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Per ricordare Keyvonne

12 DIC - Gentile Direttore,
i giorni scorsi abbiamo letto la vicenda tragica di Keyvonne, la giovane signora morta dando alla luce la piccola Angelique, al settimo mese di gravidanza. La nascita di Angelique e la morte di Keyvonne sono avvenute il 30 novembre 2018 a Littleton, in Colorado. Quello che è emerso dai media è la dura scelta di Frederick (in foto con la piccola Angelique): “Salvi tua moglie o la bimba che sta nascendo?”. “Keyvonne ha avuto un’emorragia interna al settimo mese di gravidanza e il marito ha fatto quello che la moglie avrebbe voluto: far nascere la piccola Angelique” (da corriere.it, 8 dicembre 2018).
 
Perlopiù i media hanno messo l’accento sul marito Frederick che ora si trova solo con una figlia da crescere e in serie difficoltà economiche, tanto che si è aperta una raccolta fondi per consentire i funerali di sua moglie e per garantire i beni di prima necessità per la piccola.
 
Poca attenzione è stata data al fatto che le donne americane hanno il 50% di probabilità in più di morire di parto rispetto alle loro madri, che non si trovano informazioni su come Keyvonne abbia gestito la gravidanza e i controlli connessi, e se maggiore attenzione avrebbe potuto evitare il peggio.

 
I titoli sono tutti sulla scelta di Frederick ma non su ciò che può essere mancato a Keyvonne, sui rischi di un sistema sanitario che non tutela adeguatamente la salute delle persone. La morte di Keyvonne non può essere considerata un fatto privato (Frederick ha perso l’amore della sua vita), ma deve interpellare la responsabilità di tutti, perché tutti siamo responsabili di promuovere politiche sanitarie che tutelino anche i più svantaggiati.
 
La narrativa utilizzata è in linea con l’andamento attuale in cui la vitaprivata è sganciata da quella pubblica, come se l’autonomia individuale prescindesse dalle responsabilità collettive
 
Bauman nel suo Di nuovo soli. Un’etica in cerca di certezze mette in luce il circolo vizioso tra una vita sempre più privatizzata che alimenta il disinteresse per la politica e la politica che libera vincoli, incentiva il processo di privatizzazione, producendo nello stesso tempo maggiore indifferenza e bisogno di appartenenza.
 
Sia da destra che da sinistra, la comunità ci viene ripetutamente indicata per colmare questo vuoto. Retoricamente la si presenta come il luogo del calore, della solidarietà, della comprensione reciproca e dell’amore: in altre parole la comunità dovrebbe essere la culla dei soggetti morali, che si smarcano da quelli fluttuanti, tipici del nostro mondo frammentato, discontinuo e illogico.
 
Ma la realtà spesso presenta altro, perché vediamo che svariate volte la comunità diventa il luogo dell’anestesia morale, il terreno in cui soggetti disciplinati, sottomessi e utilizzabili sostituiscono i tormenti della responsabilità morale con la certezza della disciplina e della sottomissione. Così i soggetti della comunità del web non provano orrore ad usare il volto di Frederick e di Angeliqueper attirare followers, s’impegnano per la raccolta fondi, ma non mettono in discussione le basi del sistema che forse non ha adeguatamente tutelato Keyvonne.
 
La “scelta di Frederick” non può essere considerata semplicemente una questione privata perché tutti abbiamo qualche responsabilità sulle condizioni in cui si operano le scelte. Il “caso Keyvonne” non deve essere ricordato solo come esempio di “si/no all’aborto”, perché ci sono altri elementi, socio-sanitari, da valutare. Tutti siamo interpellati dal fatto che ancora molte donne muoiono di parto perché non hanno la possibilità di fare i doverosi controlli, e questo anche in paesi “sviluppati” come gli Stati Uniti d’America, tralasciando poi quelli in condizioni anche peggiori.
 
Le questioni bioetiche, anche quando riguardano la sfera privata, aprono domande che chiedono risposte pubbliche. Queste risposte hanno bisogno di senso di responsabilità e di capacità di confronto.
 
C’è bisogno di affinare gli strumenti argomentativi del giudizio bioetico e di creare le condizioni di seria discussione sulla complessità di questi temi. A tal fine è stato organizzato, dal Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino, il “Master in Bioetica, pluralismo e consulenza etica”. Il Master, diretto dal Prof. Maurizio Mori, si avvale della collaborazione di docenti delle Università Pontificie romane, in modo da esprimere l’ispirazione pluralista che muove il programma stesso del Master.
 
Abbiamo necessità di comunità di franca discussione e non di comunità di difesa, il “Master in bioetica, pluralismo e consulenza etica in bioetica” si propone come un laboratorio culturale e civile per l’approfondimento delle questioni bioetiche, affrontate non sulla scia delle mode imposte dai media ma in base a analisi che siano ampie e articolate. Il pluralismo vuole essere la chiave di volta della proposta, in cui i discenti sono messi a diretto contatto delle diverse posizioni ragionevoli presenti nel dibattito pubblico. In questo modo hanno l’opportunità di formare posizioni riflessive al riparo dalle mode del momento.
 
Palma Sgreccia
Vice-direttore del Master in
Bioetica, Pluralismo e Consulenza Etica

12 dicembre 2018
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