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Il reddito di cittadinanza? Una grande occasione sprecata

21 MAR - Gentile Direttore,
il reddito di cittadinanza è legge. Ma nel provvedimento c’è scarsa attenzione alla povertà minorile, che rappresenta il fenomeno più preoccupante all’interno del grande tema della povertà in generale, nonostante i nostri sforzi per rimediare ad una grave mancanza. La scala adottata dal reddito di cittadinanza, invece, attribuisce un peso doppio a un adulto rispetto a un bambino (0,4 contro 0,2). La scala, inoltre, non cresce più quando il parametro utilizzato arriva a 2,1 (ad esempio due adulti e due minorenni, o tre adulti e un minorenne).

I bambini e i ragazzi costituiscono poco meno di un quarto di tutti i poveri assoluti. Il 5% di famiglie in povertà assoluta non ha figli, mentre le famiglie in povertà assoluta con un figlio raggiungono il 9% e con tre figli il 15,4%. Dieci anni fa erano gli anziani ad essere più in difficoltà, oggi al contrario sono i minori di 18 anni i più colpiti dalla povertà assoluta. Attualmente la quota di individui assolutamente poveri cresce al diminuire dell’età.

Oggi più che mai è necessario rafforzare la rete di intervento sociale ed educativa. Questa è la vera infrastruttura di cui il nostro Paese ha bisogno, e i fondi per l’infanzia dovrebbero essere considerati, in Italia così come in Europa, non come una spesa ma come un investimento indispensabile per lo sviluppo, come ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice del programma Italia Europa di Save the Children.  Come sperimentato in molti Paesi e con un buon successo, il contributo economico dovrebbe essere accompagnato da buone pratiche, ad esempio la frequenza di un asilo nido di qualità per tutti i bambini poveri, scuole aperte tutto il giorno nelle aree di maggior disagio e programmi di sostegno alla genitorialità.


Nascere in un territorio mal governato, ad alta densità criminale, e/o a bassa densità educativa rende un bambino povero anche se a casa arriva il reddito di cittadinanza. La malattia mentale dei genitori, la violenza, il conflitto fanno più male della povertà. La deprivazione affettiva o quella educativa sono più pervasive, più tossiche, più difficilmente contrastabili, e danno i loro effetti più a lungo termine. Inoltre l’importo del reddito di cittadinanza riservato a chi è in affitto è lo stesso qualsiasi sia la numerosità della famiglia, come se all’aumentare del numero dei componenti non ci fosse bisogno di più spazio.

Il provvedimento inoltre non prevede né che alle mamme siano offerte opportunità formative in modo che, una volta che il bambino abbia raggiunto i 4 anni, le stesse siano eventualmente pronte ad entrare nel mercato del lavoro, né che a mamme e bambini possano essere offerti servizi di cura, socializzazione, sostegno alla genitorialità.

Infine, è previsto che anche i genitori di bambini dai quattro anni in su siano disposti ad accettare un lavoro anche a 250 chilometri di distanza da casa, come per tutti gli altri, senza aver considerato di chi si occuperà di questi bambini nelle giornate di assenza dei genitori da casa. Si poteva, almeno, ridurre la distanza a 50 km.

Non aver dato il giusto peso alla povertà minorile e quindi non riuscire a interrompere il circuito della povertà fa sì che l’esclusione e la marginalità si perpetueranno di generazione in generazione con esiti in ambito sanitario (maggiore rischio di malattia e di morte), in ambito scolastico e formativo (minore accesso alla conoscenza, ridotte performance di apprendimento), in ambito lavorativo (minore qualificazione, lavori usuranti sottopagati), in ambito sociale (marginalità, devianza, povertà).

In definitiva, potevano essere fatte alcune modifiche nell’ottica di migliorare un provvedimento con un enorme impegno economico che cerca di contrastare la povertà, la vera “malattia” del nostro Paese. Il dubbio e il rammarico è che si stia sprecando una grande occasione.
 
Paolo Siani
Pediatra e Parlamentare PD 


21 marzo 2019
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