione verso una migliore salute mentale.   Questo, mi sento di affermarlo con sicurezza, un counselor non lo farà. Soprattutto se è un counselor bravo, preparato, competente.
 
Nel counseling non è in campo la capacità diagnostico-terapeutica del professionista ( utilissima quando è utile) ma la capacità di utilizzare la parola e la narrazione per costruire una relazione di “empatia, compassione,fiducia,speranza” che proponga alla persona (NON al paziente) una immagine di sé come individuo capace di far fronte alle sue  difficoltà, di attivare le sue risorse, di collocare anche le difficoltà e la sofferenza nel campo del tollerabile.
 
A una  persona che racconta un momento di difficoltà e di dolore  il counselor offre una esperienza di affiancamento e di ascolto del tutto speciale, che non propone  soluzioni, o il ripristino di una presunta “normalità” psichica, ma permette di includere quel momento all’interno  del normale equilibrio imperfetto fra gli aspetti biologici, psichici, spirituali, sociali, ambientali che compongono quella che chiamiamo esistenza. Questa esperienza di affiancamento e di ascolto può preludere, quando necessario, a un valido e ben costruito invio a un altro tipo di intervento.
 
La capacità di effettuare interventi di invio allo psicologo o allo psicoterapeuta è parte integrante dell’intervento del counselor.  Non si basa su ipotesi diagnostiche ma sulla persistenza della difficoltà del cliente. La  proposta di rivolgersi a un altro professionista avverrà all’interno della relazione di fiducia che si è costruita negli incontri fra counselor e cliente: non alle prime parole che il cliente pronuncia,  come sembra suggerire il commento che accompagna il filmato di cui stiamo parlando, ma neppure dopo mesi di persistenza di una situazione critica. L’esperienza dimostra che un invio costruito con competenza porta il cliente ad accogliere la proposta di iniziare un percorso psicologico in modo consapevole e con un maggior livello di motivazione, a tutto vantaggio del positivo evolversi del percorso stesso.
Qualche parola sul “chi” e sul “come”. Perché affermiamo che  essere psicologi non rende automaticamente capaci di svolgere un  intervento di counselingcome quello che ho descritto? Il punto è che l’Università, e poi le scuole di specializzazione in psicoterapia, insegnano a essere  bravi diagnosti e  bravi terapeuti. L’occhio e l’ orecchio del bravo psicologo sono affinati per percepire segnali di disagio e per avviare un intervento che permetta di superarli.
 
Per acquisire un altro occhio e un altro orecchio, che definirei non medicalizzato, che sappia cogliere e accogliere la normalità dell’imperfezione ( e dell’infelicità!)  e affiancare il cliente nel ricollocarla nel suo percorso di vita, serve un altro tipo di formazione.
E’ qui che entra in campo la cooperazione fra professioni diverse: le due modalità si devono integrare, mantenendo la chiarezza degli obiettivi e il rispetto delle competenze di ciascuno.
 
Come si diventa (bravi) counselor è secondo me l’unico discorso serio, che dovrebbe vedere alleati psicologi,psicoterapeuti, counselor di varie scuole e orientamenti. Quello che mi sento di affermare, dopo più di 30 anni di interventi di formazione alle competenze di counseling rivolti a professionisti sanitari, educativi,sociali, e di formazione di professionisti counselor, è che non può trattarsi di formazione puramente accademica, valutata sul  numero di anni di corso e sul superamento di esami. La formazione al counseling è rivolta molto spesso a professionisti che svolgono già un lavoro educativo o di cura; quello che viene loro proposto è un percorso formativo   finalizzato allo sviluppo  personale, altamente interattivo, multidisciplinare,  e il meno psicologizzato possibile.
 
Le basi del counseling sono antropologiche, sociologiche, pedagogiche, retoriche, narrative. La valutazione del percorso si basa sulla valutazione delle competenze acquisite nella conduzione di colloqui di counseling, che come quelli del medico, delll’infermiere, dell’operatore sociale, dell’insegnante , dell’educatore formato al counseling non sono colloqui psicologici.  Su questo sono pienamente d’accordo con chiunque dica che il counseling non deve sovrapporsi agli interventi psicologici. Ma che non ci debba essere altro nel panorama degli interventi di aiuto, oltre all’intervento psicologico, questa mi pare davvero una affermazione di retroguardia, poco sostenibile e poco funzionale nella direzione dello sviluppo delle migliori risposte possibili al bisogno di salute (nel senso che gli dà Bert) della popolazione.
 
Silvana Quadrino
Psicologa,psicoterapeuta, counselor
Docente di counseling, Scuola di specializzazione in Pediatria, Università di Torino
Counselor didatta e suprevisore, Istituto CHANGE Torino



[i]
Quadrino S, Il counseling, l’intervento che non cura (Counseling, a non therapeutic intervention) In  PSICOLOGIA DI COMUNITA’ 2015 Fascicolo: 1 , Franco Angeli Editore 2015

[ii]
Illich I, Nemesi Medica, l’espropriazione della salute. BE editore 1976

[iii]
Bert G, Salute, in Slow Medicine, la parole della medicina che cambia, Il Pensiero Scientifico 2017

[iv]
Benedetti F, La speranza è un farmaco, Mondadori 2018
 


03 luglio 2018
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