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Radiazione Venturi. Ordini infermieri delle Marche: “Era stato già tutto scritto”

06 DIC - Gentile direttore,
il caso della radiazione (radiazione!) dall’albo dei medici dell’assessore alla sanità Sergio Venturi ha visto una unanime condanna da parte di tutto il mondo professionale, senza distinzione alcuna. In  questi giorni in molti hanno fatto sentire la propria voce, ivi compresa la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) e della Federazione nazionale TSRM PSTPR che si è augurata la non contaminazione tra gli ambiti politici generali e quelli professionali.

Quello che preoccupa non è solo la lucida strategia messa in atto dall’Ordine dei medici di Bologna e dal suo presidente Giancarlo Pizza e sulla sua pericolosa deriva arretrata sui rapporti tra le professioni.
 
Nel suo intervento il presidente della Fnomceo Filippo Anelli non prende le distanze dalle “stranezze” bolognesi. La radiazione di un assessore regionale, reo di avere avallato una moderna organizzazione, non è per Anelli un fatto gravissimo. È la pura espressione di un “disagio della professione medica” (di quali medici, tra l’altro, non si capisce) e denunciando le limitazioni economiche imposte alla sanità dalla politica – denuncia sacrosanta! – Anelli riduce il problema alle “limitazioni sempre più cogenti all’autonomia professionale del medico” e definisce l’organizzazione dell’emergenza sanitaria extraospedaliera – frutto di normative del 1992 – come il “il subdolo tentativo di applicare il task shifting (il trasferimento delle competenze dal medico ad altri professionisti) nel nostro Paese, in particolare nel settore di emergenza – urgenza”.

 
La via maestra, quindi, è quella di riportare indietro le lancette dell’orologio agli anni ottanta dello scorso secolo o di ridisegnarle sulla base di un nuovo “protocollo” da, redigersi sotto il cannoneggiamento dell’Ordine dei medici di Bologna (quindi al ribasso).
 
Questa strategia è stata già scritta e concordata da tempo. Nel tentativo di superare la c.d. “questione medica” si tenta di conferire alla deontologia un ruolo che la deontologia non può e non deve avere.
 
Ecco allora che in una recente pubblicazione a cura dell’Ordine dei medici di Trento e di Ivan Cavicchi (Riformare la deontologia medica, Dedalo, 2018), con prefazione di Filippo Anelli, si legge che il medico è soggetto comunque alla deontologia medica anche qualora ricopra “ruoli politici, amministrativi e gestionali” e al medico verrebbe fatto divieto anche solo di condividere “decisioni in evidente contrasto con i dettami del codice deontologico”. Il medico ha il dovere, in questi casi, di dissociarsi pubblicamente: in caso contrario il medico andrebbe “pubblicamente biasimato dagli Ordini competenti e dalla Federazione nazionale”. Una sorta di moderna gogna mediatica per un medico, ad esempio un parlamentare, che invece di rispondere ai propri elettori – come la Costituzione gli impone – risponderebbe al Consiglio direttivo del proprio Ordine.  Il presidente Pizza lo ha puntualmente fatto.
 
Nella scorsa legislatura avrebbero, con queste intenzioni, radiato l’allora presidente della Fnomceo Amedeo Bianco, colpevole di avere approvato il famigerato comma 566 della legge di Stabilità 2015!
 
Quel libro costituirà una base per il nuovo codice di deontologia medica?  Il presidente Anelli condivide queste affermazioni? Direi di si visto che scrive nella prefazione che la “Fnomceo, quindi
non solo lui, sostiene il libro non con il ruolo tradizionale dello sponsor, ma con quello della complicità e dell’alleanza culturale di chi ha obiettivi comuni” (pag. 12).
 
In altra parte del libro si legge che, nell’adottare nuove organizzazioni, bisogna acquisire il “vincolante consenso preventivo” del medico. In questi casi, limitatamente a marginali funzioni e competenze, la responsabilità di ciò che viene concordato è del medico” (si concorda, ma conta solo il medico…).
 
Quello che emerge da queste gravi affermazioni è l’arretratezza del pensiero che ripropone ruoli gerarchici fuori dal tempo con il tentativo di negare l’esistenza di una sanità con una organizzazione professionale plurale. Probabilmente – non i medici ma le loro rappresentanze istituzionali – non hanno digerito anche la legge sulla riforma ordinistica che ha costituito Albi e Ordini per tutte le professioni.
 
E’ una linea trasversale unica: che va dalle competenze medico-infermiere da combattere con le sanzioni disciplinari, ai recenti standard per la Risonanza magnetica nel tentativo di umiliare la professione “ordinata” dei tecnici sanitari di radiologia medica.
 
Ventidue albi e tre Ordini professionali evidentemente sono un ostacolo alla restaurazione dei bei tempi che furono della professione medica – caratterizzati da impronta gerarchica, legislazione di favore, negazione dei diritti dei pazienti ecc. – e vanno combattuti.
 
Ci piacerebbe invece un atteggiamento più aperto al mondo e una predisposizione mentale di cooperazione alla costruzione di nuovi rapporti con pari dignità.
 
Quella scritta dall’Ordine dei medici di Bologna è una brutta pagina delle istituzioni rappresentative il mondo medico che vogliono porre il loro pensiero – la loro deontologia – non soltanto alle altre professioni come hanno fatto storicamente, ma a tutti i cittadini italiani.
 
Dott. Conti Giuseppino
Presidente dell’OPI di Ancona
 
Dott.ssa Morganti Laure
Presidente dell’OPI di Ascoli Piceno
 
Dott. Beltrami Giampietro
Presidente dell’OPI di Fermo
 
Dott. Di Tuccio Sandro
Presidente dell’OPI di Macerata
 
Dott.ssa Biagiotti Laura
Presidente dell’OPI di Pesaro-Urbino

06 dicembre 2018
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