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Professionisti sanitari sempre in mezzo al guado

17 GEN - Gentile Direttore,
come fisioterapista ho maturato una mia personale coscienza di noi professionisti sanitari “non medici”.  In Italia oggi se ne distinguono 22. Coi nuovi albi e la trasformazione dei vecchi collegi, siamo saliti ancora più alla ribalta. Se prima eravamo ruoli quasi anonimi che a malapena la gente aveva sentito nominare, ora ci si incomincia a chiedere cosa bolle in pentola, se tanti si noi si stanno arrabbiando per presunti “ingressi facilitati” nei nuovi albi.
 
Come fisioterapisti abbiamo una formazione universitaria da molto tempo, prima di altre professioni. E sappiamo bene che è davvero una lotta il riconoscimento. È dovuta intervenire la Corte di Cassazione per dire che il medico non può fare terapia riabilitativa perché essa spetta a chi ha un apposito diploma universitario. Ma non bastano le sentenze a cambiare la mentalità.
 
Ancora oggi leggiamo commenti sul genere: “un medico può fare tutto quello che fa l’infermiere ma non viceversa” (lo scrive un medico). Secondo questo ragionamento, allora un medico potrebbe inscriversi a un concorso per farsi assumere come infermiere. Il che è ovviamente falso: basta leggere i criteri dei bandi di concorso. Questo vale per tutte le professioni sanitarie. Un tecnico di radiologia non è una frazione del medico radiologo. E il medico radiologo non è l’insieme che racchiude il sottoinsieme “tecnico di radiologia”.

 
È uno schema che ricalca la facoltà di Medicina con i vari corsi, ma non la realtà.
Proprio gli insiemi mi fanno pensare piuttosto alle sovrapposizioni parziali che sono inevitabili: solo un teorico che non ha mai lavorato può pensare di tagliare i ruoli e le competenze col coltello in maniera esclusiva. Neppure i vecchi mansionari ci erano riusciti così nettamente.
Sono le sovrapposizioni le aree su cui ci si incontra. Scusate, ci si scontra.
 
Oltretutto, noi “professionisti sanitari non medici” partiamo già con un distinguo: dobbiamo usare il “non” per definirci. Cosa siamo? Di certo sappiamo solo che “non siamo” (medici). Bella roba. Come gli orfani adottati, che di certo sanno solo di “non essere” figli naturali dei loro genitori adottivi. Altro che anomia, altro che Durkheim! Chi siamo? Siamo “altro”, dei “non”. Ma mica per scelta, eh! Perché non esiste una cultura locale che ci identifica. Bene o male qualcuno di noi si salva. Un’ostetrica è una figura famigliare, ed essendo spesso donna, non è di certo il vecchio medico chirurgo ginecologo (secondo lo stereotipo di donna subalterna all’uomo).
 
Anche per noi fisioterapisti c’è una qualche forma di riconoscimento più netto (addirittura è il medico fisiatra a rischiare di sentirsi apostrofare “fisioterapista”).
 
Gli infermieri hanno anche essi una identità forte, ma davvero la gente sa cosa sono e cosa fanno, oltre gli stereotipi ottocenteschi? Loro sì che ultimamente rischiamo di essere apostrofati “mini-medici” - e questo è un brutto modo di svalutarli, riportandoci alla fallace teoria del superinsieme Medico e dei vari sottoinsiemi. L’infermiere purtroppo è molto prossimo al sottoinsieme del medico, nella visione di cittadini ma anche di medici che si sentono “invasi” e “usurpati” (spesso con strategie di condivisione concesse dall’alto proprio dai medici peraltro - vedasi la terapia endovenosa e altre prassi delegate via via negli anni). L’infermiere “vicaria” il medico in funzioni sempre più complesse. Ma che guaio farlo notare o metterlo in forma di legge!
 
Gli operatori tecnici poi sono un caso davvero difficile: la definizione di OSS è programmaticamente un “residuale” dell’infermiere, un sottoinsieme spesso non autonomo ma derivato. Uno scorporo, termine brutale e che sicuramente farà riflettere a lungo andare, ogni volta che ci saranno tentativi di “emancipazione” (comprensibilissimi! Molte professioni sono nate da tecnici “emancipati”, parliamoci chiaro - un bacione agli amici OSS).
 
Forse il vero guaio di noi professionisti sanitari è quello di stare in mezzo, fra gli operatori tecnici (non professionisti) e i medici. Come i sottufficiali, abbiamo sì un riconoscimento ma parziale, con tanta operatività sulle spalle che ci fa guardare più ai nostri piedi (e a quelli degli operatori che ci supportano) che alla direzione verso cui siamo incamminati. Come si fa a progettare se manca lo spirito di gruppo? Spirito di corpo ne abbiamo, specie se lavoriamo in ospedale per il SSN. Ma spirito di collaborazione?
 
Diciamo che ci guardiamo in cagnesco, mettendo assieme più le nostre pretese che i bisogni (che nascono dal paziente). E quel vecchio medico primario che ci comandava a bacchetta e ci firmava persino le ferie (a sua discrezione) ora non vuole certo perdere tempo con noi. Ha altre rivendicazioni da fare visto che non è più oggetto di venerazione incondizionata. Stare in cima sarà anche poco appagante oggi, ma che fatica stare in mezzo!
 
Vanda Carli-Rössl
Fisioterapista in pensione

17 gennaio 2019
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