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La sanità integrativa e quelle insinuanti ‘posizioni ideologiche’

08 DIC - Gentile Direttore,
mi consenta di intervenire nuovamente sul tema del welfare aziendale e del reddito di salute per dichiararmi pentito delle mie pregiudiziali e ideologiche posizioni e documentarle lo sforzo fatto, quasi un autodafè, per convincere della bontà delle proposte, continuamente avanzate, con non poco dispendio di mezzi, dalle Assicurazioni, i miei (ex) sodali.

A tali conclusioni sono addivenuto non solo dopo aver visto il programma, ma non partecipato perché occupato in altri impegni e ovviamente non invitato, le autorevoli presenze all’incontro sul tema promosso dalla Fondazione Fare Futuro (6 dicembre 2018); tutte persone senza posizioni ideologiche, preconcetti e, in particolare – a differenza appunto dei miei ex sodali - conflitti di interesse. Mi hanno convinto principalmente le osservazioni e controdeduzioni che mi sono state recentemente rivolte sul suo giornale (30.11.2018) esemplificando il parallelismo fra le deduzioni fiscali per l’edilizia e quelle, generalizzate, su cui avevo qualche perplessità ora superata, per welfare aziendale e (in ipotesi) reddito di salute.

 
Ho recentemente ascoltato una simpatica e brillante economista riferire che Vanoni, il ministro dell’economia a cui si deve la riforma tributaria degli anni cinquanta, diceva che in Italia una agevolazione non si nega a nessuno. Il contesto in cui l’oratrice riportava tale affermazione evidenziava che Vanoni (e anche la relatrice), come era da immaginarsi, affermasse tale fatto come critica e con preoccupazione. Tuttavia, estrapolando la frase, possiamo suggerire un incipit alle richieste che vengono avanzate dal sistema assicurativo: “Perfino Ezio Vanoni diceva che una agevolazione non deve mai essere negata!”.
 
Al fine di dimostrare la mia resipiscenza ho tentato, con l’esempio delle agevolazioni fiscali in ambito edilizio, di convincere alcuni amici e compagni (come si diceva un tempo) con, purtroppo, scarso successo.

Alla prima persona a cui mi sono rivolto ho chiesto perché per l’edilizia vi sono agevolazioni e invece per quale motivo nell’ambito assicurativo non si dovrebbero estendere e si considerano inopportune varie defiscalizzazioni attribuite al welfare contrattuale, come sostenuto dai rappresentanti del Forum per il Diritto alla salute. L’amico ha ipotizzato che le agevolazioni per l’edilizia siano state introdotte principalmente per sostenere un settore particolarmente colpito dalla crisi economica e nel quale i livelli occupazionali sono fortemente diminuiti. Una ipotesi assolutamente ideologica che presuppone che lo Stato debba aiutare i settori in crisi e preoccuparsi della disoccupazione invece che incentivare chi sta facendo ampi profitti!
 
L’esempio della defiscalizzazione degli interventi edilizi l’ho posto a un collega che ci aveva invitato a cena avendo “rinnovato” l’abitazione in occasione del pensionamento: nuovo parquet, rimbiancate le stanze, messo la carta da pareti in salotto e le piastrelle nuove in bagno e cucina. Mi ha spiegato che non aveva avuto diritto ad agevolazioni, pur avendo speso una somma considerevole, poiché il tipo di intervento, rientrando in “ordinaria manutenzione”, non era agevolato. “Come dovrebbero fare – ha aggiunto – per le prestazioni sanitarie già presenti nei Lea, e quindi sostitutive, o anche per alcune voci del welfare aziendale, tipo buoni benzina e ricariche telefoniche”. Una posizione chiaramente ideologica!

Un altro commensale mi ha invece detto che aveva attuato una ristrutturazione con concessione edilizia, adeguamento anche dei solai alle nuove normative e cambiato gli infissi. Aveva avuto, appunto, l’agevolazione fiscale, differenziata fra intervento edilizio e intervento certificato di risparmio energetico. “I miei interventi – ha suggerito – sono fiscalmente agevolati. Sono, come si suol, dire tax expediture (ha detto proprio così!) poiché portano un beneficio per la collettività”.
 
Mi ha anche spiegato, ma giuro che non mi ha convinto, che tutto questo si basa su un “principio di giustificazione” che ne sostanzia il valore collettivo e, a dimostrazione di ciò, l’agevolazione per il risparmio energetico è più elevata (cosa a me ovviamente ignota) poiché viene considerata appunto con un valore collettivo maggiore. L’interlocutore ha poi insistito su tale fatto suggerendo che, ad esempio, nel welfare aziendale, una agevolazione potrebbe essere attribuita alla realizzazione di asili nido (un “bene” che ricade anche sui figli oltre che sui genitori dipendenti dell’Azienda) o all’offerta di abbonamenti al trasporto pubblico.
 
Un’agevolazione invece più sostanziosa potrebbe essere attribuita qualora l’oggetto del welfare abbia una ricaduta, come dire, più ampia sulla collettività: ad esempio un asilo nido aperto a tutti i residenti o il finanziamento di una linea di trasporto pubblico, che non serva unicamente il sito aziendale. Qualcosa di coordinato e concordato con il Comune. Che idee strane!
 
Tuttavia l’obiezione più forte, che ha rischiato di mettere in crisi il mio ravvedimento, è venuta da un autorevole professore emerito di economia di una importante Università del meridione. L’amico ha obiettato che il paragone fra agevolazioni per l’edilizia e defiscalizzazione dell’assicurazione sanitaria è del tutto improprio. Nel primo caso si tratta di una spesa una tantum che il soggetto effettua, nel secondo caso di una spesa che ha senso solo se continuativa nel tempo, per l’arco della vita.
 
Anzi, viene utilizzata di fatto in fase avanzata di età con più frequenza. Ha fatto riferimento anche a una questione di cui avevo già sentito vagamente parlare quando ho svolto funzioni di amministratore pubblico: l’una è una spesa di investimento e l’altra una spesa corrente. Nello specifico poi la prima può essere abolita (ovviamente non a chi già ne usufruisce), ma la seconda diventa per così dire irrevocabile senza mettere in crisi un sistema che si basasse, sia per le assicurazioni che per l’assicurato, sulla defiscalizzazione. Quindi, ha aggiunto, la defiscalizzazione di un secondo pilastro sostitutivo di prestazioni sanitarie sarebbe un grave problema di sostenibilità per le famiglie fra 20 – 30 anni.

Ho poi capito che era una posizione ideologica. Infatti essendo ormai in pensione da qualche anno e ultrasettantenne, a lui che gliene frega, se non per meri motivi ideologici, di cosa succederà fra trent’anni?
 
Per concludere le faccio presente che queste posizioni ideologiche a cui avevo anch’io aderito si diffondono anche tramite strumenti cartacei. Andando a prendere il treno ho attraversato la libreria Feltrinelli (meglio limitarsi all’attraversamento là dove ci sono libri) e ho visto un titolo inquietante di un libro edito da Laterza: “La salute (non) è in vendita”. Non ricordo chi sia l’autore, certo una persona non del mestiere per sostenere tesi chiaramente contrarie a quanto affermato anche dal presidente del Censis al Welfare Day 2018: “Salute e istruzione sono beni monetizzabili”!
 
Il fatto grave è rappresentato – mi consenta per finire questa informazione confidenziale – dalle relazioni internazionali e influenze straniere che hanno tali posizioni. Mi è, come si suol dire, cascato l’occhio sull’editoriale di tale Victor Fuchs su una rivistucola americana, il JAMA del 27 Novembre (credo che tale acronimo significhi Journal of American Movement of the Anarchists, forse fondato da Sacco e Vanzetti) che si titola: How to make US health care more equitable and less costly: begin by replacing employment-based insurance.

Come vede si tratta di posizioni ideologiche che rischiano di diffondersi.

Marco Geddes da Filicaia 

08 dicembre 2018
© Riproduzione riservata


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