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Infermiere a immagine e somiglianza del medico?

25 FEB - Gentile Direttore,
ho letto il dibattito che si è sviluppato nei giorni precedenti dopo la pubblicazione dell’articolo del 15 febbraio 2019, “Veneto. Bufera su ipotesi di un reparto ospedaliero a gestione infermieristica alla Ulss2. Ma poi il Dg rassicura i medici: “Nessuna invasione di competenze”. E’ sorprendente e poco rassicurante quanto ancora oggi si debba prendere atto che l’Infermiere sia stato creato a immagine e somiglianza del medico, pensato e concepito dal medico. Evidentemente, non sono bastati 20 anni, dopo la Legge 42 del 1999, a definire una nuova identità professionale capace di creare una disciplina autonoma e di dare il proprio contributo alla comunità scientifica.

Se il Segretario CIMO Veneto, Dott. Giovanni Leoni (http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=71054), pensa ancora oggi all’Infermiere rimandando a un elenco di prestazioni di stampo mansionariale, è possibile che gli Infermieri in 20 anni non abbiano costruito nemmeno le basi di una disciplina autonoma, di conseguenza la comunità scientifica non si accorge di loro, mentre permane una visione piramidale dell’organizzazione ospedaliera che non facilita affatto la coevoluzione delle professioni sanitarie e il benessere del malato.


Se l’obiettivo del progetto Udie dell’Ulss 2 di Treviso è quello di creare una struttura organizzativa a bassa intensità di cura a gestione infermieristica, con circa 15 posti letto all’interno di un reparto di Medicina per pazienti in fase di dimissione, allora le preoccupazioni del segretario regionale Anaao Veneto, Adriano Benazzato, sono infondate. In un contesto simile i malati hanno già superato la fase acuta della malattia, di conseguenza le indagini diagnostiche sono già state effettuate e la terapia farmacologica è stata definita e stabilizzata, pertanto, il malato, clinicamente stabile, è pronto per essere preso in carico da un gruppo professionale infermieristico dedicato appunto alla struttura a bassa intensità di cura.

In questo contesto, quale migliore occasione per il malato e i suoi familiari proseguire la degenza per poter avere le attenzioni necessarie per essere educati dagli Infermieri su come gestire a domicilio la propria condizione di salute? Limitare il progetto a piccole procedure e/o a piccole medicazioni in vista del rientro a casa del malato è riduttivo e ne scredita le potenzialità, o forse limitare il progetto in tal senso è servito a placare gli animi infuocati in vista di denunce all’Ordine dei Medici e per il possibile riproporsi di scenari già accaduti in Emilia-Romagna.

Il modello organizzativo a gestione infermieristica proposto dall’Ulss 2 di Treviso è una grande opportunità sia per il malato che per gli Infermieri; infatti gli Infermieri hanno la possibilità di esprimere la propria identità professionale secondo quanto è previsto nel proprio Profilo Professionale, secondo il quale, l’assistenza infermieristica, preventiva, curativa, palliativa e riabilitativa, è di natura tecnica, relazionale ed educativa.

Il Progetto Udie può mettere nelle condizioni gli Infermieri di esercitare il proprio ruolo anche nella dimensione educativa dell’assistenza, che generalmente è un aspetto del tutto assente nel decorso della degenza del malato in un contesto per acuti; probabilmente il vuoto che si è creato dal 1999 è stato colmato in parte con lo sviluppo delle competenze avanzate, che non sono altro che la risposta al fenomeno del tecnicismo, che solo una minima parte degli Infermieri potranno spendere in alcune Aziende sanitarie.

Il Segretario Cimo Veneto, Dott. Giovanni Leoni, asserisce che oltre alla diagnosi e la terapia, anche la prevenzione sia di pertinenza medica. Mi riesce molto difficile pensare che il Medico attui la prevenzione delle malattie in un reparto ospedaliero per acuti. Di certo la prevenzione non si applica solo a determinate malattie. La prevenzione è una componente fondamentale dell’operato dell’Infermiere, come la prevenzione di molti eventi avversi, quali le lesioni da decubito, le cadute, gli errori di terapia farmacologica, le infezioni; sono il risultato di una buona assistenza infermieristica, gli esiti che gli stessi Infermieri dovrebbero misurare e valutare per essere più credibili. Quante volte è stato proprio l’Infermiere a prevenire un errore di terapia farmacologica, chiedendo al Medico di correggere la prescrizione di un farmaco oppure di correggere il dosaggio di un farmaco? Quante volte l’Infermiere ha attuato la prevenzione di una lesione da decubito, in collaborazione con l’Operatore Socio Sanitario, mettendo in atto le raccomandazioni della letteratura, tutto ciò senza l’intervento del Medico?

Se la letteratura suggerisce di cambiare postura al malato ogni due ore per prevenire una lesione da decubito, l’Infermiere non va di certo dal Medico a chiedere un suo intervento, ma agisce autonomamente o in collaborazione con il personale di supporto.

Ebbene, il modello organizzativo a bassa intensità di cura a gestione infermieristica della Ulss 2 di Treviso non può che creare benessere al malato e favorire l’autonomia nella gestione della propria malattia, magari attuando un programma di educazione terapeutica per tutti quei malati affetti da patologie croniche, il che potrebbe permettere di prevenire nuovi ricoveri impropri a breve distanza dalla dimissione, tutto questo raggiungibile solo con la diretta gestione di un gruppo di Infermieri.

E’ auspicabile che la Ulss 2 di Treviso affidi la gestione e la direzione della struttura a bassa intensità a un Infermiere e non a un Medico; se l’intenzione è credere nelle potenzialità di un progetto in cui gli esiti dipendono dal coinvolgimento di una sola componente professionale, gli Infermieri, ne consegue che il riconoscimento venga completato con una valorizzazione concreta e con l’affidamento della direzione della struttura.

Spetterà poi agli Infermieri, se non si vuole essere contestati dalla componente medica, saper dimostrare l’efficacia e la validità del modello organizzativo a bassa intensità di cura a gestione infermieristica, con la raccolta dei dati e degli esiti in termini di salute dei malati presi in carico. Gli stessi esiti, che si spera dimostrino l’efficacia e la validità del modello organizzativo, dovranno necessariamente essere comunicati e pubblicati, solo in questo modo gli Infermieri possono dire di appartenere a una disciplina e di dare un contributo unico alla comunità scientifica.

Avere il proprio Ordine Professionale, essere (per pochi eletti) Infermieri ricercatori o presiedere alcune commissioni istituzionali, non porterà mai nessun vantaggio al malato e agli Infermieri (e alla disciplina), se non si è in grado di trasferire le conoscenze nell’organizzazione del lavoro e nei modelli organizzativi esistenti.

Gianluca Del Poeta
Infermiere


25 febbraio 2019
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