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I medici in formazione non vengano considerati risorse a basso costo per colmare lacune

17 GIU - Gentile direttore,
il dibattito pubblico delle ultime settimane è stato polarizzato da due questioni su tutte: gli effetti di una crisi cronica ed ingravescente, che mettono a repentaglio la sostenibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale, pubblico, equo e solidale, nonché l’ennesima contrapposizione dialettica tra sindacati ospedalieri e mondo dell’università, questa volta scaturita dall’inserimento nel Decreto Legge “Calabria” di un emendamento controverso che aprirebbe agli specializzandi degli ultimi anni di corso, laddove vincitori di concorso, la strada ad una contrattualizzazione nel SSN.
 
Trattasi di due questioni strettamente interconnesse tra loro e che, purtroppo, trovano cause comuni nelle non adeguate politiche programmatorie dispiegate in passato in tema di sanità. E tanto il dibattito politico quanto quello tra gli addetti ai lavori appare concentrato più sul trattamento dei sintomi della patologia che non sulla rimozione delle cause di una malattia di sistema.
 
Chi le scrive rappresenta un’Associazione di categoria, quella dei medici in formazione specialistica, che da anni si batte per ottenere una riforma organica della formazione medica post lauream, sia specialistica che specifica di medicina generale. Una riforma di sistema che dovrebbe necessariamente inserirsi in un più ampio e chiaro disegno complessivo della risposta al bisogno di salute, in termini prevenzione ed erogazione delle cure, che si vuole dare nel nostro Paese a fronte dei mutati e mutevoli scenari di salute. Le evidenze, infatti, dimostrano come, a causa del progressivo innalzamento dell’aspettativa di vita e del correlato incremento delle cronicità, sia in notevole aumento il numero e la frequenza di prestazioni sanitarie richieste dalla popolazione. E ad invarianza di risorse, occorre ripensare l’intero impianto del SSN. In verità, si potrebbe già registrare un significativo passo avanti qualora si desse piena applicazione alle riforme del riordino dell’assistenza nel territorio e delle reti ospedaliere, troppo spesso disattese per resistenze sindacali e per logiche di consenso politico.

 
Nel passato, in tema di formazione specialistica molto è stato fatto, si pensi al concorso nazionale per l’accesso alle scuole di specializzazione, che ha rimesso al centro il merito, nonostante siano perfettibili le modalità di organizzazione, alla riforma dell’accreditamento delle scuole di specializzazione, che ha istituzionalizzato le reti formative integrate tra università e tutti gli snodi del SSN ed ha avviato un percorso di miglioramento continuo della qualità della formazione, i cui risultati sono documentati e documentabili, poiché misurabili attraverso standard, requisiti ed indicatori di performance. Più di recente, sono state reperite significative risorse aggiuntive, tanto per il finanziamento di contratti di formazione specialistica quanto di borse di studio per i corsi regionali di medicina generale, e di questo bisogna darne atto al Governo attuale. Ma rimangono ancora irrisolte le note criticità in tema di modalità di definizione del fabbisogno di medici, nessuna novità significativa si è registrata ad oggi, né è stata varata una opportuna riforma del sistema formativo post-lauream di medicina.

Il rischio è che, continuando a procedere con provvedimenti emergenziali, in assenza della volontà di affrontare queste tematiche strategiche per il nostro SSN con una vision ed una progettualità di ampio respiro, si continui a perpetrare l’errore concettuale di proiettare il passato nel presente invece che immaginare il futuro in base agli scenari di salute che è possibile prevedere. Per esemplificare il concetto, se per ragioni di consenso si continua a pensare di tenere aperti gli ospedali periferici che, invece, andrebbero riconvertiti, nei quali le non adeguate condizioni di lavoro non mettono in sicurezza la salute dei cittadini ed il lavoro dei medici e dei professionisti sanitari, divenendo così poco attrattivi agli occhi di questi ultimi, e se si pensa di mantenerli aperti utilizzando gli specializzandi degli ultimi anni come manodopera a basso costo, allora il rischio è quello di creare i presupposti per non cambiare.

Se si pensa di fare sanatorie, senza garantire un percorso formativo complementare ai “camici grigi”, senza dispiegare un piano di riconversione dei profili specialistici esistenti in eccesso rispetto a quelli carenti, ma soprattutto senza prima avere i presupposti per stimare il fabbisogno di medici che serviranno nei prossimi lustri, allora il rischio è quello di consolidare l’esistente, mantenendo in piedi un assetto dell’organizzazione delle cure tarato sui bisogni di salute e sul quadro epidemiologico di vent’anni addietro.
 
Non ci si può più consentire di ragionare a compartimenti stagni, con le logiche di parte che fanno registrare logiche contrapposte, con una visione a breve termine e, meno che mai, se lo possono permettere le giovani generazioni.
 
Spiace constatare come, in questo dibattito, si inseriscano alcuni “giovani ed attempati” colleghi, espressione del sindacato ospedaliero o di sigle a questo collegato, che, per giustificare il ricorso esclusivo a siffatto approccio emergenziale, guardino all’emendamento al Decreto Legge “Calabria” come di un’occasione per migliorare la “qualità” della formazione, nonché la condizione dei medici specializzandi, con ciò volendo sottintendere un mancato riconoscimento per quanto di buono è stato già fatto. Standard di qualità adeguati possono essere garantiti solo in strutture idonee alla formazione, preventivamente accreditate da un organismo terzo.
 
E non bastano semplici circolari per garantire l’impiego degli specializzandi nella rete formativa poiché, quando si stipula un contratto con le Aziende Sanitarie poli-presidio, il medico dipendente è nelle disponibilità del management e, in condizioni di criticità, lo specializzando potrebbe essere utilizzato per colmare dei vuoti anche in strutture non deputate alla formazione. Inoltre, il combinato disposto della formazione parziale, ad invarianza dei tempi necessari ad essere formati, non appare una scelta all’insegna della qualità. Non sfuggirà, altresì, come l’emendamento, così come strutturato, parli di una remunerazione “almeno pari” a quella attuale dello specializzando, senza offrire garanzie di aver riconosciute maggiori tutele, sia economiche che previdenziali, a fronte delle maggiori responsabilità.
 
Pertanto, l’auspicio è che tutte le sigle, di giovani e non, realmente interessate a ripensare il sistema salute, e che non vedano nel mondo giovanile una mera riserva di potenziali iscritti, trovino convergenze e siano protagonisti del cambiamento, a partire dall’affermare in maniera netta come i medici in formazione, specialistica e specifica di medicina generale, non debbano essere considerati quali risorse a basso costo per colmare le lacune dei Policlinici universitari o degli Ospedali di insegnamento, tanto meno dei Presidi ospedalieri che alimentano il consenso politico, ma rappresentino invece il presente ed il futuro del nostro SSN.
 
È venuto il momento che tutte le espressioni della sanità, ospedaliera, territoriale ed accademica, facciano sistema e mettano a disposizione le proprie risorse e competenze, chiedendo alla politica del consenso di fare un passo indietro, nell’interesse della Sanità Pubblica e della salute dei cittadini.
 
Emanuele Spina
Presidente Nazionale Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM) 

17 giugno 2019
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